Navicella sarda esposta a Trento

Una bella mostra allestita nel meraviglioso scenario del castello del Buonconsiglio di Trento è dedicata alle vie della civiltà nel Mediterraneo e fino all’Europa del Nord, tra protostoria ed età romana. Visitandola, seguendone il percorso sia visuale sia narrativo, ci si può fare un’idea abbastanza precisa di quella lunga epoca.

Tra neolitico ed Età del ferro, una grandiosa civiltà abbraccia tutto il bacino mediterraneo coinvolgendo l’intera Europa, fino alle sue propaggini più settentrionali. Un’epoca di scambi, traffici, commerci, prosperità diffusa. Un equilibrio delicato ma duraturo tra varie culture in continuo interscambio reciproco. Al centro di questo equilibrio, la Sardegna.

È impressionante constatare visivamente come la Sardegna protostorica rappresenti uno dei fulcri decisivi di questo sistema complesso. Al di là delle vicende economiche e politiche minute, contingenti e locali, al di là delle tesi su origine e significato specifico della civiltà nuragica, non può esserci dubbio che l’Età del bronzo è stata in molti sensi un’età sarda, e non solo nel Mediterraneo occidentale.

Le cose cambiano con l’Età del ferro. È come se quell’equilibrio plurisecolare che aveva governato Mediterraneo ed Europa fin verso il 1100 a.C. si fosse spezzato. Naturalmente è semplicistico pensare a una cesura netta, a un repentino crollo di civiltà, magari giustificato con cause fantasiose. Basterebbe invece pensare a una crisi di transizione, come tante nella civilizzazione umana. Un’intera civiltà molteplice e articolata raggiunge i suoi estremi limiti – dati dai fattori restrittivi di natura fisica, demografica, economica ed anche climatica entro cui si è sviluppata – e poi si ripiega su se stessa.

La fase storica successiva vede emergere gli eredi di quella grande civiltà pre e proto-storica. I popoli che conosciamo come fenici, greci, etruschi, celti e poi cartaginesi e romani non fanno che raccogliere il testimone e l’eredità delle civiltà che li hanno preceduti.

Solo, cambiando i fattori restrittivi, cambiano anche gli esiti di tali nuovi processi di civilizzazione. All’equilibrio fondato sullo scambio reciproco e su sfere di influenza regionali si sostituisce una grande lotta per l’egemonia. Il Mediterraneo diventa più piccolo, si avvia il lungo percorso che porterà una sola ta le potenze emerse in questi secoli a dominare tutto lo spazio geografico conosciuto. Sarà Roma, come sappiamo.

Dentro questa nuova fase la Sardegna non ha più un ruolo propulsivo e centrale. Probabilmente le ragioni sono tante. Fatto sta che l’Isola passa dalla condizione di nodo principale della rete a quella di nodo secondario, tributario di altre aree più forti politicamente, economicamente e militarmente.

Quello che colpisce, osservando la storia umana con la lente della lunga durata, è che nel corso dei millenni sembrano presentarsi alcune costanti, difficili da riconoscere per l’occhio della storiografia evenemenziale suddivisa per epoche. Intanto una prima constatazione è relativa alla distribuzione geografica della specie umana, alla sua demografia storica. Le aree abitate del pianeta tendono ad essere sempre le stesse, a parità di condizioni climatiche ed anche in presenza di variazioni non radicali. Dall’ultima glaciazione di fatto il genere umano ha occupato volentieri sempre le stesse zone.

Addirittura a questa prima considerazione se ne può associare un’altra. Esistono anche delle costanti nei processi di civilizzazione, persino a distanza di secoli. Così, ad esempio, quelli che nell’età del bronzo erano commercianti al soldo del faraone o di chissà quali altri centri politici dominanti, nella fase storica successiva vengono chiamati fenici (dai greci), poi – e fino al primo medioevo – siriani dai romani, fino a spuntare fuori nel bel mezzo della nostra storia contemporanea come mercanti libanesi. Una vera vocazione storica di lunga durata, si direbbe!

Chi oggi è sospreso dalla grande forza emergente cinese e coltiva verso quel grande popolo un sentimento ostile, da figlio di una superiore civiltà che si vede scalzato dai barbari nel suo dominio, non sa che la Cina è stata per un certo periodo non solo una grande e ricca civiltà, ma nientemeno che la più grande potenza del mondo. Come scrive Fernand Braudel, se nel 1419 una giunca della grande flotta cinese avesse doppiato il Capo di Buona Speranza e avesse aperto la via dell’emisfero occidentale all’impero Ming, non avrebbe trovato alcuna forza in grado di contrastarla, tanta era la sua superiorità economica, demografica e tecnologica. Dobbiamo stupirci che la Cina sia in grado di riprodurre – in forme attuali – una forma di civilizzazione prospera e potente su scala planetaria?

Ignorare che per secoli l’impero ottomano fu una delle grandi potenze mondiali, sede di una grandiosa civiltà, non ci fa capire come mai la Turchia oggi sia di nuovo una potenza emergente. E così via.

La civiltà umana ha le sue fasi, le sue interruzioni, i suoi exploit. Non è un percorso lineare. Tanto meno la si può costringere dentro schemi deterministici. E tuttavia ha una sua memoria intrinseca, una memoria di tipo bio-storico e geopolitico, che non svanisce mai del tutto. Un luogo dove si è prodotta una grande civiltà non ne perde del tutto i segni e gli elementi costitutivi.

Nel suo piccolo la Sardegna ha conosciuto queste emersioni ed immersioni.  Dalla fine dell’epoca antica, con tutti i suoi traumi inevitabili, la Sardegna riemerse con una sua nuova originale civiltà: quella giudicale. Nel momento – anch’esso traumatico, come sempre – della decisiva affermazione della Modernità (la fine del XVIII secolo), la Sardegna ebbe un suo sussulto storico, con la Rivoluzione sarda e il tentativo di riscattarsi dalla subalternità e di uscire dalle morse dell’Antico Regime.

C’è anche in noi – a dispetto di quanto ci hanno inculcato – il germe fecondo della civilizzazione umana, quella forza intima della nostra specie violenta e pasticciona che porta a creare, a trovare soluzioni collettive per rispondere alla nostra debolezza naturale. Quella forza creativa i sardi la possiedono e l’hanno messa a frutto in passato. Niente vieta di pensare che possano farlo ancora, specialmente in questo ennesimo momento di transizione storica. Le forme che questa spinta di civilizzazione assumerà dipenderanno da tanti fattori, molti dei quali difficili da contrastare o da determinare. Ma certo molto dipenderà anche dalle nostre capacità, dalla nostra fantasia, dalla nostra consapevolezza collettiva.

Crisi non è una parola brutta: significa possibilità aperta, momento in cui si aprono diverse porte del tempo. Vedremo quale imboccheremo noi, questa volta.


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Commenti



1 Commento

  1.    marco on 14 Novembre 2011 20:26

    "Quella forza creativa i sardi la possiedono e l’hanno messa a frutto in passato. Niente vieta di pensare che possano farlo ancora"

    Bellissimo post, condivido la stessa visione della storia ma anche della protostoria. Le tracce della rotta che l’antica civiltà megalitica occidentale percorse in direzione sud-est fino alla penisola anatolica, indicano che le civiltà "figlie" che si svilupparono nella nostra isola furono un fondamentale anello di congiunzione tra gli estremi opposti del mediterraneo. E non solo.
    Ma la frase che ho riportato tra virgolette è quella che più mi stimola a sperare …… pensando un futuro.

    un saluto

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