Esperimenti

14 Gennaio 2011 |  Tagged , , , , , , , | Commenti disabilitati

È necessario occuparsi di una questione italiana, ma che ha risvolti e significati ulteriori, che ci riguardano sia in quanto abitatori del mondo, sia in quanto sardi. Mi riferisco al referendum tra i lavoratori della FIAT di Mirafiori, Torino.

L’Italia in qualche misura è sempre stata, nella sua breve storia politica, una sorta di laboratorio. La Sardegna, a sua volta, a tratti ne è stato l’avamposto sperimentale. In questo frangente l’operazione spudoratamente ricattatoria, di stampo padronale ottocentesco, messa in campo da Sergio Marchionne, è una prova di forza evidente che il capitale mette in atto in uno spazio politico debole (quello italiano), senza contrappesi che non siano quelli sindacali. E la condizione attuale dei sindacati non ne fa certo un interlocutore forte.

Il conflitto ineliminabile tra capitale e lavoro viene abbandonato alle sue mere dinamiche interne, ai brutali rapporti di forza, senza che la sfera della politica intervenga a gestirlo o indirizzarlo in nome di un interesse più ampio e generale. È il sogno di qualsiasi “padrone”, l’esito naturale dei processi materiali e strutturali del sistema capitalista in quanto tale. Che a sua volta non è il funzionamento spontaneo e inevitabile dei meccanismi di produzione e distribuzione dei beni, o di gestione delle risorse scarse del pianeta, bensì è il sistema attualmente dominante. Un fatto storico, non un destino metastorico, trascendente, scritto negli astri.

Il discorso posto da Marchionne è  semplice: o si fa come dico io o mollo baracca e burattini e porto l’industria automobilistica da qualche altra parte. Un ricatto cui la politica non sa o non è in grado di rispondere, per i suoi limiti o per interessi coincidenti, e contro il quale i lavoratori hanno pochi mezzi per opporsi, dato che il rifiuto corrisponderebbe alla perdita del lavoro, ossia del reddito, ossia del principale fondamento delle proprie possibilità di vita.

Per come funzionano le cose attualmente, non sembra esserci scampo, insomma.

Tralasciando tutte le riflessioni di ordine generale, politico, storico, sociale, economico, che altri e molto meglio di me hanno fatto e stanno facendo in questi giorni, mi preme però sottolineare proprio l’aspetto ricattatorio della faccenda. Perché? Be’, perché mi suona familiare.

Dov’è che ho già sentito qualcosa di simile? Ma in Sardegna, è ovvio. L’avamposto dei crudi meccanismi del capitale siamo noi. Altro che terra fuori dalla Storia! Esempi? Ah, non c’è che scegliere. Vogliamo parlare dell’impatto sociale e culturale, oltre che economico, della monocoltura petrolchimica delle nostre aree industriali? O della deprimente posizione degli amministratori locali (non tutti, per fortuna) nelle aree asservite a usi militari?

Ancora in questi giorni, mentre le cronache sono occupate dalla questione del poligono interforze del Salto di Quirra, dei suoi risvolti igienico-sanitari, e addirittura per la prima volta una procura ci apre su un’inchiesta, gli amministratori locali vanno in pellegrinaggio a Roma per perorare la causa dei lavoratori nel settore delle pulizie, minacciati dai tagli a tali servizi nelle basi militari. Preoccupazione sacrosanta, intendiamoci, ma forse figlia di un problema ben più grande e complesso.

Potremmo poi ricordare la situazione del Sulcis o di Porto Torres, sedi privilegiate di applicazione del “modello Marchionne”: il capitale prende e si sposta dove più gli conviene e tanti saluti ai lavoratori e al territorio (ivi compreso il lascito di inquinamento e devastazione ambientale). Euroallumina, Alcoa e Vynils sono dei pionieri rispetto alla FIAT. E che dire della SARAS, azienda padrona di Sarroch e dintorni?

Insomma, questo genere di faccende va osservato in una prospettiva al contempo globale e locale. Globale, perché è perfettamente inutile concentrare lo sguardo solo sulla singola azienda e sulla singola vertenza sindacale, quando tutto è inserito in dinamiche generali. Locale, perché è ormai doveroso interrogarsi su possibili modelli economici alternativi in base alla potenzialità e alle risorse dei territori. In Sardegna più ancora che a Torino, forse.

Ma chi dovrebbe assumersi il compito di ragionare in termini sistemici su queste faccende non è il singolo cittadino/lavoratore, troppo spesso abbandonato alle onde dei rapporti di forza concreti (dove non può che soccombere); né il lavoro organizzato: i sindacati hanno una visuale ristretta e troppo schiacciata sul presente e sull’immediato futuro, per poter essere agenti propulsivi a un livello generale. Chi dovrebbe occuparsi di queste faccende in un’ottica ampia, che tenga conto della complessità e degli interessi collettivi, è la sfera politica. Tanto vituperata, quanto indispensabile, se non ci vogliamo affidare ai meri meccanismi del capitale (già largamente dominanti, sia pure in una fase di crisi come quella attuale, o forse ancor di più proprio in virtù di essa).

In questo senso, se l’Italia non ride, la Sardegna potrebbe legittimamente disperarsi. Se non fosse che il tempo per i piagnistei è abbondantemente scaduto. Occorre riappropriarci, come cittadini e come collettività storica, della politica e della capacità di incidere sui meccanismi economici. E occorre farlo esercitando il nostro potere di scelta da un lato e il nostro diritto/dovere a partecipare alla elaborazione teorica e pragmatica dall’altro. Il disimpegno, la delega, l’attesa del favore o dell’aiuto da parte di chi gestisce il sistema sono forme totalmente illusorie di ricerca del benessere o almeno del quieto vivere. Perché il quieto vivere è tendenzialmente la morte – sociale, civile, culturale e anche fisica – e non credo che sia quello a cui dentro di noi aspiriamo tutti, come singoli e come comunità.

Specialmente in Sardegna la latitanza colpevole e interessata della sfera politica nei processi storici strutturali in corso è spesso giustificata – pateticamente – con l’argomento della nostra marginalità e perifericità, della nostra debolezza congenita. Ma la marginalità e la perifericità sono condizioni assolutamente relative e per nulla inevitabili, sol che si prenda in considerazione una prospettiva diversa e che si apra lo sguardo, come collettività storica, al mondo che ci circonda.

Dobbiamo ribaltare la visione di noi stessi come vittime sacrificali di meccanismi cui non possiamo sfuggire e su cui non possiamo incidere. Possiamo aspirare ad essere sì un avamposto e un laboratorio, ma magari di elaborazione nuova, di progettazione, di innovazioni economiche, politiche, sociali, culturali. Ma per farlo dobbiamo maturare una consapevolezza diversa e il coraggio di esistere come noi stessi, non come porzione marginale e ininfluente di qualcos’altro, senza la paura di essere all’altezza di un mondo nel quale nessuno ci garantirà il benessere cui aspiriamo se non saremo noi a darcelo.

Spero che almeno la forza cruda della realtà ci risvegli presto dal sonno della ragione e ci liberi dall’incantesimo di paura che ci opprime.


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