Quarant’anni fa la squadra di calcio del Cagliari vinceva il campionato italiano. Se ne sa abbastanza di quella epopea e dei suoi eroi per non doverne riassumere ora l’andamento e le gesta dei protagonisti.

Un po’ meno si parla di quale fu il senso profondo di tale evento, che aveva connotazioni ulteriori rispetto al mero risultato sportivo, pure di suo rimarchevole.

Il grande giornalista Gianni Brera sentenziò allora che quello fu il vero ingresso della Sardegna in Italia. Ricordiamo che nei medesimi anni si svolgeva l’inchiesta della commissione parlamentare presieduta dal senatore G. Medici, sulle cause e le possibili soluzioni del banditismo in Sardegna.

L’Isola era percorsa da fremiti di varia natura. Le proteste del ’68-’69, con le sue manifestazioni sediziose (vedi fatti di Pratobello, giugno 1969) e i suoi collegamenti veri o presunti con l’ambiente dei latitanti alla macchia; le attività militari più o meno segrete nei vari poligoni di addestramento (specie in quello ubicato presso Capo Marrargiu, sede di addestramento dell’organizzazione Gladio); le elaborazioni teoriche e politiche della prima generazione di intellettuali sardi consapevole degli strumenti della modernità e al contempo dei suoi stessi limiti (Antonio Pigliaru, Mialinu Pira e gli altri); l’alfabetizzazione di massa attraverso la scuola e la televisione, con le sue ricadute culturali (specie sulla lingua e sulla percezione di sé dei sardi); l’industrializzazione e il primo turismo: erano tutti fenomeni che si svolgevano contemporaneamente, spesso contraddicendosi o problematizzandosi a vicenda.

Nel complesso, la Sardegna – benché a fatica – sembrava sul punto di conquistare finalmente l’approdo della Modernità, pur senza rinnegare in toto l’eredità di un passato ancora vivo e influente. Un’epoca feconda e problematica, in potenza foriera di energie e pulsioni emancipative mai conosciute prima.

Come si inserisce in questo quadro articolato la vicenda sportiva del Cagliari Calcio? Be’, sappiamo intanto che alla base dei suoi successi ci fu il sostegno dei petrolieri rampanti di quegli anni (i Moratti e i Rovelli), interessati a speculare sul nostro territorio senza troppi grattacapi di natura ambientale (non era ancora il tempo per simili sensibilità, posto che ora lo sia) e lacciuoli di natura politica e sociale. La politica del panem et circenses sembrò allora certamente vantaggiosa e di fatto lo fu. Una realtà emarginata e provinciale come la Sardegna di quegli anni espresse una squadra di punta nell’ambito sportivo più seguito e popolare. Ne nacque un vero e proprio mito e non si pensò troppo al resto.

Il significato di tanto clamoroso risultato fu anche, e non in minima parte, un recupero di orgoglio di appartenenza da parte dei sardi, specie di quelli che pochi anni prima erano dovuti partire per il Nord-Italia e per l’Europa in cerca di lavoro e di fortuna. Questa sorta di riscatto etnico viene ancora oggi ascritto a merito di quell’epopea calcistica.

Ma siamo sicuri che ne traemmo vantaggi concreti, anche solo in termini culturali? Tutto sommato, credo ci sia da dubitarne. Quel che avvenne allora fu che i sardi vennero indotti a gioire per la conclusione (apparente e illusoria) del processo di integrazione nella realtà culturale italiana. La felicità dell’integrazione prevalse sulle potenzialità apocalittiche (per dirla alla Eco). Che pure esistevano e emergevano, sia pure non sistematicamente. Potenzialità apocalittiche in questo caso significa pulsioni emancipative di segno diverso dall’integrazione. Dopo tutto, in altre realtà (tipo la Catalogna), negli stessi anni, i successi sportivi della squadra locale avevano connotazioni tutt’altro che conciliative, anzi potentemente ostili a qualsiasi processo indotto di identificazione. Nel caso dei sardi e del Cagliari, invece, tutto fu piegato alla logica della distrazione di massa e dell’ottundimento della vera coscienza di sé. Proprio laddove invece si sarebbe potuta sviluppare una identificazione alternativa, di rottura con l’orizzonte di senso in cui venivamo inseriti dall’esterno e dall’alto.

E tuttavia, siccome nelle vicende storiche il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, anche la forte spinta integrativa che quello scudetto, quelle gesta sportive, indubbiamente ebbero, fu in qualche modo contenuta e compensata dal risveglio identitario e dalla nuova auto-coscienza che il riconoscimento di valore da parte altrui portava con sé.

Tanto più che l’eroe per eccellenza di tale avventura – la leggenda vivente Gigi Riva – non si piegò mai del tutto alle logiche intrinseche della società dello spettacolo e dell’egemonia imperante.

Lo scudetto del Cagliari appare dunque oggi come una sorta di incompiuta e come un tradimento mascherato da successo. Ma non manca di suscitare sentimenti di appartenenza e brame di riscatto che possono anche evolversi in aspettative politiche meno controllabili e più “progressive” di quanto i padroni del vapore desiderino.


Commenti



1 Commento

  1.    Degenerato_al_Massimo on 13 Aprile 2010 14:47

    Mi farebbe piacere che lo scudetto venisse vinto da una squadra diversa dal trittico Juve-Inter-Milan.
    Una cosa del genere non succede dal 1991 Certo, in mezzo ci sono stati pure i tricolori di Roma e Lazio (speriamo pure quest’anno), ma quelli sono una sorta di “caso a parte”
    Insomma, è ancora possibile assemblare un team, farlo giocare insieme alcune stagioni, e alla fine raccoglierne i frutti come fecero i blucerchiati?

Nome (obbligatorio)

Email (obbligatorio)

Sito web

Speak your mind

Codice di sicurezza: