In Sardegna arrivano più o meno insieme detenuti pericolosi e ministri del governo italiano più reazionario e classista della storia repubblicana (e forse non solo). La perseveranza degli italiani nel farci dono del peggio di sé è quasi commovente.

Diciamo però che i sardi ci mettono del loro. Con tutto il susseguirsi di notizie (per lo più inutili) che si affastellano nei mass media nostrani, ne è già caduta nel dimenticatoio una in particolare, benché solo pochi giorni fa abbia suscitato reazioni polemiche e dure prese di posizione in giro per il web. Molto meno sulla stampa tradizionale, dove anzi hanno maramaldeggiato paludatissimi esponenti del più conformista patriottardismo italico. Mi riferisco alla approvazione del disegno di legge intitolato: “Norme sull’acquisizione di conoscenze e competenze in materia di «Cittadinanza e Costituzione» e sull’insegnamento dell’inno di Mameli nelle scuole”.

Il testo della legge si commenta da sé. La lettura è consigliata, perché è molto istruttiva su quali siano le preoccupazioni del blocco storico che domina l’Italia e di quali soluzioni i suoi mandatari politici (ossia i parlamentari e il governo) considerino opportune ed efficaci. Si spera che la scuola sarda sappia reagire compatta sul fronte di questa che per noi ha il sapore sgradevole di una provocazione, oltre ad essere una misura del tutto degna di regimi autoritari.

Al di là della critica alla legge in sé, vorrei però soffermarmi su un aspetto che ci tocca più strettamente. Come si evince dall’elenco dei votanti, i senatori eletti in Sardegna (come prima di loro i deputati), hanno massicciamente, anzi unanimemente, votato a favore di questo obbrobrio. Sono soprattutto le argomentazioni usate dai nostri parlamentari in Italia a colpire. Ne riporto testualmente alcune, a mo’ d’esempio, in modo che non possano esserci dubbi di ricostruzioni tendenziose da parte mia.

BRUNO MURGIA (deputato PdL) Quando parecchi anni fa cominciai a svolgere attività politica, vivendo in un’isola, creai un’espressione che faceva parte della nostra generazione, «sardo d’Italia», che significava rispettare la bandiera italiana ma ricordare di vivere in un’isola con una forte cultura autonomista, in cui mi riconosco. Ovviamente, voterò a favore del provvedimento in esame, che considero giusto. Come sardi, ogni tanto cantiamo l’inno della Brigata Sassari, ricordando il tributo che i sardi diedero nella prima guerra mondiale, riuscendo a conciliare felicemente questi due aspetti. Ricordo anche che un importante professore di filologia romanza, Carlo Tagliavini, dal punto di vista linguistico, definì «lingua», peraltro neolatina, la lingua sarda. Purtroppo tanti anni fa ho sostenuto quest’esame!

CATERINA PES (deputata PD) Intervengo volentieri per svolgere qualche riflessione, anche prendendo spunto dall’esperienza della «terra di Gramsci», come l’ha definita l’onorevole Barbieri. Credo che, come tutti sappiamo, l’Italia sia frutto di un’unificazione politica, e quando venne «fatta l’Italia», D’Azeglio dichiarò che si sarebbero dovuti «fare gli italiani», perché questi non esistevano: credo di poterlo testimoniare, proprio perché provengo da una terra in cui essere diventati italiani è stata più una casualità della storia che un fatto di appartenenza. Potevamo essere francesi nel 1700, potevamo essere spagnoli, ma siamo stati italiani per una serie di eventi storici. Ciò non toglie che l’appartenenza all’Italia, negli ultimi anni, abbia profondamente segnato la nostra storia e la nostra cultura: lo affermo perché condivido il ragionamento dell’onorevole Bachelet e capisco anche alcune riflessioni svolte dall’onorevole Rivolta. Dobbiamo considerare che, oggi, la scelta di lavorare su un provvedimento come questo ha un significato prima di tutto profondamente politico, ed è sul significato politico di questa legge che dobbiamo trovare un senso di comune appartenenza: non c’è dubbio, infatti, che, a differenza dei colleghi della Lega, se dovessi dichiarare se mi senta appartenente alla Sardegna o all’Italia, direi che prima di tutto mi sento sarda, perché nella cultura di noi sardi esiste una forte formazione che riguarda la dimensione culturale e identitaria, ma non riesco contemporaneamente a dimenticare quanto la Sardegna abbia portato alla Costituzione e alla difesa dell’Italia. Penso semplicemente al ruolo svolto dalla Brigata Sassari nella prima guerra mondiale, al ruolo che ha avuto Sardegna con il contributo agli alpini, e penso a come molti di noi, in Sardegna, preferiscano trasformare la stessa riflessione sul concetto di indipendenza in concetto di sovranità, cosa ben differente, che riconosce la nazione unita, la realtà dello Stato italiano di cui si riconosce parte, però rivendica rispetto a ciò la sovranità e l’autogoverno. Questo è il motivo per cui ritengo che la scelta politica di votare una legge come questa, che riconosce la comune appartenenza a un popolo, non impedisca – mi rivolgo all’onorevole Rivolta – di sentirsi necessariamente, inesorabilmente e anche fatalmente legati alle proprie radici, che possono essere anche diverse nell’unità.

SILVESTRO LADU (senatore PdL). Le nuove generazioni devono conoscere il percorso storico che ha portato all’Unita d’Italia, il significato del tricolore e dell’inno nazionale ed il loro valore simbolico, che ancora oggi rappresenta il coraggio di coloro che hanno sacrificato la vita per la liberta e l’indipendenza della Nazione. E` grazie a loro, ed in particolare a tanti giovani meridionali, se l’Italia è diventata un Paese unito e democratico, che ha saputo dare un apporto fondamentale per la costruzione di un’entita politica che unisca gli Stati del continente europeo. E quindi giusto celebrare l’Unita d’Italia, pero bisogna fare in modo che questo non sia solo un atto formale: a causa degli egoismi locali, infatti, permangono gli squilibri tra Nord e Sud e manca la continuità territoriale con le isole, penalizzate da una non adeguata dotazione infrastrutturale.

Probabilmente già alla prima lettura l’osservatore non distratto coglierà l’imbarazzo e gli artifici retorici che trasudano da questi tre interventi. Tutto un giustificare, un mettere insieme pere e chiodi, un arrampicarsi sugli specchi, un dire e non dire. Alla preoccupazione di allontanare da sé qualsiasi sospetto di nutrire velleità “separatiste” (non sia mai) o di avere qualcosa da recriminare contro “mamma Italia”, si associa la cerchiobottista allusione alla propria appartenenza specifica, evocata in toni sentimentali, con accenni fugaci a problemi generali a cui evidentemente si ritiene di essere comunque estranei, dopo anni di attività politica. Il servilismo che pervade tutte le dichiarazioni è evidente e non c’è nemmeno bisogno di soffermarcisi su.

Oltre alla forma, però, quel che condanna i nostri immeritevoli rappresentanti è il contenuto. Riesce difficile accettare che in così poche righe siano condensate tante sciocchezze. È del tutto legittimo il sospetto che queste cose i tre parlamentari in questione le pensino davvero. Ossia, al di là della necessaria manfrina da servi obbedienti, che mai potrebbero contestare il padrone, qui si intravvede una sorta di generica buona fede. Buona fede fondata a sua volta su una ignoranza crassa, persino imbarazzante, ma non dissimile da quella che ammorba gli spiriti di tanti sardi.

Ignoranza a largo spettro, potremmo ben dire, dato che nessun ambito teorico è lasciato indenne dagli strafalcioni. Per esempio l’attribuzione a Tagliavini della qualifica di “lingua” conferita al sardo (qualifica che il sardo conquistò già tra il finire del XIX e i primi del XX secolo ad opera di notissimi linguisti tedeschi e anche italiani). O il pasticcio relativo ai concetti di indipendenza e sovranità, di cui non si conosce evidentemente il significato giuridico e politico: la sovranità non è in alcun modo opponibile all’indipendenza, in quanto ne è il contenuto; non c’è indipendenza politica senza sovranità e non può esserci sovranità (ma caso mai forme di autonomia più o meno ampia) senza l’indipendenza politica. E aggiungo anche che mettere in connessione appartenenza nazionale e sovranità (e/o indipendenza) è sbagliato: si tratta di concetti che stanno su piani diversi, uno storico-culturale, l’altro giuridico-formale e politico. Ma anche il pastrocchio rivendicazionista sul sacrificio dei “giovani meridionali” per la Patria (italiana) è meritevole di attenzione: cosa abbiano a che fare i sardi con i giovani meridionali, è una domanda che vorrei proprio fare al senatore Ladu. Immagino che sia convinto che la Sardegna è una porzione della penisola italiana. Ma magari nel suo caso le nozioni geografiche sono oscurate dalle sue preoccupazioni giudiziarie, a dire il vero ben poco onorevoli o patriottiche.

Cosa si deduce dalle dichiarazioni di questi tre nostri rappresentanti (si fa per dire nostri e si fa per dire rappresentanti)? Fondamentalmente che siamo in mano a gente pericolosa. Pericolosa in quanto non adeguata al proprio ruolo e in quanto voce della Sardegna in un contesto esterno, nel quale per altro di prendono decisioni che ci riguardano. Senza essere troppo pretenziosi, oso preconizzare che le attestazioni e i discorsi che i nostri rappresentanti locali offriranno oggi ai ministri in visita non si discosteranno di molto dalla sostanza espressa in queste dichiarazioni di voto dei nostri parlamentari.

Il problema è generalizzato, dunque, ed esula dalla condizione soggettiva delle persone chiamate in causa (ripeto: a titolo esemplificativo) ed anche dal caso contingente in cui è emersa la loro personale inadeguatezza. Lo dico anche alla luce dello spazio concesso in Sardegna alla contesa interna al PD, incanalata in quella pantomima ridicola delle “primarie”. La nostra condizione dipendente, l’egemonia culturale che la sorregge e la giustifica producono costantemente i loro effetti tanto sulla nostra vita materiale quanto sulle narrazioni che ci riguardano. A volte con esiti politici e comunicativi grotteschi, ma sempre tremendamente gravi nelle loro ricadute pratiche.

Direi che la variegata categoria degli intellettuali sardi dovrebbe rifletterci su con molta lucidità e adeguato senso critico. Senza scappatoie di comodo e senza chiamarsi fuori. I terzismi non sono concessi. Non si può non essere partigiani, in questo frangente storico. O dentro il processo di emancipazione collettiva della Sardegna o contro di esso. A tutti noi la scelta.

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Commenti



1 Commento

  1.    grilletto salterino on 13 Novembre 2012 22:24

    E’ questo ciò che di noi viene rappresentato in Parlamento? Una leccata al potere centrale al quale non si può far mancare il voto, e una parola biforcuta per tenere il piede anche nell’altra staffa aspettando di vedere dove tira il vento. Che schifo!
    Dopo aver letto mi sento molto partigiana.
    Lo confesso – e magari non è cosa che ti importa – ma più allontano il mio sguardo da ciò che finora ho tenuto sotto osservazione (per ignoranza forse, o per false ragioni che credevo giuste, o solamente perché non voglio dare a me stessa della relativista in quanto non vorrei essere una scettica poco utile alla causa) più mi accorgo di cose che son sempre state lì sotto i miei occhi e che fin’ora non ho voluto vedere.
    Le scelte mi son sempre piaciute. L’emancipazione è un processo che ho sempre ritenuto indispensabile.
    Continuerò a leggere e a informarmi come un contadino ma con la mente molto aperta.

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