Tutto è connesso, forse…

6 Dicembre 2008 |  Tagged | Commenti disabilitati

Secondo EUROSTAT (agenzia statistica dell’UE), l’Italia brilla per arretratezza nella diffusione di internet tra i suoi cittadini. Non solo la media di accessi è inferiore a quella europea (46% contro 60%) ma risulta anche in calo. Per non parlare della diffusione della banda larga (ormai imprescindibile, anche per le imprese, specie quelle medie e piccole, o per il turismo), ancora a livelli infimi.

Il cosiddetto digital devide (l’analfabetismo elettronico) non è meno significativo e pernicioso di quanto fosse cento anni fa quello tradizionale. La Rete è un medium potente, che travalica ancora le nostre capacità di prevederne le potenzialità e le implicazioni, ma che già oggi costituisce un’insostituibile fonte di informazioni.

Del resto, la sua virtuale incontrollabilità (virtuale nel senso che è pressoché assoluta, non che non sia concreta) lo rende un medium assai sospetto ai centri di potere che si dividono il pianeta e le sue risorse. Laddove ciò è reso possibile da un regime politico adeguatamente autoritario e occhiuto, l’utilizzo della Rete è ampiamente controllato, se non del tutto proibito. Eppure, nonostante ciò e a dispetto di tutti gli apparati repressivi, qualcosa riesce sempre a sfuggire. Nei paesi c.d. democratici, al di là della repressione dei reati compiuti attraverso la Rete, non c’è una regolamentazione censoria sull’uso di internet. Qualcuno, di recente, se n’è lamentato. In specie, il capo del governo italico, Silvio Berlusconi. Costui ha espresso l’auspicio di una regolamentazione stringente del web, non si capisce bene a quale scopo (a parte la comprensibile e inveterata pulsione a farsi gli affari propri: la quota di raccolta pubblicitaria su internet sta crescendo, in proporzione inversa a quella destinata alla televisione, ambito in cui il piccolo dittatore di Arcore naturalmente non vanta alcun interesse!). In generale, per chiunque abbia velleità autoritarie, esiste la necessità di "normalizzare" una fonte di informazioni fin troppo libera come la Rete. Oggi, e non solo in zone del pianeta afflitte da regimi "ufficialmente" autoritari, gran parte dell’informazione obiettiva e non condizionata da interessi privati circola su internet. Lo dimostra un’altra statistica, relativa alle incarcerazioni e alle persecuzioni di giornalisti: ormai sono più perseguitati i liberi battitori dell’informazione on-line (quasi tutti cronisti freelance o curatori di blog) dei colleghi che lavorano per la carta stampata e molto più di quelli che lavorano per la televisione. Questo dato non è sorprendente. Ad uno sguardo anche distratto sulla televisione italiana, ad esempio, non può sfuggire il motivo di questa discrepanza: i giornalisti televisivi italiani sono quanto di peggio (ossia di più innocuo per il potere) possa esistere al mondo in tale ambito professionale. Il medium televisione è "autoritario" per sua natura (come osservava P.P. Pasolini già anni addietro), perciò più adatto ad essere instrumentum regni di qualsiasi altro.

Insomma, una bella fetta della libertà di espressione e del diritto all’informazione si è ormai trsferito su internet. Così come una bella fetta di letteratura, di musica, di cinema e di creatività in generale. Ed anche di marketing, e di comunicazione promozionale e commerciale, di servizi amministrativi e aziendali ai cittadini.

Restare esclusi dalla Rete, come si vede, non è esattamente il modo migliore per partecipare ai processi economici, culturali e sociali contemporanei.

Che l’Italia resti al palo, in questo senso, è perfettamente congeniale al sistema di potere che la domina. Che la Sardegna ne sia l’ultima ruota del carro proprio in tale ambito, invece, è una condizione inaccettabile: per un’isola, com’è intuibile, lo svantaggio geografico può essere di molto attenuato o addirittura, in certi casi, annullato proprio da internet.

Ma il governo italiano, per dare corpo all’iniziativa demagocica dell’abolizione dell’ICI (imposta comunale sugli immobili), generalizzandola ai redditi più alti (ovviamente!), tra le altre spese da tagliare per dare copertura finanziaria alla misura ha visto bene di inserire gli stanziamenti per l’estensione della banda larga in Sardegna. Del resto, che interesse può avere l’Italia a che la Sardegna acquisisca strumenti di emancipazione collettiva? Poco, direi.

E qui si chiude il cerchio del discorso.

L’accesso alla Rete è un diritto. E’ il diritto alla comunicazione, all’informazione, alla partecipazione alla sfera di produzione di senso del nostro tempo. Un diritto da rivendicare e da difendere, tanto più quanto meno è controllabile dal potere economico e politico. E’ fondamentale capirlo e agire di conseguenza.


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