I sardi non si conoscono, non sanno chi siano, non sanno ubicarsi nel tempo e nello spazio. Certamente questo fenomeno antropologico (ben degno di studi appositi) ha cause complesse e stratificate, ma possiamo riassumerle tutte nel quadro dell’egemonia culturale che ha conformato il nostro immaginario collettivo e i nostri processi di identificazione nel corso degli ultimi 200 anni circa (diciamo almeno dall’epoca della Restaurazione post-napoleonica e poi, con maggior forza e incisività, dall’unificazione italiana a oggi).

In tale sistema simbolico, mitico e mediatico i sardi sono identificati come una popolazione sì a sé stante, ma in quanto eccezione specifica in un contesto più ampio che ha la penisola italiana come suo centro fisico-geografico, politico e culturale sin dalla preistoria. Non rappresentiamo un valore storico nostro, bensì solo un valore relativo, commisurato a un termine di paragone più grande, più importante, più vero.

Per giustificare la nostra evidente e non eludibile diversità è stata coniata la categoria della specialità “regionale”, declinata in vari modi e termini, quasi sempre centrati su una nostra presunta arretratezza, su una nostra assenza dalla Storia (quella importante), sulle nostre caratteristiche di marginalità e piccolezza, derivate dall’insularità.

I fondamenti di questa costruzione ideologica si ritrovano già nell’Ottocento, periodo in cui, a un risveglio intellettuale autoctono, sempre in bilico tra necessità di emancipazione e desiderio di riconoscimento esterno (da cui l’esito paradossale della false Carte d’Arborea), corrispose la classificazione dei sardi come etnia “orientalizzante”, come residuato barbarico di un passato oscuro. Di fatto, catalogarci di volta in volta come razza congenitamente delinquente, come esempio di esotismo a portata di piroscafo o come eroi da trincea, o ancora come italiani “speciali” orgogliosi e fedeli, sono tutte rappresentazioni figlie di tale tassonomia razziale.

L’equivoco in realtà è talmente profondo e la costruzione ideologica talmente debole che ancora oggi è difficile per gli italiani definirci con disinvoltura. Pochi riescono a pensarci come italiani tout court. D’altra parte – data la formazione scolastica ricevuta e l’egemonia anche mass mediatica cui siamo stati tutti sottoposti – di solito la maggior parte dei non sardi ha difficoltà anche ad riconoscerci una identificazione troppo diversa, che sfocerebbe nell’attribuzione di una nazionalità altra, dunque problematica. Non mancano tuttavia gli esempi di chi ammette senza remore di considerare i sardi un popolo diverso da quello italiano (quale che sia il giudizio o la base storica su cui si basa in questi casi l’identificazione degli italiani), ammissione a volte accompagnata da connotazioni implicite di tipo razzista.

Gli esiti di questo processo articolato e prolungato nel tempo sono evidenti per esempio nei manuali storici adottati nelle scuole italiane (e quindi anche in quelle sarde). Un’assenza sistematica della Sardegna, interrotta in rari casi da notizie fantasiose, quando va bene tendenziose e/o parziali. E – attenzione – è precisamente questo che studiano anche i sardi. I mass media principali fondano le proprie notizie su questo modello narrativo, confermandolo nella sua prepotente carica egemonica.

Così, è pacifico che la Sardegna abbia conosciuto la grande civiltà – sia pure in termini conflittuali – con l’arrivo dei fenici prima, dei cartaginesi poi e infine, soprattutto, dei romani. Cosa facessero e persino dove fossero i sardi nel frattempo è una informazione su cui si può lecitamente sorvolare. E i nuraghi?, qualcuno si domanderà. Be’, quelli li hanno tirati su, un po’ a casaccio, dei semiselvaggi, dediti alla caccia e a forme primitive di agricoltura e allevamento; popolazioni primitive, terrorizzate dal mare e dai contatti con l’esterno, coeve dei palafittari delle “terramare” italiche e di sicuro non molto più evolute. Certo, se uno ha mai visto un’area archeologica nuragica qualche dubbio gli viene. Ma cosa si può obiettare a un manuale adottato nelle scuole o nei corsi universitari?

Quanto al resto, l’andazzo è più o meno sempre lo stesso. I sardi stranamente latitano persino nella storia della Sardegna che ci è stata raccontata. Abbondano invece romani, bizantini, vandali (un po’ meno), ma poi è un trionfo di pisani e genovesi (insieme, spesso: un vero mistero storico, questo), aragonesi e spagnoli e poi finalmente il “ritorno” nell’alveo della civiltà italiana con i piemontesi e infine con la nostra definitiva e più giusta collocazione tra le regioni italiane. Questo quando va bene. Di solito, in realtà, non si parla della Sardegna nemmeno quando – costretti – si deve accennare al Regno di Sardegna, quasi sempre chiamato regno sardo-piemontese e a volte direttamente regno del Piemonte (sic!), senza tra l’altro spiegare mai da dove diavolo questa strana entità politica spunti fuori tutt’a un tratto in pieno Ottocento a guidare il Risorgimento italiano.

La nostra storia sarebbe oscura perché – marginali come siamo sempre stati – non ci sono documenti che ci riguardino. Solo la liberazione dal tremendo gioco iberico ha potuto restituire un po’ di luce a tanto buio. Del che siamo eternamente grati ai Savoia e quindi – per una strana proprietà transitiva – all’Italia.

In definitiva, questo è un po’ il quadro delle conoscenze storiche sulla Sardegna e sui sardi. Mai avuta una soggettività politica e storica, noi. Mai rappresentato nulla se non un pittoresco caso di conservazione culturale anacronistica, senza merito, perché non voluta né consapevole.

E se ora dichiarassi urbi et orbi che tutto questo, che tutta questa narrazione (come usa dire), questa rappresentazione storica, è completamente fasulla? Che niente di vero si trova in tutto questo? Che ci hanno sistematicamente mentito per generazioni e in larga misura continuano a mentirci? Chiaramente, verrei preso per matto. O per un provocatore. E tuttavia…

Intanto, che noi siamo piccoli e periferici è una balla evidente, per altro controintuitiva (basta prendere una carta geografica). Nessuno in giro per l’Europa ammetterebbe mai un qualsiasi fondamento a questa strana tesi. Non siamo così piccoli nemmeno rispetto all’Italia, dato che quasi un quarto della linea costiera dello stato italiano sono coste sarde (giusto per fare un esempio). Inoltre sino ad epoche molto recenti e alla possibilità di usare tecnologie di un certo livello era di dominio diffuso che la Sardegna fosse l’isola più grande del Mediterraneo. Nel 1816, nella sua relazione, il console francese sull’Isola si riferiva alla Sardegna considerandola “al centro della civiltà europea”. Non aveva studiato la storia nelle scuole italiane, è chiaro.

Mai stata isolata, la Sardegna. Almeno dal paleolitico. I traffici (di merci, di uomini e di idee) l’hanno sempre toccata, a volte come meta prediletta, a volte di passaggio, a seconda delle epoche e degli interessi dominanti nell’area. Il vero isolamento la Sardegna lo conosce molto di recente, dall’Ottocento a oggi. Relativamente alle condizioni generali, ai mezzi disponibili, alla demografia, la Sardegna è stata più isolata negli ultimi duecento anni di quanto non lo sia mai stata. Solo grazie alle tecnologie informatiche di recente si sta spezzando questa forma di separatezza indotta, si stanno abbattendo i muri, ideologici e mentali più che fisici, che ci fanno pensare a noi stessi come lontani da tutto e da tutti, e ci costringono a uno sguardo fisso verso l’angolo di cielo compreso tra Milano e Roma.

Altrettanto falsa è la nozione molto diffusa e comunemente accettata circa la patologica assenza di documenti storici che ci riguardino. Una comoda menzogna, solo ultimamente smentita dalla tardiva e insufficiente edizione critica di qualche fonte documentale e dal lavoro di reperimento, studio e pubblicazione di altre (vedi gli atti dei parlamenti sardi in età spagnola, ad esempio). I documenti ci sono. Certo non in Italia. Per lo più si trovano in archivi iberici, comunque in giro per l’Europa. I documenti sardi di epoca giudicale sono stati in gran parte distrutti (secondo lo storico Marco Tangheroni, troppo sistematicamente, per essere solo un frutto della incuria). Eppure ugualmente ce ne sono – e di importantissimi – anche su quell’epoca così unica e così negletta, così rimossa.

La stessa coscienza di essere stati sempre dominati si scontra con dati di varia natura, che però è difficile mettere insieme se si studiano i testi scolastici o universitari e persino le pubblicazioni di respiro maggiore. Pubblicazioni in cui si sprecano le scempiaggini circa la pretesa “italianizzazione primaria” della Sardegna (ad opera di pisani e genovesi: anche qui, un assurdo storico meritevole di grasse risate), sull’oscura e drammatica dominazione spagnola (epoca da sottoporre a completa rivisitazione critica, come segnalano i più avvertiti e onesti tra gli studiosi che se ne occupano), sulla modernizzazione dell’Isola ad opera dei Savoia (senza mai menzionare il periodo rivoluzionario sardo, chiaramente), sulla nostra perenne arretratezza, povertà, debolezza culturale e demografica, quasi fossero magagne connaturate in noi, contro cui è vano qualsiasi tentativo di civilizzazione.

D’altra parte ancora oggi è facile sentire sentenze circa l’irrimediabile sarditudine dei sardi, questa pretesa tara genetica che – insieme a talassemia, diabete e vari altri malanni – ci condanna a dover dipendere da altri, a non essere in grado non solo di badare a noi stesi, ma nemmeno di pensarci come un “noi stessi” cui badare.

Perciò, mettiamoci l’animo in pace. Riconosciamo di non sapere nulla di vero circa noi stessi, di essere stati turlupinati, per altro senza ricavarne alcun vantaggio nemmeno accessorio, dati gli evidenti problemi materiali con cui abbiamo a che fare nella nostra vita quotidiana.

Non sarà certo facile mettere mano a una nuova narrazione di noi stessi, che sia banalmente onesta, senza l’eterna oscillazione tra depressione ed esaltazione megalomane cui l’assenza di una storia veridica e “nostra” ci condanna. Però va fatto, e presto.


Licenza Creative Commons


Commenti



2 Commenti

  1.    gav® on 27 Gennaio 2012 20:57

    E la menzogna continua, sui media, nella politica e nel vivere quotidiano di un popolo che non sa nemmeno di essere tale…

  2.    felice brunetto on 27 Gennaio 2012 21:51

    mi fa piacere che si arrivi a ricercare un po di verità storica sarda!sono emigrato nel 1965,carne da esportazione x la germania, francia ,belgio,milano,torino,ecc, ecc,non mi sono mai bevuto tutte le balle che ci hanno insegnato a scuola,quella poca che ho fatto.oggi mi sento un essere umano cittadino del mondo! ho maturato questa concezione dopo aver girato è vissuto in diversi continenti,non ho mai perso la mia identità sarda che considero aldilà della DEPRESSIONE, HO MAGALOMANIA CAMPANILISTICA di una ricchezza molto particolare,vi auguro buon lavoro io continuero a seguirvi,con affetto,felice

Nome (obbligatorio)

Email (obbligatorio)

Sito web

Speak your mind

Codice di sicurezza: