Negli ambienti politici sardi va di moda un nuovo termine: sovranismo. Improvvisamente, le forze politiche che – con alcuni mutamenti di nome, ma ben pochi nelle persone – hanno gestito le sorti della Sardegna negli ultimi vent’anni pare abbiano scoperto quanto cattiva è ed è stata l’Italia nei nostri confronti. Da ciò il profluvio di dichiarazioni e petizioni di principio che invocano maggiore dialettica con lo stato centrale e a volte (a seconda delle necessità comunicative) addirittura il conflitto aperto.

Si tratta per lo più di trovate mediatiche, senza alcun referente politico serio, senza alcuna elaborazione alla base, senza una prospettiva nemmeno di breve termine. Pura fuffa manipolatoria. Nondimeno il termine “sovranismo” piace e viene sciorinato a profusione, tanto dagli ex comunisti, quanto dagli innumerevoli ex (?) democristiani di tutti gli schieramenti, fino ai destrorsi di varia estrazione.

Il succo di tutta la costruzione retorica su cui si basa l’uso di questo concetto è che la colpa delle nostre disgrazie è sempre di qualcun altro. Dello stato italiano, appunto. E’ colpa dello stato italiano se gettiamo disinvoltamente i nostri rifiuti in cunetta o avanzi di amianto in spiaggia; se tiriamo a fregare gli ultimi tre turisti che coraggiosamente si sono salassati per venire in Sardegna; se devastiamo, svendiamo o ignoriamo il nostro patrimonio storico-archeologico; se lavoriamo male; se propendiamo per un’altra colata di cemento sulle coste e sulle campagne; se aspettiamo il sultano di turno per prostrarci e offrirgli a prezzo di saldo le poche primizie rimasteci. Deve essere colpa dello stato italiano anche la remissività con cui la nostra classe politica evita di farsi consegnare dal medesimo stato centrale i miliardi che spettano alla Regione Sarda per l’annosa vertenza entrate (soldi dei sardi, ricordiamolo), preferendo strillare per i tagli alle elargizioni (veri o presunti).

Così, ecco che gli adepti della neo-lingua in salsa sarda, con un abile trucco, provano a rifare una verginità alle forze politiche più scalcinate dell’emisfero settentrionale per consentire loro di continuare a campare nel comodo ruolo di intermediari tra il vero potere (sempre esterno, non sia mai che ci tocchi qualche vera responsabilità) e il nostro territorio, perenne oggetto di appetiti rapaci e di voglie di conquista a basso costo.

Eppure è evidente che il concetto di sovranità non ha nulla a che fare con l’idea neo-autonomista subalterna e approssimativa che questa gente francamente impresentabile ha in mente. La sovranità è l’esercizio di una potestà politica piena. E’ un sinonimo di indipendenza, anzi, ne è il contenuto. Forse chi si scopre tutt’a un tratto sovranista, giusto per darsi un tono in questa fase pre-elettorale, non lo sa. O, se lo sa, fa finta di non saperlo. Cosa sia peggio, lo lascio decidere a chi legge.

Eppure, se fossimo un popolo semplicemente dignitoso, presente a se stesso, con una coscienza collettiva decente, questa pagliacciata non potrebbe avere cittadinanza. Non durerebbe lo spazio di un lancio di agenzia. Il politico che per riciclarsi si prestasse a tale trucco da circensi (con tutto il rispetto per la categoria, quella dei circensi chiaramente) verrebbe sbertucciato per strada e spedito a trovarsi un lavoro vero. Invece, evidentemente, la comoda scappatoia di attribuire la colpa sempre a qualcun altro piace a tanti. Piace a tutti i sardi che rivendicano il proprio orgoglio isolano solo a sproposito, di solito correndo appresso a qualche scemenza sparata dai mass media per distrarre l’opinione pubblica, ma se lo dimenticano in qualche recesso del proprio animo quando ci sono in ballo questioni sostanziali.

Il dubbio riguarda caso mai la quantità di sardi che invece sono usciti o stanno uscendo dalla trappola di nonsenso in cui siamo rinchiusi da generazioni e vogliono guardare il mondo coi propri occhi e viverlo con le proprie forze, assumendosene la responsabilità. Tanto nelle piccole, quanto nelle grandi cose. Se tale numero è sufficientemente grande, forse c’è ancora la possibilità di salvarci, di affrontare questi anni difficili con qualche prospettiva di sopravvivenza e di progettualità virtuosa. E’ un dubbio che il pessimismo della ragione tende a trasformare in certezza negativa, davanti ai tanti esempi deleteri che ci circondano, ma l’ottimismo della volontà spinge a sublimare in attiva partecipazione alla nostra sorte collettiva. Dove stia la verità, lo scopriremo presto. Ma, in caso di esiti distruttivi, non potremo ancora riversare la colpa su qualcun altro. Non più.

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