Il pregiudizio è difficile da sconfiggere, specie se ha risvolti pratici comodi, deresponsabilizzanti. Per questo è tanto facile che in Sardegna prosperi la nostra mitologia identitaria: ad ogni problema, ad ogni manifestazione della crisi è facile rispondere con un luogo comune e di conseguenza esimersi sia dall’assumersi qualche responsabilità sia soprattutto dal fare qualcosa.

Uno dei luoghi comuni mitologici più di successo, come si sa, è la definizione dei sardi data nel XVI secolo da Antonio Parragues de Castillejo, arcivescovo di Cagliari: “pocos, locos y mal unidos“. Senza indugiare in analisi filologiche sulla (dubbia) autenticità di questa massima, essa è ormai, da una trentina d’anni, un costrutto ideologico largamente interiorizzato dai più, come tale ottimo per fondare un’intera rappresentazione della realtà.

Il successo di questa massima è dovuto alla sua forza dirimente. Basta tirarla in ballo e si chiudono intere discussioni. I sardi sono così per loro natura, è una forma congenita di stupidità e di debolezza collettiva quella che ci condanna all’inerzia e alla subalternità. Qualsiasi discorso che vi si opponesse sarebbe puramente velleitario e utopistico, del tutto alieno alla realtà fattuale del mondo in cui viviamo. Il che equivale a dire che lo status quo si può criticare e si può anche detestare, ma è del tutto inutile anche solo pensare di infrangerlo o addirittura modificarlo.

Già solo rivelare che questa proverbiale definizione non è in alcun modo attribuibile all’imperatore Carlo V (come molti credono) di solito lascia interdetto l’interlocutore. Il fatto che uno dei personaggi più grandi della storia europea e mondiale si fosse preso la briga di dare una definizione (sia pure denigratoria) di noi altri è una fonte di soddisfazione, ci fa sentire parte di quella storia da cui la scuola e i mass media ci hanno da tempo insegnato che siamo esclusi. Se l’insulto è proferito da una persona di rilievo, ben venga anche l’insulto: basta che mi estragga dalle tenebre dell’oblio a cui ci sentiamo condannati. Così, il disvelamento della falsità di questa attribuzione genera una grande delusione. Tanto più grave è dunque insinuare il dubbio della sua stessa autenticità. L’idea è che, anche se non la pronunciò Carlo V, la massima è valida comunque: basta che qualcuno l’abbia pronunciata, per farci contenti.

Il problema vero nasce quando si mostra come lo stesso contenuto di questo detto sia discutibile. In questo caso si rischia il conflitto più aperto. Osare dubitare del fatto che noi sardi siamo davvero pochi, matti e disuniti è una sorta di sacrilegio. È un dubbio che mette in discussione uno dei pilastri del nostro mito identitario, e in questo modo, eliminando la facile scappatoia del difetto congenito, rischia di chiamarci in causa per le nostre manchevolezze, costringendoci così a guardare in faccia la nostra cattiva coscienza, la nostra mancanza di coraggio e di dignità, tanto personale quanto collettiva.

In realtà, però, per quanto possa spiacere, bisogna pur avvertire che per qualsiasi esempio portato a supporto di questa definizione dei sardi, ce n’è almeno un altro che la confuta. Sulla scarsità demografica dei sardi – ad esempio – si potrebbero fare lunghe dissertazioni storiche, dimostrando quanto relativa sia questa pretesa debolezza e quante oscillazioni abbia subito nel corso della storia la nostra densità antropica, a seconda dei fattori restrittivi o dei fattori umani che la condizionano. Ma forse basterà far osservare che solo negli ultimi cinquanta anni sono andate via dalla Sardegna molte centinaia di migliaia di sardi. Anche assumendo come buona la stima che va per la maggiore (approssimata per difetto), la quale fa ammontare la nostra emigrazione a circa 700’000 persone, stiamo comunque parlando di quasi il 50% dell’attuale popolazione residente sull’Isola. Con la nostra diaspora (senza contare i discendenti) la popolazione sarda ammonterebbe a 2 milioni e 400mila unità. Non abbastanza per poterci definire “tanti”, ma un po’ troppi per poter parlare di spopolamento, dunque di “pochi”.

Questo comunque è il dato più innocuo e in fondo meno problematico. Quel che conta nella famosa definizione di “pocos, locos y mal unidos sono il “locos” e soprattutto il “mal unidos“. Sulla pazzia (o stupidità) dei sardi spero non ci sia bisogno di indugiare molto. È abbastanza evidente che i sardi non sono più matti della media dell’umanità. Senza contare la produzione di talento, creatività, arte, cultura, intelligenze che fa della Sardegna un luogo abbastanza speciale, in questo senso, e non solo negli ultimi anni.

Ne consegue che su questo è difficile che il dissenso duri a lungo. Alla fine anche il più ostinato difensore della nostra definizione di “pochi, matti e disuniti” abbandona i pochi e i matti e si concentra sui disuniti. Questo è il pezzo forte di ogni forma di autorazzismo dei sardi, l’argomento decisivo che si tira in ballo per chiudere qualsiasi discorso anche solo vagamente emancipativo. Sembra che nulla possa confutare la certezza che siamo congenitamente divisi e incapaci di un comune sentire, di metterci insieme per combinare qualcosa di buono. Gli esempi sono di solito molto generici, ma la reiterazione ha conferito loro una forza egemonica che li impone a dispetto di qualsiasi tentativo critico.

Eppure, come dicevo, per ognuno di questi esempi se ne può citare almeno uno contrario. Ma prima ancora occorre sottolineare che tale addebito – apparentemente riferito a una nostra caratteristica antropologica profonda – non è mai entrato nelle descrizioni che si trovano sui documenti che ci riguardano. Ai sardi venivano addebitate tante cose, soprattutto da chi aveva interesse a dominarci o ad approfittarsi di noi, eppure l’idea che fossimo disuniti e pervicacemente ostili gli uni agli altri non è tra queste. Strano, per una caratteristica così macroscopica e decisiva.

Magari questo fatto è dovuto alla constatazione, da parte di tanti osservatori, della profonda coesione che ha sempre caratterizzato le comunità sarde. Il senso dell’appartenenza a una collettività è sempre stato fortissimo in Sardegna, anzi dominante, almeno fino allo sconquasso provocato dall’imposizione (fatta dall’alto e da fuori, in nome di interessi esterni) del modello capitalista, nel corso dell’Ottocento. Pensiamo alla proprietà indivisa della terra e agli usi comunitari. Pensiamo al rito del giuramento collettivo detto “de iscolca“, che gli abitanti di villaggi vicini facevano ogni anno per impegnarsi a non ledere gli interessi gli uni degli altri e a comporre i conflitti in modo negoziato. Di tutte queste usanze il retaggio è arrivato fino ai giorni nostri. Un certo uso del territorio del comune, per dire (pensiamo al Comunale di Orgosolo, o di Orune), fonte di sostentamento per tutta la comunità (in questo caso a base produttiva pastorale). Pensiamo all’uso della “paradura“, il risarcimento collettivo a favore di chi abbia perso il gregge per una disgrazia o comunque per cause estranee alla propria negligenza. Pensiamo alle grandi feste patronali, in cui convenivano interi villaggi, persino da altre aree dell’isola (cosa che in parte succede ancora, mutatis mutandis). O pensiamo a quanto amino ritrovarsi i sardi di ogni provenienza quando siano fuori dal territorio sardo.

A questi usi spontanei e di matrice profonda, si possono aggiungere esempi ulteriori, più inseriti nella nostra realtà socio-economica e culturale contemporanea. Associazionismo, volontariato, gruppi folklorici. E ora anche realtà più strettamente economiche che si affacciano sulla scena secondo modelli alternativi a quelli del capitalismo assoluto dominante (in campo produttivo, nel credito, in ambito culturale, ecc.).

Insomma, costruire un luogo comune e imporlo egemonicamente in fondo non è così difficile, per chi disponga del controllo dei mezzi di comunicazione e sia spalleggiato dalle agenzie frmative principali (scuola e università). Contrapporre a tale narrazione un controcanto è ben arduo, dovendosi scontrare con un apparato pervasivo e penetrante, oltre che attivo da decenni. Eppure basterebbe alzare lo sguardo, respirare l’aria della storia, al di sopra delle narrazioni di comodo, e guardarsi intorno, per vedere che forse esiste qualcosa di diverso. Qualcosa di diverso che ci appartiene altrettanto – e magari di più – di qualsiasi difetto congenito ci sia stato attribuito.

L’obiezione potrebbe essere che però così non si fa altro che sostituire una narrazione, che ai nostri occhi è sbagliata o produttiva di effetti negativi, con un’altra narrazione, favorevole ai nostri intenti. La risposta a tale obiezione potrebbe essere molto sbrigativa: se si osservano le cose onestamente, abbandonando i luoghi comuni, non c’è bisogno di affidarsi fideisticamente ad un’altra narrazione. Ma questa sarebbe una risposta un po’ troppo politically correct, magari onesta, non ingannevole, ma carente di un aspetto. L’aspetto di cui mancherebbe questa risposta è quello politico.

Noi siamo esseri politici, come specie animale. L’evoluzione ci ha consentito di rispondere agli stimoli ambientali e di adattarci ad essi in virtù della nostra capacità di relazione. Nelle relazioni c’è la risposta a tutto, sia in termini affettivi, sia in termini culturali, sia in termini economici. E delle relazioni sono un elemento fondante le narrazioni. Il nostro stesso cervello funziona sulla base delle narrazioni e delle figure retoriche (in particolare, come ben sapeva Lakoff, delle metafore). Depotenziare la propensione comunitaria dei sardi, a cominciare dalla negazione della nostra stessa storia (dunque dalla narrazione di noi stessi come collettività nel tempo e nello spazio), è stato in definitiva un efficace strumento di dominio. Il pocos, locos y mal unidos a questo serviva (e serve).

A tale elemento mitologico (tecnicizzato ai nostri danni) è necessario – oggi più che mai – contrapporre una narrazione diversa, fondata sulla forza delle relazioni, sulla capacità di far fronte alle sfide della storia attraverso la collaborazione e l’intelligenza collettiva. Modello pragmatico e culturale che i sardi non hanno bisogno di apprendere da qualche libro o da altre popolazioni, perché fa parte storicamente di noi. È il modo in cui abbiamo saputo resistere e reagire a tutte le fasi di crisi in cui ci siamo trovati a vivere.

A chi ripropone dunque la nostra inevitabile disunione e la nostra follia come buona ragione per non fare nulla, bisogna semplicemente rispondere: va bene, ma tu cosa vuoi fare? Sei disposto ad accettare lo status quo o invece vorresti far qualcosa per modificarlo? Perché modificarlo si può, a partire da una narrazione di noi stessi che si allontani dalla comodità dell’inerzia passiva e ci renda il senso di essere una parte operante nel mondo, con tutti i suoi vincoli, ma anche con i suoi diritti e la sua responsabilità. Non una pedina in mano altrui, o vittima indifesa di un destino segnato, ma soggetto storico pienamente dispiegato. Basta volerlo. Non ci sono più scuse.

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Commenti



1 Commento

  1.    Matteo Bulloni on 23 Dicembre 2012 17:32

    Sappiamo tutti della stupidità del detto ed anche della sua attinenza con la realtà sarda.
    Dobbiamo fare un’analisi storica più approfondita sulle cause che hanno determinato la “questione sarda”, l’arretratezza della nostra economia, la subalternità culturale, l’incapacità a trovare elementi di unificazione nazionale. Chi si è fatto scudo del “nazionalismo sardo” lo ha fatto quasi sempre per tornaconto personale aspirando magari a diventare consigliere della RAS ed assicurarsi un avvenire di grande comodità e benessere e a questo proposito basta scagliarsi contro Roma e contro i “partiti nazionali” e il resto vien da sè. L’impegno non può essere altro se non quello di una lotta continua per la crescita complessiva di tutto il Popolo Sardo. E’ necessario percorrere questa strada facendosi carico anzitutto dei problemi di tutti i sardi e portandoli avanti con tutte le forze e solo in questo modo si potrà avere l’appoggio del popolo stesso. Oggi i sardi sono tutti (chi più e chi meno) ostaggio del clientelismo più becero praticato da politici senza scrupoli, di destra, di centro e di sinistra! Per cambiare le cose è necessario uno sforzo immane e tanto, tanto tempo e tantisssima pazienza! Auguri!

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