Secondo radicati luoghi comuni, i sardi sarebbero divisi e invidiosi, poco intraprendenti e tutto sommato portatori di insufficienze congenite largamente condivise. Da ciò discenderebbero tutti i nostri mali.

Si tratta però di un enorme errore di valutazione, quando non di un ennesimo materiale mitologico tossico. Si scambiano infatti – in modo anche piuttosto grossolano – gli effetti per le cause e ci si avvita così in un circolo vizioso di insensatezza, agevolato dalla nostra vasta e diffusa ignoranza storica.

Di tutto ciò è responsabile l’egemonia culturale cui siamo sottoposti ormai da troppe generazioni, per non averla interiorizzata a puntino, replicandone i contenuti spesso nel momento stesso in cui vorremmo falsificarla. Capita sovente che per contrastare qualche sciocchezza evidente, qualche bruttura politica, qualche luogo comune buttato lì a mo’ di spiegazione, si faccia ricorso a uno o più degli altri elementi discorsivi che compongono la nostra narrazione dominante, finendo dunque per confermarla, anziché negarla.

Così anche in questi giorni si intrecciano varie questioni, spesso schiacciate sulla mera cronaca, senza applicare ad esse alcuno sguardo prospettico, senza che si intravvedano i nessi tra le questioni medesime né che le si inserisca nel corretto quadro complessivo.

Prendiamo le ricorrenze di questi giorni e le evenienze contingenti che ne fanno da sfondo concreto. Il 12 di aprile cadeva l’anniversario dello scudetto del Cagliari, il 28 aprile cadrà sa Die de sa Sardigna, la festa del popolo sardo. Nel frattempo, mentre con alcuni pallidi palliativi si mette una pezza bagnata sulla fronte della moribonda economia sarda, esplode (si fa per dire) il problema delle risorse finanziarie e tecniche necessarie allo svolgimento delle elezioni amministrative, negate dal governo italiano alla Sardegna.

Tutti elementi scollegati, si direbbe. Eppure, se approfondiamo il nostro sguardo, qualche collegamento emerge. Per esempio, tra crisi industriale e scudetto del Cagliari il nesso è abbastanza evidente. L’epopea del Cagliari di Gigi Riva, al di là degli episodi sportivi e dei significani ulteriori, nasce come conseguenza diretta del Piano di Rinascita dal 1962 e dell’industrializzazione pesante della Sardegna. I circenses che accompagnavano il panem, a garanzia di un assetto produttivo parassitario e devastante da ogni punto di vista, di cui abbiamo già cominciato a pagare le conseguenze, dopo aver consegnato ai vari Moratti, Rovelli e speculatori assortiti che hanno attinto alla mangiatoia sarda lauti profitti per decenni.

Così come è impossibile non connettere la ricorrenza del 28 aprile con la decisione del governo italico di non accollarsi le elezioni amministrative sarde. Sa Die de sa Sardigna non è mai stata troppo amata dalla nostra classe dominante e nell’ultimo decennio si è fatto di tutto per ridimensionarla. Oggi è apertamente osteggiata anche da sedicenti portatori (sani?) di orgoglio sardo e di “valori autonomisti”.

L’orgoglio sardo è quello che ha portato la nostra classe politica a scorporare le date dei prossimi referendum regionali (che sono in calendario per il 6 maggio) da quelle delle elezioni nei comuni (programmate per il 20 e 21 maggio). Una scelta dettata da mero calcolo tattico, in spregio sia alle più elementari norme di condotta amministrativa responsabile, sia alla necessità di facilitare l’esercizio del diritto di partecipazione e di voto ai cittadini. Cosa ci sia da lamentarsi della coerente e giustificatissima rappresaglia del governo non è chiaro. Inutile invocare ora a tal proposito la cacciata dei piemontesi del 1794. Il danno è doppio e la beffa pure. Ma la responsabilità è tutta della nostra classe politica, giunta e consiglio regionale tutti insieme, solidali nell’ennesima figura barbina. Mettersi in testa la berritta ed evocare lo spirito di Giommaria Angioy non li salverà dalle loro colpe evidenti.

Quella stessa classe politica che non mette lo stesso impeto mostrato nelle rivendicazioni patetiche di questi giorni nel tentativo di risolvere le nostre magagne strutturali. Della vertenza entrate non parla più nessuno. Sulla vertenza industriale sarebbe lecito stendere il classico velo pietoso, data l’insussistenza delle proposte, del senso di responsabilità, delle capacità politiche; se non fosse che proprio per questo occorre tenerla sempre presente e sotto i riflettori del senso critico. Sulle questioni relative ai trasporti (interni ed esterni) siamo ancora all’ennesimo pianto greco davanti a un fallimento ampiamente annunciato e previsto, di cui i sardi pagheranno le conseguenze e nessuno si assumerà le responsabilità.

Il fatto è che il fallimento della stagione rivoluzionaria di duecento e rotti anni fa continua ad avere conseguenze pesanti su tutti noi. Conseguenze sui nostri processi di identificazione, perché da lì nasce la narrazione egemonica dei sardi come genia subalterna e votata al fallimento storico. Conseguenze di tipo materiale, sociale, politico, perché da lì si impongono le dinamiche economiche tipiche anche di questi giorni, non certo inaugurate dal Piano di Rinascita del 1962, ma se vogliamo già ampiamente presenti nelle vicende legate alle chiudende del 1820 e a tutti i fatti e i processi economici e sociali innescati a partire da quel periodo.

Alla fine si potrebbe concludere che la vera malattia dei sardi non sia tanto l’essere eternamente divisi (un luogo comune tanto comodo quanto infondato) o incapaci di creatività (cliché smentito ampiamente dai fatti, sia in Sardegna sia dai sardi in giro per il mondo), quanto la nostra pigrizia e il nostro conformismo. In realtà alla maggior parte di noi le cose stanno bene così. Si protesta e ci si lagna, ma in fondo non si ha alcuna voglia di cambiare le cose. Caso mai ci pensasse qualcun altro a risolverci i problemi. Così potremo sempre sottrarci a qualsiasi assunzione di responsabilità. La colpa è dell’Italia (ma senza l’Italia moriremmo di fame, no?), la colpa è della crisi internazionale (che da noi dura da duecento anni), la colpa è della siccità, o della multinazionale di turno, o dell’arbitro.

In questo clima, è del tutto coerente voler ridimensionare o cancellare la ricorrenza del 28 aprile, come in tanti si stanno esercitando a fare, con argomentazioni spesso fantasiose. Troppo scomoda da raccontare e da spiegare, questa ricorrenza, troppo imbarazzante come termine di paragone, troppo esplicita come evocazione di possibilità storiche sempre aperte. E così, meglio scaricare un po’ di rancore della plebe sul governo non più amico e far finta di non sapere che il modello produttivo industriale imposto negli ultimi cinquant’anni non ha più alcun senso in Sardegna, se non quello di fare danni difficilmente riparabili.

Dobbiamo correggere la diagnosi e approntare la cura giusta, insomma, Finché crederemo ancora ai tanti medicastri fasulli e interessati che ci propinano false diagnosi e cure più pericolose del male, non usciremo dalla bolla spazio-temporale di non senso in cui ci hanno relegato, con la nostra complicità.

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