Gli eventi che scuotono il Nord Africa e il Vicino Oriente, così come le mobilitazioni che attraversano l’Italia, devono darci da riflettere.

Domenica si è celebrata, nel modo libero e fantasioso che era auspicabile, una giornata per la dignità della donna e in fondo anche dell’uomo. Anche molte piazze sarde si sono riempite di persone, di tante età, di varia estrazione sociale e culturale, senza alcuna mobilitazione dall’alto, ma con la modalità, ormai consueta, dell’autoconvocazione della società civile, della parte di popolazione più responsabile e consapevole.

A proposito di donne, sarebbe interessante interrogarsi sulla posizione della donna nella società sarda contemporanea. Al di là di stereotipi finto-antropologici (il famigerato matriarcato sardo) e adesioni acritiche a cornici concettuali generate nel contesto italiano. Magari ne riparleremo.

Quel che mi preme sottolineare, adesso, è che nessuna forza politica istituzionalizzata riesce ormai a produrre simili raduni, se non forse le maggiori associazioni sindacali, ma nemmeno sempre e nemmeno tutte. È un risveglio collettivo che attraversa l’intero globo, con manifestazioni diverse, diversamente strutturate e con ragioni solo apparentemente contingenti o locali.

Dico apparentemente, perché, cercando di osservare con uno sguardo prospettico, ci sono alcuni fenomeni di fondo che in realtà condividono una matrice comune.

In fondo, quello che chiede il giovane maghrebino o egiziano, il disoccupato greco, la donna italiana, l’operaio sardo, il militante giordano, il manifestante birmano o il dissidente cinese è non solo che sia ampliata o riconosciuta una sfera minima di diritti formalmente espressi, positivamente previsti, ma anche che siano verificate le condizioni affinché tali diritti siano esercitabili o godibili.

Vengono al pettine i nodi che la Modernità ha allacciato ma che non è riuscita a sciogliere. La dialettica tra economia, diritti sociali, libertà ed eguaglianza si trasforma in conflitto, non appena si altera anche di poco il loro difficile equilibrio.

Negli ultimi quarant’anni (precisamente dalla fine della convertibilità aurea del dollaro USA e dal primo choc petrolifero: anni 1971-3) l’economia, ossia gli assetti derivati dal puro e semplice meccanismo del capitale, ha prevalso su tutto il resto.

Il conflitto dunque è inevitabile, perché le condizioni storiche per quell’equilibrio non ci sono più. Esso ha funzionato per pochi decenni, nel secondo dopo guerra novecentesco, dopo di che, prima ancora che i suoi effetti benefici si diffondessero globalmente, l’inevitabile crisi dovuta ai limiti sistemici della crescita produttiva e consumistica ha sparigliato le carte e messo a nudo quei nodi di cui per un attimo ci si era potuti dimenticare.

Il problema di fondo è conciliare forme di libertà, accesso ai beni di consumo e ai beni collettivi (che non coincidono) e principi come quello dell’eguaglianza, a sua volta reso cogente dall’apparato di previsioni normative positive, vigenti degli ordinamenti giuridici di tipo democratico. Ordinamenti democratici che non possono non risentire dal cambiamento di condizioni storiche, materiali, in cui devono trovare applicazione.

Perché la libertà è una parola vuota, oppure la sanzione della legge del più avvantaggiato, quindi mero arbitrio, se non si concretizza in possibilità di vita grosso modo paritarie per tutti, se non trova riscontro in un accesso garantito a beni fondamentali come cibo, acqua, istruzione, cultura, arte, mezzi di comunicazione, se non sono garantite a tutti indistintamente le condizioni minime di una vita dignitosa. La libertà è tale se è di tutti.

La crisi di transizione, di cui viviamo tutto sommato solo l’inizio, porta dunque a confliggere le inevitabili pulsioni del sistema di produzione dominante (e dell’apparato egemonico che lo sostiene) con le aspettative di libertà, diritti ed eguaglianza suscitati dalla stessa Modernità di cui il capitalismo è insieme co-fondatore e protagonista assoluto.

I processi emancipativi sono sempre complicati. Di solito, sono favoriti dal crescere della disponibilità di risorse e da condizioni storiche che generano apertura culturale. Tant’è che uno dei momenti di maggiore e diffusa emancipazione fu appunto l’Età dell’Oro del secondo dopo guerra (movimenti per i diritti civili, movimenti dei lavoratori, lotte studentesche, de-colonizzazione, ecc.). Questo perché le elites dominanti possono concedere più vantaggi agli altri strati sociali solo se i loro privilegi non sono minacciati. In una fase di crisi, invece, tende a riemergere scopertamente il duro rapporto di forze, senza concessioni.

Oggi dunque ci troviamo in una situazione in cui le domande di libertà e diritti sono se possibile cresciute o in aumento (specie in certe aree del mondo, ma anche nell’Occidente ripiegato su se stesso e sotto assedio), mentre le aspettative per il futuro sono drammaticamente decrescenti. Sovrapproduzione e disoccupazione sono solo epifenomeni di una crisi strutturale ben più profonda, che coinvolge i fondamenti della convivenza tra gli uomini sul pianeta e le condizioni stesse della nostra sopravvivenza come specie.

Non sarà facile per nessuno affrontare questa epoca. Tanto meno quanto meno saranno coltivate consapevolezza, cultura, condivisione. Di sicuro, per la Sardegna, sarà ben difficile far fronte alle sfide che la storia ci presenta nella penosa condizione di periferia senza voce di uno stato in dissoluzione, in un’area ad alto tasso conflittuale come il Mediterraneo.


Commenti



I commenti sono chiusi

Nome (obbligatorio)

Email (obbligatorio)

Sito web

Speak your mind

Codice di sicurezza: