In Europa si chiacchiera della presunta svolta a sinistra della Francia e (forse) della Germania, nonché della uscita della Grecia dall’euro, con accenti diversi, a seconda dell’orientamento dei commentatori e degli “esperti” interpellati, ma sempre all’interno di cornici concettuali molto definite. Difficilmente i mass media veicolano letture della situazione alternative rispetto al dogma economico che egemonizza le istituzioni europee e il mondo “occidentale”. I più avventurosi si spingono a evocare misure “keynesiane”, come fossero profeti di una eresia avveniristica e non adepti di una antica setta minoritaria in cerca di rivincite. Per lo più, comunque, università, istituzioni e mass media sono ancora in mano ai fanatici del motetarismo più rigido e delle teorie neoclassiche più o meno rinfrescate da qualche equazione fantasiosa di Milton Friedman o dei suoi emuli. Per dirla con l’economista cileno Manfred Max-Neef, si tratta di discussioni che sembrano ferme all’Ottocento, come se in fisica si discutesse ancora dell’etere, o in medicina ci si basasse sulle dottrine pre-microbiologiche.

Il che tuttavia non esaurirebbe affatto il panorama teorico delle scienze economiche contemporanee, in realtà. All’esterno di questa ideologia, esiste un mondo di pensiero economico diverso, non meno rigoroso e anzi probabilmente più rispettoso dei dettami metodologici della scienza. Solo, non gode di buona stampa: gli si preferiscono come controparte le millanterie dei guru pseudo-scientifici che si baloccano con teorie cospirazioniste, che gigioneggiano su temi astrusi come il signoraggio, che rispondono all’incompetenza dell’economia mainstream con i toni millenaristici dei predicatori illuminati. Leggi il seguito

Uno dei grandi problemi che bisogna affrontare in Sardegna è la patologica carenza di informazioni elementari e la prevalenza della chiacchiera fine a se stessa sui discorsi costruttivi. Non è questione di indole specifica dei sardi. È che viviamo in un contesto circoscritto, in cui le informazioni circolano secondo canali obbligati. Quelle interne come quelle esterne sono ormai prevalentemente veicolate dai mass media, in misura minore dalle agenzie formative (scuola, università) e sullo sfondo permane – non solo nei centri minori – il passaparola trasmesso attraverso le forme di socializzazione spontanea.

Nell’insieme, tuttavia, quel che ne viene fuori è che i sardi nella loro stragrande maggioranza hanno un’idea del tutto incompleta, tendenziosa e spesso deformata su quasi tutto. Anche su ciò che succede a loro stessi o vicino a loro. Il livello di manipolazione delle coscienze è altissimo. Benché si tratti di un processo di media durata (nell’ordine delle decine di anni o al massimo poco più che secolare), sembra che si sia accentuato negli ultimi venti anni. Se è vero che l’accesso a mezzi di comunicazione meno controllabili (ma anche più dispersivi) come internet ha consentito di spezzare in parte l’oligopolio mediatico sostanzialmente conservatore e conformista di televisioni e giornali, questa rottura non ha riguardato per ora una porzione sufficientemente ampia della popolazione da raggiungere una massa critica.

Così, di fronte a fenomeni ed eventi di cui sarebbe necessario capire la natura, le cause e le possibili conseguenze, la stragrande maggioranza dei sardi si trova pressoché disarmata e deve affidarsi a notizie spesso contraffatte, quando non intervenga direttamente una provvidenziale omissione. Leggi il seguito

Sconcerta la mediocrità del dibattito pubblico in Sardegna. Non tanto quello vasto e capillare che si svolge nei luoghi di socializzazione o anche in rete (dove per altro c’è di tutto), ma quello mainstream, quello che viene promosso e veicolato dai mass media principali, che poi sono i grandi costruttori di opinine, gli indirizzatori degli umori dei cittadini. Un assemblaggio di immaginario e narrazioni che avviene di concerto con i gruppi di potere oligarchico che dominano l’Isola. In un panorama in cui l’analfabetismo di ritorno (anche per l’irrisolta questione linguistica) è di dimensioni patologiche e la stragrande maggioranza dei cittadini assume informazioni e si forma la propria visione dell’esistente attraverso la televisione e due giornali, questo comporta che i temi “ufficiali” della discussione pubblica siano sostanzialmente filtrati all’origine da chi ha interessi consistenti da difendere e depotenziati all’arrivo, nella trasmissione dei contenuti e nel confezionamento delle loro cornici concettuali.

Questa lacuna è evidente e molto pericolosa. Intere fasce sociali, importanti ambiti produttivi e culturali, vaste porzioni di territorio non sono rappresentate nel dibattito pubblico. Così come ne sono esclusi temi fondamentali, su cui spesso la maggioranza dei sardi non sa nulla, o sa poco. E quel poco è piegato a salvaguardare la congrega di privilegiati e lestofanti che si abboffano alla mangiatoia della demeritocrazia e della corruttela fatta legge. Sempre in nome di uno status quo che ci pretende succubi e anzi complici di brame e poteri altrui, e che si regge sull’armamentario di elementi mitologici identitari e pseudostorici di cui ha bisogno per giustificarsi.

Così, anziché discutere di economia, di modelli di convivenza, di energia, di beni comuni, delle ragioni strutturali e storiche della attuale crisi sistemica, siamo chiamati a gingillarci con fantocci disinformanti realizzati ad arte, o addirittura siamo trascinati in vere trappole politiche. Leggi il seguito

Festeggiare il lavoro di questi tempi suona come una campana rotta. A meno che non lo si intenda nel senso che si “fa la festa” al lavoro, lo si fa fuori una volta per tutte e amen. Il modello economico dominante continua a mostrare i suoi limiti strutturali e le sue pecche evidenti anche nei paesi ricchi e prosperi del pianeta. Una delle caratteristiche di questa fase è proprio l’obsolescenza dell’idea stessa di lavoro così come impostasi nella contemporaneità e anche, di conseguenza, dei costrutti ideologici che lo riguardano, nonché delle narrazioni che veicolano questi ultimi.

In Sardegna a questa considerazione se ne aggiunge un’altra. Dalle nostre parti è sempre stato difficile celebrare compiutamente il primo maggio secondo i rituali e i significati che alla ricorrenza si danno nel mondo intero. C’è Santu Efis di mezzo e tutte le attenzioni mediatiche sono rivolte compulsivamente alla festa del santo martire, in un’enfasi retorica straordinaria, pervasiva e dilatata ai giorni precedenti e a quelli successivi all’evento principale.

Mai stato simpatico, Santu Efis. Leggi il seguito

Come tutti gli anni, i giorni tra il 25 aprile e il primo maggio sono sempre densi di polemiche e attriti. In Sardegna il quadro è arricchito da una componente di assurdità che rende questo periodo affascinante, a volerlo studiare con un minimo di distacco. Il motivo è che in mezzo alle due ricorrenze (quella italiana e quella internazionale) c’è anche la nostra festa nazionale, sa Die de sa Sardigna, che scombina le carte, sconvolge i piani, costringe a lambiccarsi il cervello in cerca di una via d’uscita che ci estragga dalla prigione di nonsenso in cui siamo rinchiusi.

Partirei da un pezzo molto breve uscito sull’Unione online, a proposito delle celebrazioni del 25 aprile a Cagliari. Nei giorni scorsi ci sono state polemiche e prese di posizione assortite sulla richiesta di un gruppo neo-fascista di sfilare in contemporanea col corteo ufficiale, quello anti-fascista. Il prefetto di Cagliari aveva inopinatamente concesso l’autorizzazione, salvo poi fare parziale marcia indietro dopo le proteste reiterate dell’Associazione partigiani, di alcuni esponenti politici e di pezzi della società civile. Il tutto – occorre dirlo – nel contesto di una generale e diffusa indifferenza.

Cosa scrive l’Unione a poche ore dall’inizio delle celebrazioni? Eccolo qui, riporto testualmente: Leggi il seguito

Si parla molto di “governi tecnici”, anche in Sardegna, sempre a traino dell’informazione mainstream italiana. Naturalmente i governi tecnici non esistono. Qualsiasi governo è politico, per definizione e per sua intima natura. Ma viviamo nell’epoca della manipolazione sistematica e per noi esseri umani la prima manipolazione che conta è quella del linguaggio, delle parole.

Così, la maggior parte dei cittadini italiani e persino di quelli sardi sembra essersi bevuta la narrazione tossica dei sacrifici necessari per scongiurare il baratro. Sacrifici naturalmente che colpiscono chi spesso non ha altro nella vita che il proprio lavoro, i propri interessi, i propri affetti. Non certo gli interessi consolidati dei veri padroni del vapore. Il baratro evocato, poi, è una specie di spauracchio, di volta in volta associato a situazioni o scenari che i mass media provvedono a far interiorizzare alle masse: il default, lo spread, la Grecia…

In definitiva, più che di una tecnocrazia, si tratta di una fobocrazia o fobonomia. Il governo della paura, la dipendenza delle decisioni riguardanti la collettività dal terrore indotto, dalla necessità di scongiurare il Male. Pura supertizione in salsa contemporanea.

La cruda realtà è che si applicano alla popolazione, a interi stati, misure coercitive deprivanti, si istituzionalizza la povertà e la precarietà, si sottrae libertà e benessere alla stragrande maggioranza delle persone in nome di concetti del tutto astratti, di natura puramente ideologica. Leggi il seguito

Pochi giorni fa il re di Spagna Juan Carlos di Borbone è rimasto vittima di un incidente di caccia, attaccato da un elefante durante un safari. Il tutto, mentre nella penisola iberica, terra d’origine del movimento degli Indignados, riprende a montare la mobilitazione popolare contro le misure di austerità decise dalla BCE e messe in atto dal governo di destra di Mariano Rajoi.

L’episodio ha subito assunto significati politici ed è diventato un elemento narrativo largamente condiviso. Una grande metafora, o un segnale, di quelli che sempre le vicende umane emettono nei momenti di crisi. Perché esiste una aspettativa, si percepisce un rumore di sottofondo, aumenta la propensione ad attribuire significati simbolici a fatti che altrimenti sarebbero rubricati tra quelli della pura e semplice cronaca. Un segno dei tempi, insomma. Che si mette in consonanza con altre situazioni, magari diverse tra loro nei particolari, ma che rispondono tutte, anche a distanza, a una sorta di richiamo della storia.

In Sardegna questo episodio, abbastanza trascurato, potrebbe suscitare qualche riflessione. Leggi il seguito

Secondo radicati luoghi comuni, i sardi sarebbero divisi e invidiosi, poco intraprendenti e tutto sommato portatori di insufficienze congenite largamente condivise. Da ciò discenderebbero tutti i nostri mali.

Si tratta però di un enorme errore di valutazione, quando non di un ennesimo materiale mitologico tossico. Si scambiano infatti – in modo anche piuttosto grossolano – gli effetti per le cause e ci si avvita così in un circolo vizioso di insensatezza, agevolato dalla nostra vasta e diffusa ignoranza storica.

Di tutto ciò è responsabile l’egemonia culturale cui siamo sottoposti ormai da troppe generazioni, per non averla interiorizzata a puntino, replicandone i contenuti spesso nel momento stesso in cui vorremmo falsificarla. Capita sovente che per contrastare qualche sciocchezza evidente, qualche bruttura politica, qualche luogo comune buttato lì a mo’ di spiegazione, si faccia ricorso a uno o più degli altri elementi discorsivi che compongono la nostra narrazione dominante, finendo dunque per confermarla, anziché negarla.

Così anche in questi giorni si intrecciano varie questioni, spesso schiacciate sulla mera cronaca, senza applicare ad esse alcuno sguardo prospettico, senza che si intravvedano i nessi tra le questioni medesime né che le si inserisca nel corretto quadro complessivo. Leggi il seguito

I sardi sono sempre stati dominati, è risaputo. Chi non si è mai imbattuto in una elencazione, magari buttata lì en passant, dei popoli che ci hanno sottomesso fin dalla notte dei tempi? È un elemento discorsivo che fa parte integrante della nostra identità, della narrazione egemonica interiorizzata da tutti i sardi degli ultimi centocinquant’anni.

Queste pretese dominazioni, però, bisognerebbe andarle a guardare da vicino, cercare di capire di cosa si è trattato.

Di solito si parte dai fenici. Chi fossero questi tizi nessuno lo sa dire con precisione. Che abbiano conquistato e addirittura dominato la Sardegna o parte di essa è messo in dubbio dai feniciologi in primis, dato che le risultanze archeologiche e le fonti antiche non sembrano affatto avvalorare tale tesi. Diciamo che, ad essere prudenti, parlare di dominazione fenicia in Sardegna è abbastanza improprio.

Chi veniva dopo? Ah, sì, i cartaginesi. Leggi il seguito

Barumini, immagine di Gianluca Murgia

Barumini, ricostruzione (Gianluca Murgia)

Nella legge finanziaria che il consiglio regionale ha licenziato pochi giorni fa, tra le tante mancanze, una dovrebbe saltare agli occhi, se non fosse così poco significativa per i più. Ancora una volta si sacrifica il settore culturale. Lasciamo perdere gli spiccioli racattati all’ultimo per evitare la chiusura delle biblioteche (tra cui mi piace ricordare la biblioteca S. Satta di Nuoro). Si è trattato di evitare sul filo di lana una tristissima figura che si sarebbe ritorta contro la giunta Cappellacci e l’intero consiglio regionale, già messi male quanto a popolarità.

In generale invece ancora una volta si denota una totale assenza di sensibilità e di consapevolezza verso una questione che sta assumendo i contorni della truffa, più che della stupidità politica.

In tante circostanze, alla conclusione di discorsi storici o politici, con interlocutori diversi, sorge sempre ad un certo punto la fatidica domanda sulle reali possibilità che la Sardegna non sia condannata a un destino di povertà, marginalità e spopolamento. Il dubbio che attanaglia tanti di noi riguarda la consistenza effettiva delle nostre risorse economiche, oltre che sociali e politiche. Leggi il seguito

Cagliari non è una città sarda. È una città mediterranea abitata in massima parte da sardi. Cagliari si può ritrovare in tutte le città che si bagnano i piedi o la pancia nel Mare Nostrum, da Dubrovnik a Barcellona, da Marsiglia a Tunisi, passando per Genova, Bastia, Napoli, La Valletta. Cagliari è una specie di Gerusalemme sospesa tra cielo e mare: così la descriveva Elio Vittorini. Una città di pietra, luminosa, misteriosa, decadente, secondo le descrizioni dei vari scrittori che ne hanno parlato, da D.H. Lawrence a Sergio Atzeni. Cagliari è costretta a esistere in una dimensione sospesa, in uno spazio decontestualizzato. Capitale della Sardegna per caso e per forza, con lo sguardo rivolto ostinatamente di là dall’Isola e da sé, in una guerra eterna tra un fuori irraggiungibile e un dentro costantemente avanzante e minaccioso.

La sua storia lunga ma eterogenea, spezzata, violenta, ne fa un centro molteplice. Karales era il toponimo originario. Già un plurale. Chi ne attribuisce le origini all’arrivo dei fenici dimentica che quella porzione di terra era abitata da secoli, prima che approdasse la prima nave proveniente da Tiro o Sidone (o, più probabilmente, da Cipro). Leggi il seguito

“L’ischit su bentu”, lo sa il vento, si dice in Sardegna, quando una risposta è impossibile da conoscere, o troppo imbarazzante per essere pronunciata. Lo sa il vento cosa sia il male invisibile della Sardegna, di cui si parla nel sottotitolo di questo libro. Un male che assume i tratti della malattia dello spirito, ma che ha cause molto materiali.

Carlo Porcedda e Maddalena Brunetti sono due giornalisti free lance. Ossia, vivono del proprio lavoro senza essere organici ad alcuna testata. Sono liberi testimoni del nostro tempo, dunque. Una scelta già di per sé coraggiosa, anche in termini di (s)comodità economica. Il loro coraggio è confermato da quest’opera. Un reportage che affronta in termini unitari uno dei grandi problemi della Sardegna contemporanea: quello delle servitù. Non solo le servitù militari, ma anche quelle industriali e cementifere. E quelle spirituali. Un lungo, appassionante e sconvolgente racconto, pieno di fatti, di testimonianze, di voci e di silenzi, di dati e di ricostruzioni. La guerra in tempo di pace, le sperimentazioni, i veleni, il ricatto occupazionale, il clienelismo, l’ottusità politica, la devastazione ambientale, economica, sociale e culturale di vaste porzioni del nostro territorio sono presentati nei loro particolari, nei loro meccanismi e nei loro effetti.

È un racconto, certo, ma senza la minima concessione alla fantasia. Quel che c’è di romanzesco in tutta la narrazione c’è perché sono romanzesche le vicende narrate. Il che non significa affatto che non siano reali. Tragicamente reali.

Per chi si occupa di storia e di politica sarda non si tratta di notizie inedite: molto di quanto si riporta è già balzato agli onori delle cronache, o fa parte delle “cose che si sanno anche se non se ne parla”. Leggi il seguito