La deriva

19 Gennaio 2011 |  Tagged , , , , , , , , | Commenti disabilitati

Poi mi chiedono perché mai sia necessario separare il nostro destino collettivo dall’Italia. Vorrei che qualcuno mi desse un buon motivo, uno solo, per non desiderarlo!

Mentre nei mass media italici impazza il gossip più spinto sui passatempi del “capo del governo” (questa dizione, oggi molto usata per Berlusconi, era a suo tempo la definizione prevalente di Mussolini, ma non ha riscontri nell’ordinamento giuridico repubblicano italiano), ne succedono “di ogni” (cit.), senza che la stragrande maggioranza di noi se ne dia troppo pensiero.

A parte quisquilie, tipo un nuovo sversamento in mare di liquami mefitici, c’è da registrare l’ennesima assurda morte in Afghanistan di un giovane uomo, per caso sardo. Morte che si aggiunge alle ancor più assurde e ingiustificabili morti di bambini e civili di quel martoriato paese.

Che Luca Sanna fosse sardo non toglie né aggiunge nulla all’assurdità della sua sorte sfortunata. O meglio, forse qualcosa l’aggiunge: la solita dose supplementare di retorica fondata sugli insopportabili stereotipi del sardo “generoso”, “coraggioso”, “bravo soldato”, ecc. che fanno sempre tanto “Brigata Sassari sul Carso”. Stereotipi irrinunciabili per l’apparato egemonico che ci domina e determina in quanto collettività.  Una collettività sempre sotto tutela, bisognosa di costante legittimazione, per poter aspirare ad una cittadinanza piena.  Niente di edificante, dunque. Sia detto con tutto il rispetto e il cordoglio per chi ha perso la vita e per i suoi cari.

Ma vorrei soffermarmi su un tema che magari sembra non ci tocchi, ma che invece ci da il senso della deriva inarrestabile in cui sta precipitando l’Italia. La stessa Italia per la quale vale sempre la pena sacrificarsi. Cosa che la dice lunga su quanta poca considerazione abbiamo di noi stessi.

La faccenda è quella che si sta consumando in Veneto, a proposito di libri, di biblioteche e di censura. Con la scusa (non saprei definirla diversamente) di sanzionare pubblicamente il rifiuto del Brasile di consegnare all’Italia il latitante Cesare Battisti, l’assessore alla cultura della provincia di Venezia prima e quello regionale poi stanno mettendo in campo iniziative di condanna ai danni di autori che abbiano perorato la causa di Battisti in una petizione del 2004. Per portarsi avanti e non rischiare di lasciare indietro nulla di impunito, i premurosi censori hanno inserito nelle loro liste di proscrizione anche Roberto Saviano e Marco Paolini, che quell’appello pro Battisti manco l’avevano firmato.

La cosa è gravissima per almeno due ordini di motivi.

Il primo è che si pretende di condannare alla rimozione e/o all’oblio le opere a causa di una presa di posizione pubblica dei loro autori o della loro posizione politica. Cosa di suo irricevibile.

Il secondo è che la pressione censoria viene esercitata verso le biblioteche pubbliche e in particolare verso quelle scolastiche, con l’argomentazione (“liberale” dicono questi zuzzurelloni) che le biblioteche, in quanto pubbliche, spendono soldi di tutti dunque possono legittimamente essere colpite da una fatwa politico-amministrativa, mentre le librerie sono private e possono fare quello che vogliono. A parte i complimenti per tanta paradossale fantasia, ci starebbe bene anche una sonora pernacchia. E magari l’invito alla sollecita lettura del Manifesto UNESCO sulle biblioteche pubbliche.

La cosa – già grave in sé – acquista il colore di un sintomo pericoloso se inserita nel contesto della degenerazione italica contemporanea. Una deriva di stampo reazionario, in corso in un paese senza molti anticorpi civili, con una coesione nazionale pressoché inesistente e una coesione sociale basata sul “chiagne e fotti”, di cui chi governa offre i massimi esempi.

Lasciamo perdere qui quali ne siano le cause, quali i risvolti e quali i possibili sviluppi. Quel che chiedo è: possibile che non si veda altro destino per noi al di fuori di questo? Cioè, non ci rimane  altro che essere orgogliosi del fatto che il “capo del governo” si sollazzi con le sue donnine (spero almeno ben pagate) nelle sue residenze sarde, proprio come ci sentiamo orgogliosi che un cantante sardo vinca Sanremo e più o meno allo stesso modo di quanto ci inorgoglisce che un sardo sia morto in guerra per l’Italia? È questo alla fin fine che ci rimane?

Be’, scusate, ma anche se non ci fossero altri motivi -  ci sono, intendiamoci -  per desiderare di mollare la baracca italica, a questo punto mi basterebbero questi.


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