Sul numero 85 del Manifesto sardo c’è un mio intervento, che qui riproduco.

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La questione della conquista dell’indipendenza da parte della Sardegna di solito non viene connessa alla possibile risoluzione dei problemi concreti della nostra esistenza storica. Tuttavia, anche solo prendendo per buone le posizioni meno fumose e strumentali emerse sin qui nel dibattito politico, risulta evidente come la crisi di tutti i settori economici e sociali sardi e la carenza crescente di beni collettivi devono essere collegate all’assenza di un senso di appartenenza e identificazione comune e alla sua inevitabile traduzione politico-istituzionale.

La questione dei rapporti politici tra Sardegna e centri di potere che ne condizionano concretamente i fattori economici, sociali e culturali è ineludibile. La liberazione in termini di indipendenza politica della Sardegna non può non comportare, alle condizioni storiche date, anche la liberazione da quei vincoli e condizionamenti strutturali, che la subalternità a un ordinamento giuridico altro, rappresentativo di interessi alieni, si porta appresso. La classe dominante, in Sardegna, è costituita in larghissima parte da rappresentanti locali di centri di potere che non hanno sull’Isola se non la sede di propri interessi speculativi. Storicamente vale ancora oggi quello che valeva molti decenni fa, per non dire secoli: chi guida e regge le sorti dei sardi non ha i sardi e la Sardegna come soggetto di riferimento.

Non è un problema contingente. L’elezione di Ugo Cappellacci a presidente della regione è la conferma, non la smentita, di tale fenomeno politico e culturale. La stessa autonomia regionale, così come è stata concepita e realizzata, è semplicemente la veste contemporanea di un rapporto di sudditanza dalle radici lontane, rivestito di orgoglio posticcio, di un nazionalismo minorato.

Bisognerebbe cominciare a chiedersi come mai la Sardegna viva praticamente da sempre (se si prende il metro della vita umana e non della storia) in uno stato di crisi. Le rivendicazioni che la classe sindacale e politica autonomista porta avanti in questi stessi giorni sono le stesse di venti, trenta e quaranta anni fa. Solo un caso? Privare un popolo della propria storia, della propria forza collettiva e insieme delle sue risorse materiali è uno strumento efficacissimo per tenerlo sotto controllo. Con la sua stessa approvazione. “Come faremmo senza l’Italia?” è la domanda che spesso ci viene rivolta. “Nessuno può farti sentire inferiore senza il tuo consenso”, diceva però Eleanor Roosevelt. Possiamo trovare migliore conferma storica di noi stessi, a questa massima?

Sarebbe fin troppo facile dimostrare come la Sardegna avrebbe già oggi tutte e potenzialità per sostenere un proprio ordinamento giuridico sovrano. A parte gli studi accademici, basterebbe fare un po’ di conti con i dati che abbiamo sotto il naso. Il timore dell’indipendenza politica è più culturale e psicologico, che basato su riscontri economici seri. La stessa pretesa che indipendenza significhi solitudine e isolamento si scontra con la evidenza storica di una terra che isolata e solitaria non è stata mai. È vero invece che spesso ha dovuto subire i processi, in cui era pure immersa, senza parteciparvi attivamente. Non sempre, però. E di quali interdipendenze (termine diventato di moda) si può parlare se non si accetta di essere un soggetto attivo della propria storia? Noi non possiamo essere interdipendenti senza essere indipendenti. È quasi una tautologia.

Un progetto di sovranità deve necessariamente saldarsi, dunque, con ogni tentativo onesto e lungimirante di emancipazione sociale. Al centro dell’azione politica bisogna richiamare quella congerie di gruppi sociali ricattati e disorientati che oggi formano la nostra classe produttiva (sia in termini materiali sia immateriali). Il conflitto di classe, benché apparentemente mutato se non scomparso, è in realtà inevitabile, dato il contesto storico in cui ancora viviamo. Così come la logica del capitale. La questione è come inquadrarli in una visione più complessa e integrata, rendendoli un elemento di dinamismo, anziché strumenti di dominio e fonti di subalternità. Compito della politica, questo.

Margaret Thatcher sosteneva che la società non esiste: esistono gli individui e al massimo le famiglie. Questa visione, oggi dominante, è ciò che bisogna falsificare. Le lotte corporative, le rivendicazioni lacrimose rivolte al padrone sono ininfluenti a livello strutturale. Il contrasto delle mire parassitarie sulla nostra terra e sulla nostra gente è invece strettamente collegato a una nuova consapevolezza collettiva (che possiamo serenamente chiamare nazionale) e alla sua proiezione politica. Il tutto inserito in una visione più ampia, rivolta al mondo, senza particolarismi né di natura sociale, né di natura etnica o nazionalista (strumenti privilegiati della conservazione).

L’onere della prova circa le ragioni di un progetto indipendentista partecipativo ed emancipativo oggi deve essere invertito. Questo, le componenti progressiste della nostra collettività, quelle intellettualmente libere, sia in campo politico, sia in campo artistico, letterario, professionale, così come le forze del lavoro, devono cominciare a comprenderlo e farlo proprio. Il rischio altrimenti è di restare ancora, forse definitivamente, la periferia debole e marginale di un impero in disfacimento. Di arrivare tragicamente impreparati alla sfida che la crisi sistemica contemproanea, una vera transizione di civiltà, ci sta già presentando.


Commenti



1 Commento

  1.    sara on 2 Novembre 2010 15:53

    complimenti, ottimo articolo, condivido pienamente!

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