Sconcerta la mediocrità del dibattito pubblico in Sardegna. Non tanto quello vasto e capillare che si svolge nei luoghi di socializzazione o anche in rete (dove per altro c’è di tutto), ma quello mainstream, quello che viene promosso e veicolato dai mass media principali, che poi sono i grandi costruttori di opinine, gli indirizzatori degli umori dei cittadini. Un assemblaggio di immaginario e narrazioni che avviene di concerto con i gruppi di potere oligarchico che dominano l’Isola. In un panorama in cui l’analfabetismo di ritorno (anche per l’irrisolta questione linguistica) è di dimensioni patologiche e la stragrande maggioranza dei cittadini assume informazioni e si forma la propria visione dell’esistente attraverso la televisione e due giornali, questo comporta che i temi “ufficiali” della discussione pubblica siano sostanzialmente filtrati all’origine da chi ha interessi consistenti da difendere e depotenziati all’arrivo, nella trasmissione dei contenuti e nel confezionamento delle loro cornici concettuali.

Questa lacuna è evidente e molto pericolosa. Intere fasce sociali, importanti ambiti produttivi e culturali, vaste porzioni di territorio non sono rappresentate nel dibattito pubblico. Così come ne sono esclusi temi fondamentali, su cui spesso la maggioranza dei sardi non sa nulla, o sa poco. E quel poco è piegato a salvaguardare la congrega di privilegiati e lestofanti che si abboffano alla mangiatoia della demeritocrazia e della corruttela fatta legge. Sempre in nome di uno status quo che ci pretende succubi e anzi complici di brame e poteri altrui, e che si regge sull’armamentario di elementi mitologici identitari e pseudostorici di cui ha bisogno per giustificarsi.

Così, anziché discutere di economia, di modelli di convivenza, di energia, di beni comuni, delle ragioni strutturali e storiche della attuale crisi sistemica, siamo chiamati a gingillarci con fantocci disinformanti realizzati ad arte, o addirittura siamo trascinati in vere trappole politiche.

Un esempio lampante sono i referendum regionali (10 tutti insieme, di cui 5 abrogativi, 5 consultivi) con cui la scalcagnata banda di podatari e padroncini che domina la Sardegna prova a rifarsi una verginità politica, in vista delle prossime tornate elettorali, e finge di assecondare il malcontento diffuso verso la politica stessa, incanalandolo però verso esiti a sé stessa favorevoli. Tanto, se va male, comunque si sarà ottenuto il risultato di presentarsi come propugnatori del nuovo, della pulizia, della lotta contro la “casta” (eccolo lì il comodo feticcio!); se invece va bene (ossia se i referendum raggiungono il fatidico quorum del 33% e la maggioranza dei voti è per il SI) proprio quella stessa casta che si proclama di voler abbattere ne uscirebbe blindata, sostanzialmente intoccabile, garantita contro qualsiasi minaccia di ricambio, con poteri ancora maggiori.

Purtroppo questa squallida operazione è anche molto abile. Mette in gioco questioni serie (come la riforma degli enti intermedi e dell’amministrazione pubblica, che potrebbero realizzare senza ricorrere al referendum, dato che i promotori sono comodamente assisi in consiglio regionale, per di più nelle file della maggioranza) con vere e proprie trovate golpistiche (come il referendum sull’elezione diretta del presidente della RAS, sulla base di “primarie obbligatorie”: praticamente alla presidenza della RAS potrebbero presentarsi solo candidati di grossi schieramenti, forti di lauti finanziamenti e vaste clientele). Il tutto presentato retoricamente come una azione contro la mala-politica e gli sprechi di denaro pubblico.

L’efficacia dell’operazione si fonda sulla condizione dell’insipienza generalizzata, del senso critico obnubilato, della buona fede senza strumenti. Così molti sardi che hanno contribuito ad eleggere questo governo regionale, ora se ne lamentano vigorosamente, magari scendendo in piazza, e per fare qualcosa che dia sfogo a tale malcontento scelgono di assecondare i piani di questo stesso governo regionale, gridando la propria voglia improvvisa di decidere sulle cose della politica. Come se non potessero/dovessero decidere prima di tutto quando c’è da eleggere i nostri rappresentanti. Invece, ora, tutti appassionati di democrazia diretta e di referendum. E dire che gran parte dei figuri che gestiscono la messinscena non si è fatta scrupolo di sabotarlo, lo strumento referendario, quando si trattava di usarlo a favore dei diritti dei cittadini e contro i diktat delle nomenklature ecclesistiche e politiche (come in occasione del referendum sulla procreazione assistita, quello sì riguardante la vita di migliaia di sardi). Una gabbia di nonsenso, insomma. L’ennesima, dalle nostre parti. È una nostra specialità.

Nel frattempo passa sotto silenzio la clamorosa sentenza della corte costituizionale sulla vertenza entrate. Materia determinante, specie in un momento in cui da Roma si decidono ulteriori tagli ai servizi, che in Sardegna equivarranno a un ulteriore impoverimento sociale. In quell’ambito lì, questi paladini del popolo e della democrazia diretta non mostrano lo stesso impeto e lo stesso impegno, chissà come mai. Con la complicità dell’apparato mediatico, naturalmente. La Nuova online non ha nemmeno citato la sentenza della corte costituzionale e dalle pagine web dell’Unione la notizia è scomparsa rapidamente, per lasciare spazio al gossip italico più becero, o alla cronaca minuta, o magari a Sant’Efisio.

Non parliamo poi di altri ambiti, in cui sarebbe davvero auspicabile una partecipazione anche emotivamente coinvolta dell’opinione pubblica: le servitù militari, industriali e turistiche, l’energia, le nuove forme di impresa collaborativa, il comparto agroalimentare, i trasporti e le infrastrutture, la scuola, la sanità. Tutte materie decisamente ben degne di essere sempre in cima all’agenda politica e sotto i riflettori dell’informazione. Una politica e un’informazione sane, però, pluraliste, democratiche, aperte.

In Sardegna oggi questa complicità tra apparati dei partiti maggiori, centri di potere economico e mass media costituisce un blocco storico micidiale, una forma di dominio non meno forte e deprivante di altre incarnazioni assunte dalla classe dominante sarda degli ultimi duecento anni. Una riproposizione, mutatis mutandis, dei rapporti di produzione e dei sistemi di controllo egemonici cui siamo sottoposti da tempo immemorabile per i più. Da così tanto tempo da non riuscire nemmeno più a riconoscere tali meccanismi, a pensarci fuori dall’immaginario e dalla narrazione da essi prodotti.

Chi prova a gridare che il re è nudo viene dunque facilmente preso per un disturbatore, o per un provocatore, se non per qualcuno che ha interessi suoi, sicuramente non meno disgustosi di quegli altri, da proteggere. È così che funziona.

Nondimeno, chiunque abbia conservato un minimo di consapevolezza e di dignità ha il dovere preciso di non farsi abbindolare dai trucchi da avanspettacolo dei mistificatori della politica e dell’inormazione. Ha l’obbligo etico e politico di fare un discorso di verità e di scuotere le coscienze. In questo chiaramente – come detto altre volte – gli intellettuali sardi hanno il loro bel da fare. Ma ultimamente se ne vedono pochissimi in giro disposti a giocarsi credibilità e successo nel campo da gioco degli interessi generali e della battaglia per la civiltà e la libertà. Molto meglio restare allineati e coperti e vedere un po’ dove tira il vento, per poi accodarsi al momento giusto.

Per fortuna le eccezioni ci sono e la parte più consapevole e responsabile della cittadinanza, per quanto forse minoritaria, di sicuro non è più così marginale e debole. I prossimi anni, i prossimi mesi, saranno difficili ma interessanti. Occorrerà mobilitare tutte le energie sane, tutto il talento e l’onestà, di cui pure la Sardegna dispone in non piccola quantità, per tenere aperta la strada della nostra emancipazione storica, in un mondo in fase di difficile transizione. Non saranno i giochetti truffaldini dei mediocri prestanome che occupano attualmente istituzioni e posti di potere ad arrestare l’inerzia della storia. Bisogna però renderne meno dannosi possibile i tentativi di resistere e di perpetuare il loro dominio marcescente.

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