Articolo pubblicato sul n. 22 di PaginaUno (aprile-maggio 2011), scritto nel marzo 2011

Premessa
Le servitù militari in Sardegna possono essere considerate da diversi punti di vista. Quello politico, quello socio-sanitario, quello socio-economico, quello culturale, quello giudiziario, quello storico. Sono livelli e ambiti che si intersecano, chiamando in causa i fondamenti stessi della nostra convivenza civile, i concetti generali di democrazia, di sovranità, di diritto. Ecco perché occuparsi ancora del Poligono interforze del Salto di Quirra e Capo S. Lorenzo riveste un significato che oltrepassa la vicenda in sé, pure importante, e ne fa una questione emblematica. E per questo è essenziale affiancare a una cronaca puntuale sull’attualità una visuale prospettica che tenga conto di tale complessità. Solo così sarà intellegibile in tutte le sue sfaccettature quella che già Gramsci, da sardo, definiva la ‘quistione sarda’. Una questione che fatica a entrare nell’agenda politica e mediatica italiana, ma che nondimeno prima o poi dovrà essere affrontata.

Ultime dal Poligono
Tra fine 2010 e inizio 2011 si sono accavallate sulla questione del Poligono interforze del Salto di Quirra notizie e prese di posizione di vario genere, tali da rinnovare il dibattito pubblico e politico in merito.

Nel mese di gennaio sono state rese note le risultanze di un’indagine della Asl competente a proposito dell’incidenza di alcune patologie, specie tumorali, tra la popolazione locale. È risultato ammalato il 65% degli allevatori coinvolti nello studio e sono state riscontrate malformazioni congenite negli animali: tassi di incidenza sorprendentemente alti, ben al di là della media naturale.

Tali risultanze, balzate immediatamente agli onori delle cronache, hanno prodotto numerose reazioni, sia presso la popolazione e l’opinione pubblica, sia sui media e anche da parte delle istituzioni locali, a vari livelli. Alcuni deputati e consiglieri regionali del Pd hanno preso posizione in termini più netti che in passato, chiedendo addirittura la chiusura del Poligono. Il che rappresenta un cambiamento di posizione, rispetto a quanto espresso nel 2008 dai parlamentari sardi dello stesso partito, firmatari di una interrogazione a sostegno dell’ampliamento della base.

I comitati spontanei e le associazioni che da anni si dedicano al problema hanno valutato l’esito di tali indagini come una conferma di quanto vanno sostenendo da tempo sui rischi causati dall’attività militare in Sardegna. Che come si sa dura da decenni, benché quasi mai sotto i riflettori della cronaca e dei mass media.
Tuttavia, sono anche emerse posizioni meno critiche o addirittura favorevoli al Poligono, come già in passato. Amministratori locali e lavoratori impiegati nell’area militare e nell’indotto contestano i risultati e ripetono l’argomentazione secondo cui l’attività del Poligono è da salvaguardare, sia per l’impatto positivo sull’occupazione, sia perché si tratterebbe di un polo di ricerca di eccellenza internazionale.

A opera del senatore Gallo è stata poi fatta, di recente, la proposta di usare armi all’uranio impoverito nell’area del Poligono per verificare se siano realmente patogene: una sorta di esperimento diretto sulla popolazione. Proposta che ha prontamente suscitato reazioni indignate.
Nell’insieme non si tratta di una serie di evenienze e prese di posizione inedite. Nemmeno la notizia in sé è una vera novità.

In questo frangente vanno però segnalati due aspetti. Il primo è il silenzio delle autorità militari. Mai inclini a rilasciare dichiarazioni, tanto meno a fornire spiegazioni dettagliate, in questo caso la loro è una assenza che pesa, il classico ‘silenzio assordante’. Eppure, paradossalmente, proprio dal ministero della Difesa arrivano conferme implicite sulla fondatezza delle preoccupazioni sul versante socio-sanitario, come il riconoscimento di risarcimenti per le vittime della cosiddetta sindrome di Quirra, in base alla Legge 224 del 2007.

L’altro aspetto rilevante è che per la prima volta la magistratura ordinaria ha aperto un’inchiesta sull’intera questione. Il pm Domenico Fiordalisi, della procura di Lanusei, ha ipotizzato il reato di omicidio colposo e ha disposto sequestri e accertamenti di vario genere, relativi all’area del Poligono e alle zone circostanti.
Una situazione mai verificatasi prima, che lascia intravedere la possibilità di conflitti tra poteri dello Stato, se l’inchiesta dovesse andare avanti.

In generale, però, quello che manca è il tentativo di inquadrare l’intera questione in termini prospettici e al contempo complessi, tenendo conto di tutti gli elementi che la compongono e di tutti gli ambiti che essa investe. Proviamo ad accennare un tentativo in tal senso.

Un po’ di storia
Come mai la Sardegna ospita circa il 60% delle servitù e delle aree militari dello Stato italiano? Come mai al contempo ha indici infrastrutturali molto al di sotto della media italiana (quello stradale è 43 fatto 100 l’indice generale italiano; quello ferroviario è 13 su 100; fonte Istat)? Com’è possibile che lo Stato italiano sia debitore verso la regione Sardegna di una cifra intorno ai 10 miliardi di euro e la Sardegna, per far fronte alle spese ordinarie, si debba indebitare con mutui bancari? Ha a che fare tutto ciò con le statistiche che vogliono la Sardegna come la regione che soffre una tra le maggiori dispersioni scolastiche e di uno dei più bassi tassi di laureati d’Europa? E quelle altre che indicano i sardi come la popolazione più depressa, clinicamente depressa, tra tutti i cittadini italiani? Questo strano intreccio di condizioni materiali, giuridiche e culturali va affrontato in una prospettiva storica, altrimenti rimane incomprensibile. Allo stesso modo in cui rimane incomprensibile l’acquiescenza diffusa nella popolazione verso questi dati di fatto.

Cominciamo in medias res con un esempio concreto. Nel 1887 il giovane Regno d’Italia era impegnato nei tentativi di affermazione internazionale, avventure coloniali comprese. Nel contesto di tale politica di potenza si inserivano le questioni diplomatiche e gli scontri tra interessi nazionali contrapposti. In quell’anno, per esempio, il Regno d’Italia denunciò i trattati commerciali che regolavano i suoi rapporti economici con la Francia. Una misura di ripicca protezionistica allora non inconsueta. Effetto diretto di questa misura fu l’improvvisa chiusura del maggiore sbocco per le esportazioni agroalimentari sarde. Una conseguenza marginale, nei giochi di poteri tra Stati. Per la Sardegna tuttavia significò il brusco ridimensionamento di un settore che stava allora consentendo all’isola di riemergere da decenni difficili. L’ampia disponibilità di manodopera in eccedenza prodotta da tale crisi consentì di ravvivare l’attività estrattivo-mineraria a condizioni competitive, giocando sul minor costo del lavoro. Al contempo, si espanse il settore pastorale, con l’arrivo di investitori da fuori (gli industriali caseari romani, in particolare), determinando la creazione della ‘monocoltura della pecora’, che – esito tutto interno alla logica del capitale in senso moderno – oggi appare così tipica, tradizionale, della Sardegna. E così problematica (Vertenza pastori). Parallelamente ci fu anche una recrudescenza dei fenomeni criminali, in particolare del banditismo. Insomma, l’interesse nazionale (italiano), legittimamente perseguito, aveva causato un trauma economico e sociale in Sardegna. Un caso tipico dell’approccio top-down – prediletto dall’amministrazione sabauda prima e italiana poi – nei rapporti tra Stato centrale e periferia. Per la Sardegna, dal 1720 in mano ai Savoia, una conferma.

Già, ma come c’era finita la Sardegna in questa situazione?

Nel 1720, dopo la Guerra di Successione spagnola (una sorta di guerra mondiale dell’epoca), la corona del Regno di Sardegna (prima facente parte della Corona imperiale iberica) era stata ceduta ai Savoia, casualmente ritrovatisi dalla parte giusta del conflitto (dopo un opportuno cambiamento di alleanze). Era l’esaudimento di un desiderio a lungo coltivato: il titolo monarchico. Unico inconveniente, oltre al titolo c’era da prendersi anche la Sardegna. Cosa di cui i Savoia non mancheranno di lamentarsi a lungo (ancora nel 1859 Cavour provò a vendere l’isola alla Francia, in cambio del consenso a un’espansione territoriale sul continente). Da lì comincia un rapporto difficile col governo sabaudo, rappresentato in Sardegna dal viceré e dai funzionari più alti dell’amministrazione, rigorosamente piemontesi, comunque non sardi. Una ristrutturazione delle istituzioni in termini centralistici e l’imposizione dell’italiano come lingua ufficiale (al posto dello spagnolo e in parte del sardo, 1760) si sommarono a condizioni materiali difficili, accentuate dal rigore tributario. Si arrivò quindi ai fatidici anni tra il 1793 e il 1799. Un tentativo di sbarco da parte dei francesi, nel febbraio 1793, scatenò la risposta militare autoconvocata della nobiltà isolana, che, respinto vittoriosamente il tentativo, ne ricavò degli argomenti per pretendere maggiore partecipazione al potere. Il diniego da parte del re e le pulsioni ideali innescate nella borghesia locale dalle idee che arrivavano dalla Francia illuminista e rivoluzionaria fecero scatenare una reazione radicale. I piemontesi furono cacciati dall’isola nella famosa giornata del 28 aprile 1794 e in quelle successive (data che viene celebrata ogni anno con la festa ufficiale di sa Die de sa Sardigna). L’isola per un paio d’anni sembrò destinata a scuotersi di dosso la zavorra di un regime feudale anacronistico, rapace e per di più reso più forte dall’eliminazione da parte del governo sabaudo di molte istituzioni e usi locali. Il voltafaccia dell’aristocrazia, dell’alto clero e di una parte della borghesia fece fallire la rivoluzione, cui seguì una dura repressione, specie allorché, nel 1799, la corte sabauda, in fuga da Napoleone, fu costretta a rifugiarsi a Cagliari (dove rimase fino al 1814).

Il XIX secolo si aprì sull’isola con gli ultimi tentativi dei repubblicani sardi di rovesciare il regime monarchico e feudale. Tentativi finiti malissimo, per chi se ne rese protagonista, con episodi di crudeltà repressiva addirittura raccapriccianti (come le torture e l’esecuzione di Francesco Cilocco, nel 1802). Proseguì poi con una stagione di riforme, sempre calate dall’alto e applicate con la massima severità: il famigerato ‘editto delle chiudende’ (ottobre 1820), con cui si permetteva a chiunque di fare propria qualsiasi porzione di terra semplicemente recintandola; l’abrogazione della Carta de Logu di Eleonora d’Arborea (in vigore dal 1392, confermata dai conquistatori iberici nel 1421) per la promulgazione del codice di Carlo Felice; l’abolizione del feudalesimo a spese delle popolazioni (anni ’30); l’Unione Perfetta con gli Stati del continente e rinuncia alle istituzioni proprie della Sardegna (1847). Tutte misure prese per ragioni apparentemente ragionevoli, a volte su sollecitazione delle élite dominanti locali, ma di fatto incuranti della realtà su cui andavano a incidere e con esiti spesso peggiorativi per le condizioni materiali della popolazione. Dopo la crisi di fine anni Ottanta, da cui siamo partiti, il XIX secolo si concludeva con una stagione di rivolte popolari, di disordini sociali e di repressione (culminata con la ‘Caccia Grossa’ del 1899: una spedizione militare nelle zone interne contro i numerosi latitanti).

Non si apriva meglio il secolo XX. Nel 1904 l’eccidio dei minatori in sciopero a Buggerru generò la mobilitazione dei lavoratori in tutta Italia e il primo sciopero generale. Nel 1906 il rincaro dei generi di prima necessità (del pane in particolare) provocò vasti disordini e vere e proprie sommosse, partite da Cagliari ed estese presto ad altre zone dell’isola. In quegli anni la parola d’ordine che circolava tra simpatizzanti liberali e democratici era ‘emancipazione’. Ossia, indipendenza dall’Italia. Come testimonia lo stesso Antonio Gramsci, in quel periodo nelle piazze e nei ritrovi pubblici o privati si diceva apertamente: «A mare i continentali!»

La Grande Guerra interruppe momentaneamente tali fermenti. Ma solo per farli riemergere più forti al ritorno dei reduci dal fronte. L’evento che per molti italiani suscitò il primo processo di identificazione nazionale, per i sardi costituì un’improvvisa presa di coscienza sulla propria alterità identitaria. Ne scaturì la fondazione del Partito Sardo d’Azione. Il quale, tuttavia, venne condotto dai suoi leader (tra cui Emilio Lussu) sulla via dell’autonomismo, rinunciando esplicitamente, contro la volontà della base, a ogni istanza indipendentista. Parte del PSdAz confluì pochi anni dopo nel Partito Nazionale Fascista.

La politica del regime nell’isola seguì la traccia della precedente politica sabauda: un approccio dall’alto sui problemi strutturali, senza escludere imposizioni autoritarie. Grandi opere infrastrutturali, investimenti consistenti, ma in generale finalizzati a rendere la Sardegna capace di produrre ciò di cui l’Italia aveva bisogno. Dopo le sanzioni internazionali e l’imposizione del regime di autarchia, soprattutto grano e carbone (di qui le bonifiche presso Oristano con la fondazione di Mussolinia, l’attuale Arborea, e la fondazione di Carbonia, nel Sulcis). Una ulteriore riconferma dell’approccio top-down cui la Sardegna era soggetta ormai da duecento anni. Le devastazioni prodotte dalla guerra (specie nelle città, e a Cagliari in particolare) terminarono precocemente con l’abbandono pacifico dell’isola da parte del contingente tedesco, ben prima che la guerra fosse conclusa in Italia e in Europa.

Il secondo dopoguerra del Novecento è l’epoca che a livello globale rappresenta uno dei momenti di maggiore progresso nel minor tempo dell’intera storia umana. L’Età dell’oro, la definisce lo storico Eric Hobsbawm. In Sardegna è l’epoca dell’autonomia, della sconfitta della malaria (grazie a cospicue irrorazioni di DDT fornito dalla fondazione Rockefeller), dei Piani di Rinascita, della recrudescenza dell’emigrazione, dell’ultimo banditismo ‘romantico’, dell’alfabetizzazione di massa. E delle servitù militari, ovviamente. In tutto questo, permane una costante: ancora una volta l’approccio top-down. L’autonomia regionale è la foglia di fico per una classe dirigente totalmente subalterna ai centri di potere politico ed economico dominante. Gli interessi che vengono perseguiti hanno sempre una radice e una fonte estranea. Gli stessi Piani di Rinascita sono l’emblema della subordinazione e della tutela cui la Sardegna sembra destinata per propria natura, quasi un destino ineludibile. Per quanto gli scopi dichiarati siano quelli dello sviluppo e della crescita sociale e civile, già dai documenti ufficiali (Relazione di maggioranza della Commissione Medici, 1972) risulta che il vero scopo perseguito era in realtà la normalizzazione dell’isola attraverso la disarticolazione culturale e sociale. L’opera di normalizzazione era volta a depotenziare le istanze sociali più problematiche e a risolvere una volta per tutte l’intraducibilità ‘in italiano’ delle peculiarità culturali, linguistiche, sociali, produttive dell’isola. Un disegno scopertamente egemonico, reso più agevole dalla nuova pervasività della scuola dell’obbligo e dei mass media, televisione in primis (Pira, 1978).

Mentre si imponeva l’omologazione a modelli produttivi, culturali e di costume totalmente esogeni, si investiva il territorio sardo di una massiccia occupazione militare e industriale. Nel primo ambito, alla rete territoriale delle forze dell’ordine si aggiungevano basi di addestramento, caserme, poligoni di esercitazione, ampie aree sottoposte a servitù e a vincoli militari. In questo contesto, il Poligono interforze del Salto di Quirra è solo un elemento, a lungo poco considerato. Ma non minor impatto ambientale e sociale hanno le aree militari di Capo Teulada e Capo Frasca. Fino a pochi anni fa era operativa, come sappiamo, la base della Maddalena, destinata ai sommergibili atomici Usa. Altre aree militari di minore ampiezza sono tuttora disseminate nell’isola, con una notevole concentrazione immobiliare a Cagliari e dintorni. Un’isola militarizzata in tempo di pace come non lo era stata mai in tempi di guerra, si direbbe. Questa presenza pervasiva fa da sfondo al rinnovato prestigio attribuito alla ricostituita Brigata Sassari, riesumata dalle memorie belliche della Grande Guerra come struttura operativa ai massimi livelli nell’esercito italiano, costantemente impegnata sui vari fronti di peace keeping in cui lo Stato italiano è presente. Per molti giovani sardi, uno dei pochi sfoghi alla domanda di lavoro.

Nell’ambito industriale, sin dagli anni Sessanta, in contemporanea con la nascita del turismo organizzato sull’isola (prima Alghero, poi la Costa Smeralda), venivano impiantate, quasi mai con successo, industrie petrolchimiche e chimiche, industrie di trasformazione di scarti industriali o di materie prime di importazione. L’industrializzazione consentiva di accedere a grandi finanziamenti, in regimi particolarmente agevolati (legge 588/1962, primo Piano di Rinascita, poi rifinanziato con la legge 268 del 1974), di avviare produzioni ad alto impatto ambientale a condizioni vantaggiose, anche per la facilità di reperimento della manodopera. Il tutto entro un sistema per sua natura esposto a gravose diseconomie, accentuate dal fattore geografico e dalla scelta di non basarsi su materie prime locali ma di far transitare sull’isola semilavorati o materie grezze, che poi andavano di nuovo esportati per essere trasformati in prodotto finito altrove. A volte tali industrie sorgevano in aree scarsamente o per nulla servite da infrastrutture idonee (come Ottana, NU: al centro della Sardegna, lontana da porti o aeroporti, senza ferrovie).

Il nesso tra tutti questi elementi è il circolo vizioso tra subalternità culturale, impoverimento economico, precarietà sociale, bisogno di tutela, dipendenza e di nuovo subalternità. In ambito politico ciò si traduce in forme patologiche di clientelismo diffuso presso l’elettorato e, a livello istituzionale, in dipendenza dalle decisioni prese all’esterno. Basti pensare che solo nel 2006 è stata apertamente riconosciuta in sede regionale l’inadempienza dello Stato verso la Sardegna relativa alle entrate fiscali. Stante il regime di compartecipazione ai tributi erariali della regione autonoma sarda, sancito dagli articoli 8 e 9 dello Statuto speciale, alla Sardegna spetterebbero i sette decimi dell’Irpef e una quota variabile dell’Iva versate in Sardegna, oltre a quote sulle accise e su altri tributi. Già la Fondazione Agnelli, anni fa, segnalava come lo Stato italiano avesse mancato di ottemperare al versamento di tali quote per un ammontare di circa 10.000 miliardi di lire, che secondo altri calcoli (della regione sarda) arriverebbero in realtà a circa 10 miliardi di euro. La giunta Soru, preso atto di tale situazione, aveva raggiunto un accordo col governo Prodi, nel biennio 2006/2008, per una restituzione della metà di tale cifra, ossia 5 miliardi di euro, compensata dalla previsione per il futuro di maggiori entrate. Era – ed è – la famigerata Vertenza entrate, di cui da allora si discute in occasione di ogni legge di bilancio regionale e che, soprattutto a causa della timidezza della classe politica sarda, non ha ancora trovato soluzione. La regione sarda non ha mai osato impugnare il bilancio dello Stato davanti alla Corte Costituzionale e nemmeno sollevare un conflitto di attribuzione, pur avendo piena cognizione sia delle proprie ragioni giuridiche, sia delle conseguenze politiche e concrete che tale situazione comportava. Le giunte regionali hanno anzi deciso di accendere mutui, anche assai gravosi, per ovviare alle necessità di cassa. Peggiorando, così, la situazione, anziché cercare di risolverla.

Questo è un esempio stringente e particolarmente significativo della condizione della Sardegna contemporanea. Terra di speculazioni (vedi lo scandalo del G8 della Maddalena o quello delle speculazioni sugli impianti eolici), di esperimenti, di disastri ambientali, di crisi endemica in quasi tutti i settori produttivi e sociali (dall’agroalimentare e dall’allevamento, all’industria, alla scuola, ai trasporti).

Il problema delle servitù militari si inserisce come uno degli elementi di questo scenario di precarietà e deprivazione, in una posizione se vogliamo meno rilevante e al contempo più complessa di quanto possa sembrare se preso isolatamente.

Conclusioni
La Sardegna rappresenta in ambito italiano all’incirca il 3% della popolazione totale e del territorio statale. Una porzione minima e per molti versi ininfluente. Dato di cui occorre tenere conto, quando si enumerano con meraviglia i molti sardi assurti agli onori della politica italiana, così poco influenti sui problemi della loro terra di origine. Rappresentare il 3% di territorio e di popolazione dello Stato italiano, per di più ubicati a 300 chilometri di distanza e col mare di mezzo, non è abbastanza per avere un peso significativo nelle scelte di governi che nel migliore dei casi devono occuparsi dell’interesse complessivo del 100% della popolazione e curare il 100% del territorio statale. Non si tratta dunque di negligenza o malevolenza da parte dell’Italia (la ‘matrigna’ di certa retorica sardista), bensì banalmente di cogenti ragioni pragmatiche.

In definitiva, la cura di una sorta di protettorato oltremarino quale è sempre stata la Sardegna prima per i Savoia, poi per l’Italia, non può che rivestire le forme della tutela paternalistica, delle decisioni calate dall’alto, della noncuranza per quello che di fatto rimane un mero oggetto della Storia. L’oggetto di cui l’antropologo Michelangelo Pira alla fine degli anni Settanta del Novecento teorizzava la rivolta, in un celebre libro. Solo il rovesciamento della logica top-down potrebbe innescare un mutamento virtuoso, ma a sua volta esso dovrebbe essere preceduto da una radicale inversione di tendenza relativa al grado di istruzione della popolazione e all’aumento del capitale sociale, dalla crescita del grado di consapevolezza diffuso, dalla presa di coscienza collettiva circa la propria soggettività storica, la propria peculiarità geografica e culturale, le proprie necessità primarie. Per dire, una terra a lungo a vocazione agricola oggi consuma alimenti e bevande che per circa l’80% arrivano da fuori. Persino il tanto decantato turismo non è mai riuscito a modificare gli equilibri diseguali di un’economia in perenne affanno. Gli investitori anche in tale settore vengono tradizionalmente da fuori, per di più con idee e progettualità che non nascono dal territorio, né ne tengono conto. La vocazione turistica della Sardegna data appena dagli anni Sessanta del secolo scorso, a differenza di altre aree turistiche italiane e internazionali di ben più longeva tradizione. Inoltre fino a ora non si è mai creato un collegamento virtuoso tra cultura e produzioni locali e flussi turistici, che sono di solito concentrati nel periodo estivo e nelle località di mare.

A ciò si aggiunge che anche zone che dal punto di vista paesaggistico e ambientale e quindi turistico sarebbero di massimo pregio, come la zone del Salto di Quirra e Capo S. Lorenzo, o Capo Teulada, hanno a lungo visto solo nelle attività militari una fonte di reddito e di riscatto dalle forme dell’economia tradizionale. Una sorta di malintesa emancipazione sociale, indotta da cause esogene e calata dall’alto, con conseguenze di sradicamento e disorientamento culturale. Il fenomeno migratorio sardo, solo parzialmente interrotto tra gli anni Ottanta e Novanta, insieme a uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa (e del mondo), fanno della Sardegna una terra potenzialmente in via di decrescita demografica e di rapido invecchiamento della popolazione, con tutti i problemi del caso. Pensioni, servizi alla persona, reddito imponibile complessivo da cui trarre le imposte, degrado ambientale, impoverimento, abbassamento del livello medio di istruzione, sono tutti ambiti problematici cui è necessario trovare risposte politiche serie. Insieme, se non prima, al problema ineludibile della incidenza delle servitù militari sulla vita dei sardi, di cui la questione del Salto di Quirra è solo una parte.


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