Cosa c’è di interessante, di letterariamente interessante, nella vita di due coniugi di mezza età, non particolarmente avvenenti, agiati ma non ricchissimi, provinciali quel tanto che basta per non avere ambizioni superiori alle proprie possibilità, abitanti in un quartiere residenziale da reclame, alla periferia della grande città? Apparentemente nulla, verrebbe da pensare.

Eppure sono questi i protagonisti principali, insieme a una umanità varia ma non eterogenea e a qualche animale, dell’ultimo romanzo di Alessandro De Roma. Un romanzo che si apre come un noir, con una scena di fuga, si sviluppa come un thriller, confonde le idee con richiami alla Sardegna letteraria più abusata (il paese sardo dell’interno con la sua mentalità, il suo essere luogo geometrico di paradossi materiali e immateriali, la necessità di sfuggirne, sempre destinata in qualche modo al fallimento) e si rivela alla fine un tradimento di ogni cliché.

Un’opera sfuggente e spiazzante. “Pericolosa“, per dirla con Michela Murgia. Ma pericolosa solo per chi soffra la paura del confronto col lato oscuro di qualsiasi esistenza, con l’ambiguità del bene e del male non come categorie astratte, dogmi insindacabili, ma come criteri di giudizio pragmatico.

Non c’è bene e non c’è male che possa dirsi assoluto, in questo romanzo, a tratti spietato quanto divertente, lucidissimo eppure folle. E non c’è possibilità di assoluzione.

È anche – e forse soprattutto – una analisi spietata del conflitto generazionale che caratterizza la nostra epoca. Una generazione di adulti ormai anziani si è appropriata del mondo in modo compulsivo, al di là dei propri meriti e del proprio lavoro, approfittando come virus invasivi delle condizioni più adatte per sopravvivere, anche a costo di consumare l’ambiente ospite. Senza la coscienza del domani. Un domani che però presenta il conto, sia sotto forma di sterilità (un figlio che non vuole sentirne di arrivare, allegoria di una sterilità più generale, ideale e concreta), sia sotto forma appunto di debito contratto con le generazioni più giovani, private delle medesime possibilità, cresciute in un clima di aspettative drammaticamente decrescenti – ad onta dell’ideologia mainstream ancora in auge – ma condannate a non essere all’altezza dei propri desideri.

Il debito generazionale si farà sentire, avrà una parte nel romanzo, così come l’ottusa insensatezza di fondo dell’esistenza, che De Roma presenta senza remore, soprattutto quando si annida tra le pieghe della vita più virtuosa e ostentatamente votata al bene.

Un romanzo al contempo del tutto sardo e indifferentemente e universalmente umano, anche laddove, con una scelta che lascia il sapore dell’intrusione paradossale, si fa un breve riferimento al contesto geografico e culturale in cui la vicenda si situa e lo si presenta come l’Italia. Ma l’Italia non c’è, in questa narrazione. C’è una Sardegna ormai postideologica, esposta alle correnti e alle derive dell’umanità contemporanea. Un’umanità occidentale in piena decadenza, che non bastano più le radici identitarie, scosse dai dubbi della modernità, a esorcizzare.

Un libro ben scritto, curato, estraneo alle facili classificazioni, che vale la pena leggere.


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