Come tutti gli anni, i giorni tra il 25 aprile e il primo maggio sono sempre densi di polemiche e attriti. In Sardegna il quadro è arricchito da una componente di assurdità che rende questo periodo affascinante, a volerlo studiare con un minimo di distacco. Il motivo è che in mezzo alle due ricorrenze (quella italiana e quella internazionale) c’è anche la nostra festa nazionale, sa Die de sa Sardigna, che scombina le carte, sconvolge i piani, costringe a lambiccarsi il cervello in cerca di una via d’uscita che ci estragga dalla prigione di nonsenso in cui siamo rinchiusi.

Partirei da un pezzo molto breve uscito sull’Unione online, a proposito delle celebrazioni del 25 aprile a Cagliari. Nei giorni scorsi ci sono state polemiche e prese di posizione assortite sulla richiesta di un gruppo neo-fascista di sfilare in contemporanea col corteo ufficiale, quello anti-fascista. Il prefetto di Cagliari aveva inopinatamente concesso l’autorizzazione, salvo poi fare parziale marcia indietro dopo le proteste reiterate dell’Associazione partigiani, di alcuni esponenti politici e di pezzi della società civile. Il tutto – occorre dirlo – nel contesto di una generale e diffusa indifferenza.

Cosa scrive l’Unione a poche ore dall’inizio delle celebrazioni? Eccolo qui, riporto testualmente:

Cagliari blindata per la festa del 25 aprile

Si temono scontri antifascisti-nostalgici

Città blindata oggi per la festa della Liberazione.

Tra le forze dell’ordine cresce infatti il timore di scontri di piazza tra antifascisti e nostalgici del ventennio. Una tensione palpabile, come se improvvisamente si fosse tornati indietro di 30 anni, al clima plumbeo degli anni di piombo. Il corteo organizzato per ricordare la cacciata dei tedeschi dall’Italia potrebbe infatti entrare in contatto i gruppi dell’ultra destra, che nel pomeriggio hanno organizzato una contro-manifestazione in memoria dei caduti della Repubblica di Salò davanti al parco della Rimembranza. E come se non bastasse in piazza, insieme agli antifascisti, scenderà anche il popolo della partite Iva e degli anti Equitalia.

Come è facile constatare, in nessuno spazio – né nel titolo, né nel testo – compare la parola “fascisti”. Ci sono gli antifascisti, ma la loro controparte sono i “nostalgici”. Una combriccola di romantici celebratori di un passato che non c’è più. Quale passato? Il “ventennio”. Non il “ventennio fascista” o qualcosa di più esplicito. No: il “ventennio” e basta. Il corteo ufficiale, d’altra parte, celebra la “cacciata dei tedeschi dall’Italia”: neanche qui il minimo accenno a fascisti e/o nazisti. E i nostalgici, in fondo, vogliono solo ricordare “i caduti della Repubblica di Salò”, niente di più, nessuna connotazione politica o provocatoria.

Le forze dell’ordine temono gli scontri, si spiega. Si evocano gli “anni di piombo” (italiani), si crea l’aspettativa per un incidente, per disordini di piazza. Quasi un invito a starsene a casa. E tutto per colpa di questi antifascisti cattivi che non vogliono lasciare spazio ai poveri, innocui “nostalgici”. Se poi agli antifascisti si aggiunge pure lo spauracchio del popolo delle partite IVA e degli anti-Equitalia (noti facinorosi), be’, il quadro è completo.

Un bell’esempio di informazione politicizzata, e della peggior specie. Niente di cui ci possiamo stupire, del resto.

In fondo, la situazione era assurda in partenza. La pretesa dei fascisti di sabotare le celebrazioni del 25 aprile (irricevibile e scandalosa, senza dubbio), l’apertura di credito fatta loro dal prefetto (cosa gravissima che offre il destro per auspicare l’abolizione delle prefetture, prima di quella delle province), le reazioni scomposte di certa politica e di certa intellettualità nostrane, in cerca di visibilità. Il tutto a Cagliari, in Sardegna, per una ricorrenza – qui sta uno dei nodi grossi della faccenda – che storicamente per noi ha poco o nessun valore.

Parliamoci chiaro, si può essere antifascisti convinti, in Sardegna, ma qui si evidenzia come la nostra percezione di noi stessi, il nostro immaginario e il nostro senso di appartenenza siano gravemente inquinati, compromessi da ambiguità e narrazioni tossiche che ci fanno perdere la bussola non appena si presenta l’occasione di doversi orientare nello spazio e nel tempo.

Il 25 aprile è una data tutta italiana, cha ha senso dentro la storia dell’Italia e nei processi di identificazione collettiva (largamente fallimentari) degli italiani. Ma per la Sardegna rappresenta davvero poco. Sia in termini banalmente geografici, sia in termini storici, sia in termini simbolici.

La Sardegna non partecipò alla Resistenza, non partecipò affatto all’ultima fase della seconda guerra mondiale, da cui uscimmo di fatto alla fine dei bombardamenti Alleati, nella tarda primavera del 1943, e del tutto con la partenza del contingente tedesco dall’Isola, dopo l’8 settembre di quello stesso anno. I sardi, come collettività, non vissero la Liberazione in alcun modo possibile. Tranne casi singoli, dovuti a circostanze fortuite o a scelte individuali, di partecipazione alla guerra partigiana (che ci furono, è indubbio).

Eppure, nessuno in Sardegna, pure tra i benpensanti che di continuo mettono in dubbio la rilevanza della celebrazione di sa Die de sa Sardigna, si azzarda a mettere in dubbio le celebrazioni del 25 aprile. Non nel loro significato politico antifascista, ribadisco, ma nel loro significato storico e simbolico per noi sardi. Cioè, si sacrificherebbe volentieri una ricorrenza simbolicamente non certo meno significativa e tutta nostra, pienamente sensata dentro la nostra memoria collettiva e i nostri processi di identificazione, quale è il 28 aprile, ma guai a discutere una festa totalmente ascrivibile al contesto storico e politico italiano, e solo italiano.

Che ci si debba anche accapigliare in proposito e che per venirne a capo la politica sarda – incapace in questa come in tutte le altre circostanze – si appelli a Roma, non può che generare sconforto e preoccupazione.

Il fascismo va osteggiato e combattuto sempre e dappertutto, in tutte le sue manifestazioni. Violenza, razzismo, sciovinismo, omofobia e maschilismo, difesa del potere costituito, tutto quel che fonda e denota il fascismo è da contrastare con ogni grammo di forza. In Sardegna – oserei dire – più che altrove.

Ma in questo caso è difficile non scorgere in questa vicenda un’ennesima prova della nostra scarsissima coscienza di noi stessi, fonte – questa sì – di disastri e di miserie anche materiali.

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Commenti



9 Commenti

  1.    Raf on 25 Aprile 2012 21:13

    Banalmente mi lascia perplessa.
    La Sardegna faceva gia’ parte( suo malgrado?) dello Stato Italiano durante il ventennio e pertanto soggetta allo stesso deprecabile regime…subendone le leggi, le violenze e ogni sua politica.I sardi partivano in guerra, morivano in guerra, sovvenzionavano il regime fascista, non foss’altro con le tasse.
    Il fatto che sul Gennargentu di Partigiani non se ne siano visti, non ci impedisce di considerare la lotta partigiana come la concausa della fine di quel regime, anche in Sardegna, e pertanto di celebrare il 25 Aprile non solo come generica ricorrenza antifascista ma come parte integrale della nostra storia odierna.

  2.    Paola on 26 Aprile 2012 03:52

    Mi trovo d’accordo con Raf e per quel che vale, penso che forzare l’importanza della die de sa Sardinia non giovi affatto alla causa dell’indipendentismo

  3.    Omar Onnis on 26 Aprile 2012 07:21

    L’importanza di Sa Die non è questione di schieramento politico, è prima di tutto questione storica e questione di processi di identificazione. Così come il problema del 25 aprile.

    Si può pensare quel che si vuole e sentirsi sinceramente coinvolti nella festa della Liberazione (italiana), ma non si può affermare che tale celebrazione abbia a che fare con la vicenda storica della Sardegna e della sua gente. Questa pretesa è solo una lettura tendenziosa derivante dal nostro spaesamento, dalla nostra mancanza di memoria condivisa sulle nostre vicende. Una lacuna che – anche tramite la necessità indotta dell’integrazione culturale nell’italianità (astratta, scolastica, mediatica) – molti sardi tendono a colmare con l’adesione a vicende e processi storici italiani. Un esempio clamoroso l’abbiamo avuto con i festeggiamenti per i 150 anni dell’unificazione italiana. Posto che ci sia qualcosa da festeggiare, per i sardi, è evidente come la nostra adesione a quelle celebrazioni sia stata assolutamente forzata e persino patetica, in tanti casi. Lo dimostra il fatto che non siamo nemmeno riusciti a reperire dei simboli degni per sentircene parte. Uno dei più significativi, il più citato e propagandato, è stata la circostanza che a Caprera c’è la casa di Garibaldi. Ossia, la nostra appartenenza all’Italia e al processo politico che l’ha creata consiste nel fatto che uno dei suoi protagonisti abbia eletto una nostra isola minore a sua sede d’esilio.

    Anche il 25 aprile è una data che per la Sardegna vuol dire poco. Se non in termini generici, come qualsiasi altra data simbolica della lotta contro il nazi-fascismo in Europa. La Sardegna non ha vissuto quell’epopea (al contrario della Corsica, dove infatti le battaglie contro le truppe tedesche fanno parte della memoria condivisa e sono diventate materiale mitologico fondativo della identificazione collettiva). Il fatto che qualche sardo si sia trovato a partecipare alla guerra partigiana o sia stato antifascista non fa affatto la differenza. Il che diventa evidentissimo se solo si pensa alla percezione che hanno altre popolazioni di quella fase storica. A Napoli le “quattro giornate” sono un mito popolare, sono una memoria condivisa (oggi un po’ meno, forse). Sull’Appennino tosco-emiliano la guerra partigiana è ugualmente una memoria condivisa. Idem in molte valli alpine. Lì ha un senso una celebrazione a cui ci si sente partecipi, direttamente chiamati in causa nel ricordo di un’esperienza vissuta dalle comunità.

    Al contrario la data del 28 aprile per la Sardegna ha una portata simbolica ed evocativa fondamentale. Altro che sopravvalutarla! Lì c’è un nodo decisivo della nostra storia contemporanea. Volerlo rimuovere significa scegliere di non conoscersi e di non comprendersi. Di affidare la propria identificazione a narrazioni altrui, in cui ci troviamo come ospiti non invitati. Significa rinunciare a capire il nostro presente, le sue dinamiche di fondo, le cause di tanti malanni – molto materiali e concreti – di cui soffriamo. E non c’entra affatto l’indipendentismo e quel che giovi o non giovi a tale causa. È qualcosa di più profondo, che sta a monte e a cui non si può rinunciare a cuor leggero solo perché ci è stato insegnato che essere sardi è un limite e non un fatto storico banale come altri, senza alcun valore intrinseco (né positivo, né negativo), e che sia indispensabile, per trovare un nostro senso dentro il flusso della Storia, essere italiani.

  4.    Straiker on 26 Aprile 2012 13:52

    La scarsa patecipazione dei sardi alla resistenza e dovuta solo a un fattore logistico, ossia alla mancanza di collegamenti tra la Sardegna e la penisola. In compenso ricordiamoci che la Sardegna ha subito la sua dose di bombardamenti come tante altre città italiane. A tal proposito va ricordato il recente romanzo della sacrittrice sarda Paola Soriga che ha il suo svolgimento iniziale proprio nella nostra isola dove il ricordo dei più anziani per le vicende belliche è ancora vivo.
    Non parliamo del sacrificio che i sardi hanno dato alla guerra del 15/18, così tanto per dire che i legami con la storia italiana sono ben saldi.

  5.    Omar Onnis on 26 Aprile 2012 16:02

    Il fattore logistico, dici. Fantastica questa operazione retorica! Il fattore geografico ridotto a problema logistico. Non c’è bisogno di aggiungere altro.

    Quanto all’elemento mitologico del sangue versato per l’Italia come fondamento della nostra italianità, be’, a parte averlo ampiamento confutato da queste parti e altrove, tirare fuori costantemente questo argomento è una della più grandi conferme di quanto poco ci sentiamo in realtà italiani.

    Infine, aver subito i bombardamenti Alleati non mi pare esattamente un buon argomento a favore della tesi storica della nostra partecipazione come territorio e come popolazione alla vicenda della Resistenza e della liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo.

  6.    Straiker on 26 Aprile 2012 19:28

    Operazione retorica la mia? Tu invece pieghi gli avvenimenti storici alla tua ideologia. Per te è tutto un nonsenso, questo lo trovo francamente anche poco rispettoso verso chi a creduto in certi valori e ideali, in molti ci hanno lasciato la pelle. Di recente c’è stato anche la ricorrenza della strage delle Ardeatine in cui vennero trucidati anche parecchi sardi.Prova un attimo a immedesimarti nei loro parenti discendenti. Non credo che gradirebbero sentirsi dire che i loro avi hanno creduto in ideali senza senso. La cosa che non ha senso è sminuire chi crede in ideali diversi dai nostri.

  7.    Omar Onnis on 26 Aprile 2012 21:19

    Mi dispiace per te, ma stai prendendo un brutto abbaglio. Gli ideali in cui credo io se leggi queste pagine dovresti conoscerli. L’antifascismo è uno di questi. E dei parenti di chi è morto nel corso della Resistenza non devi venire tu a parlarne qui, in casa di uno di loro. Sei fuori pista e fuori luogo, come quasi sempre. Se hai qualcosa di sensato da dire, prego, fatti avanti. Altrimenti non avrai più spazio, qui.

  8.    Oppa on 30 Aprile 2012 19:42

    Ciao Omar Onnis, è la prima volta che visito il tuo blog e probabilmente anche l’ultima. Ti confesso che sono molto preoccupato e anche stupito dalla diffusione del pensiero indipendentista. Mi chiedo perchè ciò accada, quali siano le sue radici. Perchè molti sardi disprezzano le loro radici (sarde si ma anche Italiane)? E’ forse parte necessaria di un equilibrio sociopolitico? I nostri avi hanno combattuto e sono morti per l’Italia, in ogni piazza di ogni comune della Sardegna vi è un monumento a coloro che si sono immolati per la patria, eroicamente immolati. Perchè vuoi disprezzarli? ti sembra corretto? Prova a farti un giro per la sardegna e chiedi a tutti gli over 75 che incontri quale sia il loro pensiero politico. quanti indipendentisti speri di trovare? Ti do io la risposta: zero. Certo col passare del tempo le difficoltà salgono a galla, una regione tormentata come la nostra paga un duro prezzo per la sua arretratezza. Capisco che con il tempo, dovendo accusare qualcuno, si cerchi di dare la colpa di queste difficoltà allo stato, alla Roma ladrona (come la definirebbero i tuoi colleghi). Ma non pensi che sia lecita un po’ di autocritica? non sara mica colpa nostra? se non riusciamo a farci rispettare dall’Italia come pensi di poterci riuscire in un contesto internazionale da nazione indipendente? Io penso che festeggiare il 25 aprile sia doveroso.

  9.    Omar Onnis on 30 Aprile 2012 20:35

    Benvenuto. Credo che i dubbi che sollevi siano indice di domande che stai rivolgendo anche – e prima di tutto – a te stesso. Se non l’hai fatto, dovresti farlo. Ma probabilmente sono le risposte, quelle che ti fanno paura. È normale. In Sardegna sono generazioni che domina la fobocrazia. Basata su una ignoranza vigorosa e molto profonda di noi stessi.

    Le radici dei sardi non sono affatto in Italia e questo non c’entra nulla col pensiero indipendentista. È solo storia, la nostra storia. Anzi, prima ancora è geografia.

    Se ti allarma il pensiero indipendentista, prova a riflettere sul pensiero indipendentista che – al prezzo di migliaia, centinaia di migliaia di morti – ha costruito quella strana cosa chiamata Italia, 150 anni fa. Quel pensiero indipendentista era legittimo e ragionevole? E perché?

    Altra cosa. Quelli che usano (o usavano?) la nota massima “Roma ladrona” non sono miei colleghi nemmeno per sbaglio. Forse non è da tanto che segui questo blog, altrimenti una cosa del genere non l’avresti nemmeno pensata, non solo di scriverla.

    Prova a dare un’occhiata qui in giro. Di cose ne ho scritto tante e da qualche parte magari troverai le risposte alle tue domande. Io non ti caccio via di certo. Se ti interessa quello che trovi qui, puoi serenamente dire la tua, anche per offrire un’opinione alternativa. Basta che non siano insulti o provocazioni. Mai pensato di avere la verità in tasca.

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