Uno dei grandi problemi che bisogna affrontare in Sardegna è la patologica carenza di informazioni elementari e la prevalenza della chiacchiera fine a se stessa sui discorsi costruttivi. Non è questione di indole specifica dei sardi. È che viviamo in un contesto circoscritto, in cui le informazioni circolano secondo canali obbligati. Quelle interne come quelle esterne sono ormai prevalentemente veicolate dai mass media, in misura minore dalle agenzie formative (scuola, università) e sullo sfondo permane – non solo nei centri minori – il passaparola trasmesso attraverso le forme di socializzazione spontanea.

Nell’insieme, tuttavia, quel che ne viene fuori è che i sardi nella loro stragrande maggioranza hanno un’idea del tutto incompleta, tendenziosa e spesso deformata su quasi tutto. Anche su ciò che succede a loro stessi o vicino a loro. Il livello di manipolazione delle coscienze è altissimo. Benché si tratti di un processo di media durata (nell’ordine delle decine di anni o al massimo poco più che secolare), sembra che si sia accentuato negli ultimi venti anni. Se è vero che l’accesso a mezzi di comunicazione meno controllabili (ma anche più dispersivi) come internet ha consentito di spezzare in parte l’oligopolio mediatico sostanzialmente conservatore e conformista di televisioni e giornali, questa rottura non ha riguardato per ora una porzione sufficientemente ampia della popolazione da raggiungere una massa critica.

Così, di fronte a fenomeni ed eventi di cui sarebbe necessario capire la natura, le cause e le possibili conseguenze, la stragrande maggioranza dei sardi si trova pressoché disarmata e deve affidarsi a notizie spesso contraffatte, quando non intervenga direttamente una provvidenziale omissione.

Il rimedio della mobilitazione dal basso di “chi sa”, da parte di cittadini meglio informati, non sempre trova un esito concreto. È difficile sradicare la fiducia istintiva (perché ormai consolidata dall’abitudine) nei mass media principali e nelle fonti istituzionali, persino quando la loro attendibilità è palesemente bassa e diffusamente riconosciuta come tale. Nondimeno è essenziale.

Circolano dunque e sono ancora dominanti molti luoghi comuni totalmente inconsistenti, che però hanno il vantaggio di essere stati per decenni parte costitutiva della narrazione egemonica. La nostra povertà atavica e invincibile, la necessità di essere tutelati dall’esterno ed eterodiretti, la mancanza di alternative ai poli industriali e alle servitù militari, l’inevitabilità della dipendenza dall’Italia, ecc.: tutte nozioni ed elementi mitologici che formano il tessuto grezzo ma resistente del nostro immaginario collettivo e dei nostri stessi processi di identificazione.

Capita così che anche verità elementari e in apparenza del tutto evidenti abbiano estrema difficoltà a essere comprese ed accolte. Se non interviene un elemento esterno, si può predicare qualsiasi sacrosanta verità senza che la maggior parte della popolazione la prenda in considerazione. Salvo poi svegliarsi all’improvviso e scoprire che fino a qual momento si era creduto a sciocchezze o a versioni interessate. E si cade dal pero.

In questi giorni, per dire, sui quotidiani sardi si narra della relazione choc fatta dal procuratore di Lanusei Domenico Fiordalisi in senato, a Roma, a proposito del poligono del Salto di Quirra. Per chi segua quel tema da tempo, in realtà non può esserci alcuna sorpresa (ma solo una tragica conferma dei peggiori sospetti e la reazione emotiva che ne consegue). Eppure i giornali – benché ovviamente abbastanza ben informati su tutta la vicenda – la presentano come una novità clamorosa e i politici sardi – anch’essi per forza di cose a conoscenza almeno parziale della situazione – si proclamano sconcertati e stupefatti, come se fino ad oggi non avessero mai sentito parlare di nulla del genere. Questo è il quadro d’insieme di una narrazione volta a ridimensionare il più possibile la questione o – nel momento in cui non sia più possibile – a farla apparire come una novità a cui non si era mai prima pensato, presentandosi magari come i più credibili risolutori del problema.

Ma questo è solo un esempio. La tecnica è sempre la stessa. Nascondere, censurare o deformare temi e argomentazioni che possano risultare destabilizzanti per il sistema di potere dominante in Sardegna e, nel caso, appropriarsi della scena facendosi paladini della verità. Un campione di questa tecnica politica è il presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci. Ma è in buona compagnia, a Cagliari e a Roma (dove vorrebbe finire anch’egli, dopo i suoi ottimi servigi, naturalmente).

Un po’ quanto successo con gli ultimi referendum. La casta che fa la guerra a se stessa era una messincena poco credibile fin da subito. I dubbi sulla natura e le conseguenze dei quesiti referendari erano troppi e troppo consistenti. Così, promotori della porcata e mass media complici ci sono andati giù duri con propaganda e disinformazione, senza lesinare mezzi e stratagemmi, fino a ottenere il risultato (chissà quanto sperato) di convalidare la tornata elettorale, grazie al superamento del quorum. E ora? Ora tutti contro tutti, a scaricare il barile, a distanziarsi dal pasticcio, a far finta di non essere mai stati lì. Chi segnalava i pericoli della truffa orchestrata da questi apprendisti stregoni della politica è stato facilmente etichettato come favorevole ai privilegi e agli sprechi, o come solone presuntuoso che non rispettava la volontà popolare. Eccola servita dunque la volontà popolare. A darle seguito saranno coloro che hanno le mani in pasta nelle stesse magagne che si volevano risolvere e che in larga parte le hanno causate. Ma tutto rigorosamente presentato in termini che non fanno capire di cosa si sia trattato e cosa ci fosse e ci sia ancora dietro.

In fondo è così per tutto, se ci pensiamo. I sardi non sanno nulla di nulla su ciò che li riguarda, e quel che sanno è falso. Dalle piccole alle grandi cose. Così fino ad oggi è stato relativamente facile persuaderci di ogni sciocchezza che facesse da schermo ad affari poco limpidi o a vantaggi altrui fatti pagare a noi.

Ora che l’Italia è in una delle sue cicliche fasi di pre-sfascio e le misure da prendere per salvare (temporaneamente) la baracca vanno dai sacrifici insostenibili al colpo di stato (perché escludere questa possibilità?), tanti di noi sono incantati davanti alla scena, ipnotizzati da uno spettacolo che sembra riguardarci, ma solo perché viviamo in una dimensione fittizia fatta di costrutti informativi virtuali e confezionati ad arte. Ci appassioniamo alle avventure del governo Monti, senza nemmeno avere il sospetto che se pure questa sceneggiata avrà degli esiti positivi per l’Italia (o, più probabilmente, per una parte di essa) saranno comunque disastrosi per noi. Lo scopriremo troppo tardi, come sempre.

Dobbiamo riappropriarci della conoscenza di noi stessi, dunque. Il monito “conosci te stesso” è quanto mai incalzante, nel nostro caso, pur tenendo presenti le sacrosante riserve di chi avverte che conoscere se stessi è difficile o impossibile. Ma qui non è tanto l’assolutezza delle conoscenze che ci interessa. È lo sguardo che gettiamo su di noi, che conta. Sono l’onestà e il coraggio con cui siamo in grado di riconoscere e affrontare la verità concreta, storica, non certo trascendente, degli elementi materiali e immateriali che compongono le nostre esistenze, ad essere importanti.

Il che naturalmente ha una rilevanza grandissima in termini pratici e politici. Da questo processo di riappropriazione della nostra stessa percezione del mondo nascerà il salto di qualità decisivo verso la nostra emancipazione collettiva. Perché se la risposta collettiva alle difficoltà del presente non sarà una risposta consapevole, l’esito non potrà che essere una nuova forma di soggezione, con ogni probabilità peggiore della precedente. Una platea di coscienze plagiate e di volontà manipolate è terreno fecondo per qualsiasi esperimento autoritario e reazionario. Dalle crisi, laddove non ci sia una consapevolezza diffusa e profonda del senso delle cose, è facile che emergano situazioni di violenza, di restrizione della libertà e dei diritti, di miseria morale, sociale e civile, oltre che materiale. Dobbiamo esserne consapevoli e non lasciare che questa fase storica in Sardegna sia gestita troppo a buon mercato dall’attuale classe dominante di mediocri, furbi e servi di padroni esterni.

Le forze sane esistono, la creatività, il talento e le energie positive sono presenti nel nostro tessuto economico, sociale e culturale. Gli esempi di cooperazione virtuosa, le soluzioni concrete generate dall’impegno dei cittadini, le iniziative economiche pionieristiche, l’apertura verso nuovi paradigmi produttivi e culturali si moltiplicano. Ad essi bisogna appellarsi per costruire le fondamenta del nostro riscatto storico. Che non potrà prescindere dal discorso dell’autodeterminazione politica ma nemmeno dalla sua costruzione condivisa, democratica e aperta al mondo.

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