Irresolutezze

30 Novembre 2011 |  Tagged , , , , , , | Commenti disabilitati

Un editoriale di Giovanni Maria Bellu, su Sardegna24, solleva la questione della nostra identità irrisolta, mettendola opportunamente in relazione con un episodio di cronaca apparentemente minimo, ma decisamente significativo da vari punti di vista.

L’episodio in sé è circoscritto a un conflitto tra certi usi civici e una decisione dell’Ente foreste regionale di aprire un cantiere forestale nell’agro di Orani. Con una appendice di tipo sociale: i lavoratori assunti per il cantiere di Orani, impossibilitati a prendere servizio per la controversia giuridica, sono stati spostati in un cantiere diverso, sul Monte Ortobene di Nuoro, dove però già erano al lavoro altri operai (precari, non c’è bisogno di dirlo), ai quali la sostituzione non è giunta gradita. Questi ultimi hanno dunque chiuso e sprangato l’accesso al cantiere nuorese, rifiutandosi di lasciare il posto ai colleghi. Interessante che tra i due gruppi non ci sia stato alcuno scontro ma più che altro solidarietà. Non è sempre vero che il ricatto occupazionale produce guerra tra poveri: magari a volte produce coscienza di classe. Attenzione!

L’episodio merita di essere portato agli onori delle cronache – e delle riflessioni politiche – per via del suo alto tasso simbolico. Giovanni Maria Bellu chiama in causa su connottu, addirittura la Carta de Logu e ne trae un ragionamento sulla nostra condizione umana. Il che è assolutamente positivo. Non sarebbe male se i nostri mass media e chi li dirige o ci lavora fossero più attenti a questo livello del discorso politico. Un livello assai più problematico e rivelatore di tanti altri, spesso galleggianti sulla superficie degli eventi, limitati dal timore di andare in profondità e sondare le cause storiche dei nostri problemi collettivi più gravosi.

Il limite che intravvedo nel pezzo, pur meritevole, di Bellu è che – come succede spesso e non da oggi – si ferma sulle soglie della vera questione. Segnalare la scissione, l’irresolutezza della nostra identità non basta a spiegarne le ragioni e la persistenza. Evocare su connottu e la Carta de Logu non serve a nulla se non si spiega in termini storici perché essi ancora oggi riescono a produrre un attrito con la nostra contemporaneità.

All’equivoco sull’esistenza di una cosa chiamata “identità sarda” (mito tecnicizzato a fondamento della nostra subalternità) si aggiunge qui la timidezza intellettuale di non voler toccare il nervo scoperto: è una rimozione del problema.

In fondo è la stessa sindrome che spinge a preferire il taglio della rappresentanza democratica (di là da venire, se mai arriverà) all’immediata imposizione di livelli retributivi consoni per i nostri rappresentanti politici. La stessa che preferisce segnalare l’inadeguatezza del governo regionale attuale, senza però scandagliare le ragioni profonde della nostra condizione di dipendenza, né assumersi la responsabilità di indicare le possibili soluzioni, anche quando altri le hanno elaborate e messe a disposizione del pubblico.

Non è una faccenda che riguarda solo Sardegna24, beninteso. I grandi quotidiani sardi, e i gruppi editoriali cui fanno capo, da un pezzo fanno opera di anestetizzazione delle coscienze, di sviamento dell’attenzione dalla radice dei problemi. Chiaramente il disegno egemonico sotteso a tale opera pervasiva di costruzione di un immaginario debole garantisce interessi molto concreti e consolidati. Dispiace constatare gli stessi limiti – in questo caso inconsapevoli, si direbbe – in un organo di informazione che aveva l’ambizione di rompere il meccanismo patogeno dell’aparato giornalistico sardo e che invece sembra uscirne schiacciato, sconfitto. Mancanza di consapevolezza, probabilmente. Ingenuità politica e direi sociologica, forse.

Da ciò si può arrivare alla conclusione che in realtà l’identità irrisolta sia più facilmente attribuibile allo stesso Giovanni Maria Bellu e alla maggior parte dei giornalisti e degli intellettuali sardi, più che ad altri. Chi dovrebbe avere le antenne ben dritte su quello che succede in giro, chi dovrebbe cogliere i segnali, le tendenze e darne conto, chi dovrebbe essere un passo avanti nella capacità di lettura degli avvenimenti e dei processi in corso appare invece sempre uno o più passi indietro. Questo è un limite molto serio all’efficacia di qualsiasi evoluzione civile e realmente democratica della collettività sarda. Un sistema mediatico di stampo così conservatore, ottusamente avvinghiato ai peggiori luoghi comuni sulla Sardegna e sui sardi e primo propalatore dei medesimi, pericolosamente contiguo a centri di interesse esterni e/o nostrani sempre molto famelici, è un danno che si aggiunge agli altri, anziché un potenziale rimedio.

La speranza è che tale meccanismo egemonico si spezzi. Non so se potrà riuscire nell’intento l’operazione avviata da Giovanni Maria Bellu col suo giornale o quella tentata da qualcun altro. Ma certo, se ne avverte la stringente necessità.


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