Laveria di Malfidano, Buggerru

Le forze storiche che hanno plasmato la Modernità europea negli ultimi cinquecento anni sono ancora in azione e coinvolgono tutto il pianeta. L’idea che si tratti di un destino scritto e di una progressione lineare è quanto meno illusoria, però. Niente esiste di irreversibile nella storia umana. E d’altronde basterebbe un banale e limitato incidente cosmico (tipo una esplosione di raggi gamma entro un raggio di 6000 anni luce) per mettere a rischio la Terra e tutto ciò che essa ospita, noi compresi.

Spesso si fa fatica a cimentarsi con questo ordine di grandezza, eppure è quello più proprio degli eventi e dei processi reali. Focalizziamo la nostra attenzione – a volte in modo ossessivo – sui particolari, magari persino marginali e insignificanti, e perdiamo di vista l’insieme, cui pure apparteniamo.

Lo sguardo sistemico è indispensabile per inquadrare al meglio ciò che avviene, tanto a livello macroscopico, planetario, quanto specifico e locale. Altrimenti diventa impossibile capire qualcosa persino di ciò che avviene nelle nostre vite quotidiane, il qui e ora del nostro piccolo mondo personale.

Così, sperare di sapere qualcosa di sensato circa gli eventi e i processi oggi in corso in Sardegna senza conoscere il contesto in cui hanno luogo, tanto in termini sincronici (quel che accade adesso, contemporaneamente) quanto diacronici (ciò che accade lungo la linea del tempo), è un errore, prima ancora che una illusione. Un errore che ci espone a qualsiasi forma manipolatoria di narrazione.

Pensiamo alla vicenda storica del capitalismo. Quanti storici sardi si sono soffermati su una analisi di lungo periodo che tra le altre cose connetta le vicende sarde con quelle internazionali a cui sono inevitabilmente collegate? Di fatto, nessuno. Eppure molte risposte ai nostri legittimi quesiti circa noi stessi si trovano a quel livello del discorso. Uno dei nodi fondamentali della nostra storia contemporanea è precisamente il rapporto tra la Sardegna e il meccanismo del capitale, come storicamente dispiegatosi sull’Isola e in relazione ai suoi sviluppi generali, a livello mediterraneo ed europeo.

Allorché il secolo dei Lumi volgeva verso i suoi esiti storici più clamorosi (la Rivoluzione Francese, la prima rivoluzione industriale), la Sardegna si trovava pienamente immersa nella dinamiche e nelle correnti culturali del periodo. Lo scontento per l’amministrazione sabauda saldava gli interessi di una parte cospicua dell’emergente borghesia col malcontento popolare. Persino l’aristocrazia e il clero di base avevano di che lamentarsi. Su tutto ciò si innestavano le idee che arrivavano dal mare. In questa come in altre epoche la condizione insulare della Sardegna la metteva in contatto con i traffici materiali e immateriali che percorrevano il Mediterraneo più facilmente di molte aree continentali.

Benché di origine diversa e persino contrastante, le aspettative di tutte le classi sociali tendevano a confluire verso il rigetto del sistema di potere sabaudo. La reattività mostrata dai sardi al cospetto delle evenienze anche drammatiche cui dovettero rispondere a partire dal 1793 (febbraio, tentativo di occupazione francese) segnala una lunga, oscura preparazione avvenuta negli anni precedenti.

L’epopea rivoluzionaria sarda contrappose due visioni distinte, che finirono per uscire sconfitte entrambe, ma con conseguenze diverse. Da un lato i “novatori” (si chiamavano così gli esponenti politicamente impegnati di questa vasta categoria socio-culturale), dall’altro i “moderati”. Entrambi avevano interesse a ridimensionare il dispotismo e il centralismo sabaudi, ma per promuovere prospettive che difficilmente riuscivano a convivere e alla lunga si separarono.

I moderati furono sconfitti esattamente come i novatori, ma riuscirono molto più efficacemente a riciclarsi, rinunciando a qualsiasi pretesa di ordine nazionale e generale, per ripiegare su un ruolo di intermediazione tra la Sardegna e il potere regio (esterno) e gli interessi che esso rappresentava (anch’essi esterni). Rinunciarono insomma a farsi classe dirigente nazionale in senso moderno. I novatori – espressione della parte dinamica ed “espansiva” (per dirla con Gramsci) della classe dominante sarda – furono ridimensionati, anche con misure repressive durissime come sappiamo, e perdettero spazio e influenza.

Da lì emerge il problema della modernità sarda. Le forme del capitalismo europeo non maturarono sull’Isola secondo dinamiche autoctone, rispondenti ad esigenze e rapporti di forza e di produzione locali, nazionali, bensì furono calate dall’alto e dall’esterno, ancor prima del 1820 (editto delle chiudende), istituendo così un modello che poi dominerà la nostra parabola storica fino ad oggi.

È importante questo passaggio, perché mostra come possano cambiare le sorti di una intera popolazione a seconda che gli stessi fenomeni storici si verifichino dentro le relazioni e attraverso le risorse umane e materiali di cui un territorio dispone ovvero siano il frutto di interessi e scelte esogeni.

Il capitale ha un suo funzionamento intrinseco: è una logica prima ancora che un fenomeno storico. Le forme che assume o in cui si evolve dipendono molto da fattori esterni al suo funzionamento. Funzionamento che – in condizioni ideali, astratte – è sempre lo stesso: accumulazione primaria, sfruttamento delle risorse (compresa la forza lavoro) e dell’ambiente, massimizzazione dei profitti, tendenza al monopolio e avversione alla libertà del mercato e degli individui, predominanza totalitaria degli interessi individuali su quelli collettivi. Se non è controbilanciata da un sistema valoriale diffuso e da un assetto politico efficente, la logica del capitale finisce per imporsi in modo assoluto, fino all’estrema consunzione dello stesso ambito in cui opera, per poi cercare un altro ambito in cui impiantarsi. Un po’ come fanno i virus. Il che corrisponde alla prospettiva del neo-liberismo (che di neo- non ha niente, essendo una scuola di pensiero ottocentesca).

Quel che appare evidente ad uno sguardo storico spassionato è che la Sardegna è stata esposta, da duecento anni in qua, alla più brutale e immediata logica capitalista, senza contromisure o bilanciamenti. Le possibili strutture sociali e culturali che potevano contrastare tale imposizione sono state depotenziate e marginalizzate, anche tramite una prolungata opera di acculturazione ed erigendo un apparato egemonico fondato sul controllo e sull’utilizzo di tutti i media disponibili (dalla lingua, alla stampa, alla scuola, fino alla televisione).

Per questo l’ingresso della Sardegna nella contemporaneità è stato tanto travagliato ed in effetti è ancora in corso. Le risorse storiche che pure avrebbero fatto emergere dei modelli autoctoni di risposta alle spinte della modernità sono state frustrate ed invece è stata concessa strada libera alla mera logica del saccheggio, senza altre prospettive che non fossero di puro egoismo. La disarticolazione sociale e culturale ha fatto sì che il meccanismo dell’accumulo e del profitto generasse, in tali condizioni, ulteriori ed accessori fenomeni degenerativi, come la criminalità endemica e i sequestri di persona: reazioni patologiche di un sistema sottoposto a uno stress storico duraturo.

Ancora oggi, dopo i massicci interventi ottocenteschi (nell’estrazione e commercio del legname, nel settore agricolo e pastorale, nel settore minerario), dopo la politica fascista (con la sua “legge del miliardo”), dopo i Piani di Rinascita, tutti interventi fallimentari (per i sardi), non appare nell’agenda politica nostrana alcuna ricetta diversa. Da un lato si tenta di lucrare sulle elargizioni – decrescenti – di denaro pubblico (che si tratti di quello dello stato o dei fondi europei poco cambia, la logica è sempre quella dell’accaparramento senza ricadute positive sul territorio), dall’altro si sollecitano gli investimenti speculativi – anche questi sempre più difficili da trovare, se non a prezzo di concessioni improponibili – dei grossi attori privati sulla scena internazionale (multinazionali industriali o energetiche, fondi di investimento stranieri in ambito turistico-immobiliare, ecc.). Viene costantemente sabotato invece ogni tentativo di emersione di un tessuto produttivo locale, magari non particolarmente efficace su grande scala, ma comunque in grado di valorizzare le risorse e rispondere alle esigenze del territorio. In tutto questo ha il suo ruolo anche il sistema del credito, che in Sardegna ha corrisposto efficacemente fin dall’Ottocento al prolungato processo di depauperamento e di sottomissione dell’Isola. La convenienza dei grandi centri di potere economico e geopolitico e quella della classe dominante sarda si sono saldati e hanno agito fin qui di comune accordo.

Riassumendo, si possono dunque elencare le seguenti conclusioni:

- la Sardegna non è mai stata eclusa dalle correnti storiche, se non – parzialmente – a partire dall’Ottocento, momento della grande transizione demografica dell’Occidente europeo, fino ad oggi;

- gli esiti storici spontanei maturati in Sardegna in concomitanza con le analoghe vicende internazionali sono stati frustrati da chi dominava la scena economica a politica a svantaggio della popolazione e del territorio;

- il modello imperante, tipicamente “top-down” (dall’alto in basso), domina da due secoli ed è ancora quello su cui si applica la classe politica sarda attuale.

Quando si parla di un nuovo modello economico per la Sardegna, bisogna sempre partire da questa premessa analitica. Altrimenti si sconfina troppo facilmente o nella mera disinformazione tossica o nell’ideologia astratta. Evitare di inserire dentro il quadro generale la necessità storica della nostra autodeterminazione serve solo a perpetuare – anche proprio malgrado – il modello economico e politico imperante. È chiaro che esso faccia comodo all’Italia (per ragioni meramente utilitaristiche, non certo per intrinseca malvagità dello stato italiano, tanto meno degli italiani in quanto popolo) e che faccia comodo anche alla classe dominante sarda, per quanto rivestita di panni identitari o sovranisti. Ma non fa comodo, non ha mai fatto comodo, ai sardi nel loro insieme, come collettività storica, né alla Sardegna, alle sue risorse, al suo territorio.

Il discrimine politico secondo cui valutare progetti e proposte si fonda su queste considerazioni. Non importano le etichette (un po’ sfilacciate) di destra o sinistra, quando i finti contendenti dei partiti e dei sindacati italiani in Sardegna perorano le stesse ricette (tipo la chimica verde, o il GALSI, o lo sfruttamento economico privato ed esterno delle aree militari, o gli investimenti turistici del fondo sovrano del Qatar). Le forze integre e sane della nostra collettività e del nostro territorio – che ci sono – sono altre e devono essere quelle che imporranno il nuovo modello produttivo e distributivo e anche il nuovo modello politico. L’alternativa è un rapido impoverimento demografico e materiale, a cui tuttavia non siamo destinati né dalla nostra storia, né dalla nostra posizione geografica, né dalle risorse di cui disponiamo. Il verificarsi di un esito o dell’altro dipendenrà da noi, è una nostra precisa responsabilità storica.

Licenza Creative Commons


Commenti



I commenti sono chiusi

Nome (obbligatorio)

Email (obbligatorio)

Sito web

Speak your mind

Codice di sicurezza: