Il lavoro degli altri

19 Novembre 2008 |  Tagged , | 8 Commenti

In Sardegna vige una regola balzana, nel mondo del lavoro. Non è esattamente una regola generalizzata, ma vi si attengono scrupolosamente moltissimi lavoratori (in senso lato: dall’operaio, all’artigiano, all’impresario edile, al geometra, ecc.).

Secondo tale regola è proibito svolgere il proprio compito, che sia materiale, intellettuale o di controllo, nel migliore dei modi possibile, bensì esattamente l’opposto: si deve fare il minimo, con lo sforzo minore e a prescindere da qualsiasi esito concreto del medesimo, nonché dalla soddisfazione del committente/cliente/utente. L’artigiano che non finisce accuratamente il lavoro, l’impiegato che disbriga le proprie mansioni in ritardo e svogliatamente, il professionista che non si spende al meglio delle proprie possibilità per risolvere il problema che gli è stato affidato, l’operaio che tira a finire presto e al minimo sforzo, il giornalista che si affida alle agenzie e ricostruisce malamente fatti su cui non ha cognizione, l’impresario che lesina su materiali e qualità dell’opera: gli esempi sono tanti e l’elenco potrebbe continuare abbracciando tutte le categorie occupazionali. La mancanza di  coscienziosità nel proprio lavoro è talmente radicata, che risulta persino inopportuno rilevarla e ancor di più stigmatizzarla. Si fa così, non c’è altro modo di lavorare.

Ovviamente, a parte la preclusione di qualsiasi possibilità di successo economico e sociale, e prescindendo dai costi privati e pubblici che alla fine la collettività deve sopportare, entra in gioco qui anche la dignità personale di chi si disbriga così disinvoltamente di mansioni e doveri retribuiti. La mancanza di cura per ciò che si fa chiama in causa la qualità umana di chi se ne rende responsabile.

Eppure sembra che la cosa non importi. Se qualcuno ha la pretesa di lavorare seriamente, di prendere a cuore i modi e gli esiti del proprio lavoro, viene visto come un perturbatore dell’ordine costituito.

Non so se si tratti di una patologia culturale/sociale tutta sarda, ovvero di una sindrome italica diffusasi anche da noi, o ancora di una conseguenza del sistema socio-economico capitalista/consumista in quanto tale. È evidente, però, che le conseguenze sono macroscopiche. Non si limitano all’esito infelice della ristrutturazione dell’appartamento o al trattamento scortese ricevuto in un negozio, ma investono la qualità della vita di tutti. Dal rispetto per l’ambiente, alla qualità dei servizi, alle necessità quotidiane di ciascuno di noi, tutto viene sminuito, impoverito e mortificato da tale atteggiamento sbrigativo e inconcludente verso il proprio lavoro.

Quando ci sentiamo spinti dall’indignazione a prendercela con qualcuno che occupa un ruolo di rsponsabilità, ritenendo di doverci aspettare il massimo dell’impegno e risultati concreti dalle sue mansioni, proviamo a riflettere se noi, nel nostro piccolo, facciamo sempre fino in fondo il nostro dovere, o semplicemente ciò per cui siamo pagati. Non importa di cosa si tratti, è una questione di igiene morale, di dignità privata e pubblica allo stesso tempo. Perché da tale passiva accettazione della mediocrità e del menefreghismo derivano guasti enormi, difficili da contrastare e da rimuovere.

Se vogliamo che il mondo sia migliore, cominciamo a migliorare noi.


Commenti



8 Commenti

  1.    Giuseppe Mulas on 19 Novembre 2008 13:05

    Ciao Omar,forse mi conosci meglio come Jisepu, abbiamo avuto modo di scambiarci delle oppinioni sul forum di iRS.

    Ho scoperto con piacere il tuo blog, e ho letto un tuo scritto ”Prolegomeni alla questione storiografica sarda”, ho intenzione di leggere altri tuoi scritti e ti sarei grato se mi inviassi dei link se possibile o se mi dessi delle indicazioni su come reperirli. Mi piacerebbe anche sapere se hai intenzione, ma sicuramente l’avrai gia’ fatto o lo stai facendo, di rivoluzionare tu in prima persona il modo di tracciare la nostra storia di popolo sardo, saro’ sicuramente un tuo lettore fedele!!

    A parte questa sviolinata, vorrei dirti che la questione del lavorare in modo mediocre e’ secondo me il sintomo piu’ evidente di un malessere interno, di una insoddisfazione profonda, di frustrazione. Se posso essere sincero e’ una autoanalisi personale piu’ che un cercare di capire gli altri.

    A volte mi chiedo: ”come e’ possibile che sia cambiato cosi’ tanto?? perche’ non riesco piu’ ad avere quell’ottimismo che mi faceva dare il meglio di me?” Ho 33 anni e lavoro da quando ne avevo 20. Ho avuto molte delusioni dal punto di vista lavorativo, prima da libraio (la piu’ devastante), poi da agente di commercio poi da dipendente. Il fatto e’ che ho sempre la sensazione (cauata dall’esperienza diretta) che nonostante gli sforzi fatti e per quanta passione abbia profuso, e quanti sacrifici abbia sopportato, alla fine non sia servito a nulla. Il fatto e’ che chi tiene il coltello dalla parte del manico (qua da noi in modo piu’ spudorato che altrove), specula sull’entusiasmo dei giovani per ottenere il massimo pagando il minimo. Non pensare che io sia un lavoratore mediocre, ma col tempo ho iniziato ad essere parsimonioso con l’entusiasmo, tutto qua. Spero di non averti annoiato, e spero sopratutto di non aver dato un’immagine sbagliata di me, l’argomento e’ molto interessante e potrei scrivere per pagine e pagine. Sarebbe bello condividere questo post con i ragazzi del forum di iRS, che ne pensi?

    Ciao e ancora complimenti da un’indipendentista convinto.

  2.    Omar on 19 Novembre 2008 19:24

    @ Giuseppe.

    Ti ringrazio per l’attestato di stima. Non so se me lo merito fino in fondo: mi attribuisci possibilità e capacità che non credo di avere. Mutare il corso della storiografia sarda è una bella impresa, per la cui riuscita non bastano certo le mie poche forze da outsider. Ma un piccolo contibuto spero di riuscire a darlo. Se vuoi leggere altri articoli da me pubblicati, non hai che da cercarli su questo stesso blog oppure sui numeri arretrati di “Sardegna Mediterranea” (il n. 21 e il n. 25, mi pare).

    Circa le tue considerazioni, non le reputo affatto meschine, caro Giuseppe. Capisco bene la tua amarezza e ne conosco bene le cause. Non sarò certo io a condannarle. I tempi non sono certo meravigliosi. Però, sai, è in tempi difficili che è più interessante vivere!

    Il post a cui hai così gentilmente risposto voleva essere un po’ una provocazione, anche alla luce delle tante lamentele cui noi sardi siamo abituati a indulgere, sempre per scaricare la responsabilità dei problemi su qualcun altro. Se cominciassimo intanto a fare ognuno il proprio lavoro come si deve, onestamente, senza regalare niente a nessuno, ma portando a compimento quello che siamo chiamati a fare con la dovuta solerzia, io dico che tante cose andrebbero meglio e anche la percezione di ciò che ci circonda sarebbe diversa.

    Ti ringrazio molto per l’intervento.

    A menzus biere!

  3.    Omar on 19 Novembre 2008 19:33

    @Sandro.

    Scusa, non capisco a cosa tu faccia riferimento. Non ho mai cassato alcun intervento, fino ad oggi, perciò forse mi hai preso per qualcun altro.

    In ogni caso, anche se dovesse accadere, sarebbe solo in virtù delle regole che ho esposto fin dall’inizio e alle quali io stesso mi attengo.

    Questo non è uno spazio pubblico, non deve rispondere a nessuno, tranne che al sottoscritto, di quanto vi compare. Nessuno ha il diritto di pretendere di poter fare il comodo suo qui, per il semplice motivo che nessuno può pretendere di fare il comodo suo in casa d’altri.

    Detto questo, non sono certo le risposte dissonanti o dissenzienti, a spaventarmi. Come si evince facilmente anche dall’andamento delle discussioni fin qui verificatesi su queste pagine.

    La democrazia non c’entra per niente. Spererei che tanto zelo civico venisse speso per ben altre cause, Sandro.

    Comunque ti ringrazio per l’intervento e non dubitare che leggerò sempre volentieri la tua opinione su qualsiasi tema da me proposto in questo blog.

    In bonora!

  4.    Egon on 20 Novembre 2008 19:31

    Pur condividendo il suo giudizio severo, credo non sia necessario ricercare la causa di questo fenomeno sociale nel sistema capitalistico. Questa caratteristica dei sardi veniva descritta anche da alcuni viaggiatori, come Delessert, che visitarono la Sardegna nell’ 800. C’è anche una descrizione dello storico greco Plutarco sui Fenici, che non erano sardi autoctoni, ma che più di qualche traccia hanno lasciato sull’isola in termini di eredità culturale e genetica (non si allarmi non sono uno studioso, l’ho letto su un libro di mio figlio) : “è gente rude e poco amabile; sono sottomessi e umili con chi li governa, ma tirannici verso chi è da loro governato; abietti quando hanno paura, feroci se provocati, irremovibili nelle loro decisioni e talmente rigidi da condannare ogni forma di gentilezza”. Calzante, non trova?

    Siamo un popolo mediterraneo e levantino, per sua natura tendente all’ignavia e alla furbizia. In questo siamo simili ai greci, ai magrebini e agli italiani del sud. Quando si parla di italiani, farei le dovute distinzioni tra meridionali e settentrionali, di questi ultimi non si può che ammirarne e invidiarne la civiltà.

    Mi dispiace dover dire queste cose poco simpatiche sulla mia gente, ma io al contrario di Lei sono totalmente disilluso, credo sarà molto difficile se non utopico il risveglio identitario e culturale che auspicate (la” rivolta dell’oggetto” come Lei citava in un altra discussione), mi pare manchi il materiale umano, l’humus. Mi chiedo dove sia la civiltà sarda…. un popolo civile produce cultura, un sistema educativo, solidarietà ecc. dov’è tutto questo?

  5.    Egon on 22 Novembre 2008 11:00

    Ha ragione, Onnis, forse ho generalizzato, ma al contrario di quanto può sembrare per quello che scrivo, io nella vita quotidiana ho un atteggiamento positivo per quanto riguarda i rapporti umani e la società in genere, cerco di non perdere mai di vista certi principi di convivenza civile, ma qua torniamo a un argomento già discusso: emanciparsi significa volere l’indipendenza politica della Sardegna? Oppure, l’indipendenza ci renderà migliori e più progrediti? Il mio dubbio sta qui e non solo, ma forse sto deviando dal tema in oggetto.

    Un ultima curiosità se permette. Vedo che cita Gramsci, illustre sardo e pensatore di fama mondiale; la domanda è : perché una mente del genere non ha mai visto l’esigenza per la Sardegna di diventare indipendente? Sono tanti i sardi illustri che hanno “tradito” la causa… perché?

  6.    Omar on 22 Novembre 2008 11:46

    Il fatto che in passato l’ipotesi indipendenza sia stata scartata (anche quando le circostanze storiche la facevano sembrare pressoché inevitabile, come nel 1921) non significa che debba essere scartata per sempre.

    Ma questo potrebbe essere un comodo stratagemma per svicolare, e io non voglio eludere la sua domanda, Egon.

    La verità è che la percezione di noi stessi, della nostra storia, delle nostre esigenze, è già molto cambiata, negli ultimi anni, e sta continuando a cambiare.

    Le condizioni economiche, sociali e politiche del primo Novecento (periodo di vasto fermento indipendentista, ricordiamolo), erano diverse da quelle odierne, benché molte delle magagne storiche che la Sardegna si porta appresso ancora oggi siano molto simili a quelle di cento anni fa ed abbiano comunque una radice comune.

    Le suggerirei, come approccio al tema (che è vasto e avrebbe bisogno di essere adeguatamente articolato e argomentato, per risultare credibile), la lettura del libro del semiologo F. Sedda, La vera storia della bandiera dei sardi, edito da Condaghes nel 2007. Ne trarrà senz’altro spunti di riflessione e magari qualche risposta ai suoi dubbi.

    Niente comunque vieta di rimanere di pareri diversi. Lungi da me ogni intento di indottrinamento.

    La invito però a riflettere sulla possibilità di vedere realizzati i nostri diritti di cittadinanza (alla salute, alla corretta e fruttuosa gestione del nostro patrimonio storico-archeologico-ambientale, alla libertà di spostamento sia interno che verso l’esterno, ecc.) e le nostre aspirazioni di progresso economico, culturale e civile, nell’ambito dell’ordinamento statale italiano: le sembra una possibilità concreta? O, a valutarla bene, non emerge il suo inevitabile conflitto con gli interessi e le necessità italiane?

    Lo dico rivolgendo il mio sguardo al futuro che ci attende da domani ai prossimi cento anni.

    Per me la risposta è scontata. Provi a formulare la sua.

  7.    Egon on 22 Novembre 2008 15:09

    In effetti non si può negare che il governo centrale qualche “sgarbo” lo ha commesso nei confronti della Sardegna, ma io penso sia più colpa dei nostri rappresentanti politici che valgono come un 2 di picche a briscola.

    Non voglio annoiarla troppo, anche perché l’argomento del post era diverso. Seguirò il suo suggerimento, però anch’io mi permetto di suggerirle di pensare se le nostre aspirazioni di un maggiore benessere non si potrebbero raggiungere anche senza dover agognare alla sovranità, ma con sistemi molto più ragionevoli come una modifica allo statuto di autonomia oppure con il federalismo che è anche nei progetti del governo, senza contare poi le enormi difficoltà tecnico/burocratiche necessarie per arrivare a un obiettivo simile, non ultima, il riconoscimento da parte dell’ ONU, anche perché si tratterebbe di un precedente che potrebbe innescare chissà quali dinamiche nel panorama politico italiano e internazionale oltre a una serie di conseguenze forse non del tutto piacevoli per la popolazione

    Saluti, Onnis, e grazie per la pazienza.

  8.    Omar on 22 Novembre 2008 15:44

    Non c’è di che. Grazie a lei.

    Il dubbio è legittimo ed è sempre sano.

    Le differenze di vedute pure.

    E qui sono entrambi i benvenuti.

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