Se la cronaca sostituisce lo sguardo storico diventa molto difficile capire quel che succede. Anche quel che succede a noi. La complessità del mondo non è afferrabile con le categorie semplificatrici dell’informazione quotidiana, tanto meno quando essa è bulimica e ridondante come in questi tempi nevrotici. O piegata a interessi opachi.

In questi giorni, ad esempio, si leggono o sentono alla televisione notizie tra di loro stridenti, pure presentate insieme, senza la benché minima cura per la comprensione di chi tali informazioni riceve passivamente. Da un lato assistiamo agli effetti drammatici di una crisi che continua ad avvitarsi su se stessa, specialmente in un territorio come il Sulcis, provato da scelte economiche e politiche pluridecennali totalmente demenziali. Dall’altra si riportano i dati statistici secondo cui la Sardegna non è affatto una terra povera e nemmeno quella che soffre di più di carenze e situazioni difficili, in ambito italiano.

Sull’intera narrazione relativa a questi fatti c’è da spendere qualche parola. Bisogna sempre essere coscienti che il mezzo utilizzato, la cornice concettuale in cui si inquadra un evento nonché il linguaggio, la scelta sintattica e lessicale con cui si rende un discorso, incidono profondamente sulla sua percezione e sulla sua interiorizzazione da parte del ricevente. Soprattutto quando il medium è per sua natura unidirezionale (come i giornali e la televisione).

Le cornici concettuali ustilizzate di volta in volta non sono mai una scelta neutra. Anche quando siano scelte fatte in buona fede esse restituiscono un punto di vista, una impostazione di fondo. È inevitabile. Il problema nasce quando la chiave interpretativa offerta è spacciata per per vera e veritiera, e invece è asservita alla costruzione di un discorso egemonico, che condiziona a loro stesso svantaggio la percezione dei fatti da parte dei riceventi.

La notizia relativa alle condizioni economiche della Sardegna è presentata dentro la cornice concettuale dell’ambito italiano e, nell’ambito italiano, attraverso il raffronto della Sardegna con “le altre regioni del sud”. Inserita la Sardegna in modo assiomatico (ossia non bisognoso di dimostrazione) nel novero delle regioni italiane meridionali, ecco che alla luce delle statistiche si può sostenere che essa sia quella messa meglio rispetto alle altre. Risultando così a metà classifica, relativamente all’Italia.

I dati importanti di questo studio statistico sono però non tanto il risultato complessivo, quanto le voci specifiche, che ci offrono degli strumenti di comprensione più puntuali sulle nostre dinamiche socio-economiche. Ma questo genere di approfondimento è lasciato inevitabilmente in secondo piano, data la natura giornalistica del testo. Così – pur con tutte le cautele che l’autore del medesimo correttamente segnala – il risultato finale del messaggio è un contenuto ambiguo, non facilmente comprensibile. Quel che si interiorizza è che: 1) la Sardegna è una regione italiana meridionale (falso), 2) la Sardegna non ha particolari problemi economici, non più di tanti altri territori (da approfondire), c) c’è qualcosa che non quadra (e qui il lettore è abbandonato a se stesso).

Le notizie che si accompagnano a questa danno conto invece di situazioni estreme, spesso veramente drammatiche. Ma anche qui tutte sottomesse ad una visione parziale, condizionata sia dalla necessità di attirare l’attenzione, sia dalla visione che si intende imporre.

Così gli operai dell’Alcoa sono raccontati come una massa di disperati disposti a tutto, anche ad andare all’arrembaggio di un traghetto in partenza, pur di manifestare il proprio disagio. Le notizie in merito offrono solo la superficie dell’evento, svuotandolo di qualsiasi significato che non sia quello immediato, visivo, emotivo. Il lettore o il telespettatore ne traggono, interiorizzandolo, un contenuto incoerente, che non accresce la propria conoscenza dei fatti e delle loro ragioni: 1) gli operai sono disperati, 2) nessuno li aiuta come avrebbero bisogno, 3) creano egoisticamente dei disagi ad altri cittadini per esprimere la propria sofferenza, 4) può salvarli solo un intervento dall’alto.

Nell’insieme, il combinato disposto delle varie notizie fa sì che si crei una narrazione totalmente distorta, semplificatrice e fuorviante di fatti e situazioni pure a noi vicini, ma che rimangono in larga parte incomprensibili.

Nel caso del Sulcis si presenta la situazione da un lato come disperata ma banalizzandola, dall’altro come esito della malvagità di una azienda (l’Alcoa) contro la cui prepotenza la politica sarda non può nulla (in quanto piccola e debole) e non può nulla forse nemmeno la politica vera e importante, quella italiana.

Nel caso delle statistiche sull’economia sarda prevale una narrazione secondo cui tutto sommato non siamo messi peggio di altri, siamo degli “italiani meridionali” buoni e dunque, suvvia, un po’ di orgoglio: non c’è poi tanto da lamentarsi.

Si potrebbe obiettare che in fondo le notizie sono quelle e c’è poco da girare. Ma non è un’obiezione fondata. Siamo sicuri che le notizie da dare fossero solo queste? E che il modo di confezionarle non potesse essere diverso? Proviamo a fare caso a quanto spazio, su giornali e telegiornali, ha occupato nei giorni scorsi la questione mal tempo. Paginate e paginate o lunghi minuti minuti di telegiornale dedicati a neve e ghiaccio e disagi associati. Persino interviste al medico (uno a caso) per avere consigli su come comportarsi col freddo (coprirsi bene, stare attenti a dove si mettono i piedi e via elencando: tutte cose che effettivamente bisogna sentire al telegiornale per esserne compiutamente informati). Queste non sono scelte neutre. Dare le notizie sul freddo e sulla neve dedicando ad esse così tanto spazio significa aver deciso di non dare altre notizie o di ridurne l’impatto sull’immaginario di chi le riceve.

Ad esempio, sempre riguardo alla situazione del Sulcis, a fronte dei servizi tra il patetico e il folkloristico su occupazioni di comuni e scioperi della fame, i mass media principali hanno scelto di non soffermarsi su una notizia appartenente a quel contesto ma controcorrente. I lavoratori della Rockwool, multinazionale operante nel settore della lana di roccia, dopo essere stati messi in mobilità e avviati al licenziamento, hanno aperto una vertenza sindacale molto dura, culminata nell’autoreclusione in un pozzo di miniera. Il loro scopo, però, non era pretendere che l’azienda non chiudesse e li mantenesse al lavoro. Essendosi resi conto che quella prospettiva era assurda, irrealistica, si sono fatti due calcoli e hanno puntato decisamente ad imporre l’avvio del processo di bonifica del territorio con la condizione di essere formati alla bisogna e riassunti in tale operazione. Nei giorni scorsi si è appreso che tale obiettivo è stato raggiunto. Trenta lavoratori e le loro famiglie, grazie a una lotta sindacale intelligente, hanno aperto una prospettiva occupazionale nuova, con risvolti virtuosi anche da altri punti di vista, consapevoli che si tratta di un modello estensibile a tutto il bacino industrial-minerario sulcitano e all’intera Sardegna.

Come si sono occupati della cosa i mass media? Be’, quando ci sono state le manifestazioni per le strade e quando i lavoratori si sono asserragliati nella miniera c’è stata una certa copertura giornalistica. Si tratta di notizie che generano ascolto e interesse. La copertura giornalistica, tuttavia, è venuta meno quando la trattativa sindacale è entrata nel vivo ed è scomparsa del tutto a proposito del suo esito. Di fatto pochi sardi sanno cosa ne sia stato di quelle azioni e di quella vertenza.

Una scelta chiaramente voluta. Quella che poteva essere una grande notizia, anche dal punto di vista delle connotazioni simboliche, è stata neutralizzata. Molto più comodo confondere la percezione della realtà da parte dei cittadini stordendoli nelle contraddizioni semplificatrici: da un lato disperazione e attesa di un aiuto dall’alto e dall’esterno, dall’altro confuse notizie rassicuranti. Il contrario di quello che dovrebbe essere un “discorso di verità”, la parresia. Chiaramente tutto ciò risponde a interessi precisi, diversificati ma complici nella difesa dello status quo. Politica, monopolisti e oligopolisti economici, sindacati, mass media hanno in comune la necessità di mantenere i sardi in una condizione di inerzia e di passività, incoscienti di sé, del proprio posto nel mondo e di quanto succede loro intorno.

Il processo egemonico fa sì che le vittime di questo apparato di dominio siano i primi sostenitori del medesimo. Far interiorizzare una nararzione tossica, autocontraddittoria ma semplificata ad arte, fa sì che a difendere la propria condizione di subalternità e deprivazione siano prma di tutto coloro che ne soffrono. Lo vediamo nelle popolazioni dei centri costieri, prevalentemente favorevoli allo scempio cementifero del territorio; nelle popolazioni delle aree interessate dalle servitù militari, in buona parte favorevoli alla presenza di basi e poligoni; nelle popolazioni dei bacini industriali, accecate dalla propaganda di padroni, politici e sindacati a difesa della propria morte sociale, civile, culturale ed anche fisica in tanti casi.

È necessaria una profonda riflessione su questi meccanismi di controllo e di gestione delle informazioni. Purtroppo la Sardegna soffre di un grave deficit democratico anche dal punto di vista dei mass media, cui la Rete, per ragioni infrastrutturali e anche demografiche, non riesce completamente a sopperire. Chi ha a cuore la sorte generale della nostra gente e della nostra terra dovrebbe invece sforzarsi di contrastare le narrazioni tossiche che ci condannano alla subalternità, senza prestarsi alla facile demagogia e alla tentazione di cavalcare il malcontento. I tempi non ci consentono di essere passivi davanti alla sfida della storia. I margini di recupero sono pericolosamente sottili e non possiamo permetterci ancora per molto il nostro stato generalizzato di incoscienza e di arrendevolezza a un destino scritto da altri contro il nostro interesse collettivo.

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