È tutto un corri corri, nello scenario politico sardo. Dietro la facciata delle istituzioni, la guerra è già cominciata e tutti i soggetti forti (o presunti tali) del blocco storico che ci domina (in conto terzi) cercano di procurarsi le alleanze giuste, le protezioni più potenti e le posizioni più vantaggiose. Illudersi che ci sia in gioco il presente e il futuro della Sardegna, in tutto ciò, è altamente sconsigliabile: significherebbe solo fare il gioco dei burattinai.

Mentre i mass media ci intontiscono con postini ladri di corrispondenza, con la questione dello stadio del Cagliari o con altre fanfaluche a caso, la Sardegna attraversa un momento estremamente delicato della sua parabola storica. Grandi manovre sono in corso sotto il nostro naso, o sopra le nostre teste. Il disegno complessivo è sempre quello di desertificare l’Isola, di debilitarne il tessuto produttivo, demografico e culturale per renderla ancora più docile ai grandi interessi non solo economici ma anche geopolitici. Gli attori in campo sono diversi. Il grande capitale parassitario italiano, fondi di investimento internazionali, grandi gruppi criminali, strutture militari-industriali straniere (per usare una definizione del presidente Ike Eisenhower): tutti soggetti con soldi da impiegare e interessi rapaci da soddisfare. Niente di più opportuno che fare della Sardegna un oggetto di sfruttamento arrendevole, o una comoda base logistica, o una facile fonte di profitti. Unico inconveniente – come lucidamente disse una volta a un suo referente il buon Ugo Cappellacci – sono i sardi.

Di questo sono persuasi tutti, non facciamoci ingannare. A livello di classe dominante italiana la Sardegna e i suoi pittoreschi abitanti sono solo una pedina nel grande “gioco del trono”, come tale – l’abbiamo detto spesso – sfruttabile fino alla consunzione o, se del caso, sacrificabile. A tale apparato risponde la classe dominante proconsolare sarda, perciò è naturale che anche per essa i sardi siano un limite o un problema. I sardi come popolo. Questa razza maledetta che si ostina a esistere, nonostante tutto, a dispetto di tutti i tentativi di strapparle l’anima e debilitarne il corpo vivo.

Dato che i tempi lo richiedono, non si escludono misure particolarmente drastiche. L’escalation di ruberie, speculazioni sfacciate, sottrazioni di diritti, soprusi e violenze (economiche, politiche, persino militari) è lì a dimostrare che il gioco si è fatto più duro e i mezzi si sono adeguati. Chi gestisce i ruoli decisionali e le risorse sa bene che non si può andare troppo per il sottile. Certo, c’è lo sgradevole inconveniente dell’obsolescenza di molti strumenti utilizzati proficuamente fin qui. La crisi economica sta raggiungendo limiti inaccettabili anche per il più egoista e miope dei clientes e al contempo se ne intravvede meglio la radice fatta di inaccettabili ingiustizie. La cappa di controllo dell’immaginario collettivo costituita dai dispositivi del mainstream mediatico perde potere di condizionamento, davanti a nuove fonti di comunicazione e conoscenza. Gli stessi punti di riferimento a cui la classe dominante sarda ha sempre risposto nel corso dei decenni sono indeboliti e in cerca di salvezza o riposizionamento.

In tale scenario è normale che i più furbi tra coloro che non vogliono affatto che le cose cambino provano la carta dell’orgoglio identitario. Persino Cappellacci non lesina strizzate d’occhio a concetti come “nazione sarda”, “indipendenza”, o simili. Meno furbi di lui quelli del PD, al solito persi nella bolla spazio-temporale delle loro beghe intestine, ultimi difensori di una ridotta diroccata alla deriva nello spazio tempo. Ma anche nel centrosinistra sardo le petizioni di principio a favore di concetti para-nazionalisti fanno ormai capolino. Il tentativo di imbarcare qualche elemento senza fissa dimora dell’ambito indipendentista è un chiaro segno del tentativo di maquillage. Come del resto lo è l’invenzione della nuova formula magica del “sovranismo”, puro significante senza significato né referente concreto. Nello stesso senso va letta la tardiva e ambigua riscoperta di argomentazioni identitarie da parte di diversi altri soggetti dello scenario politico e mediatico, del tutto improbabili come propugnatori dell’autodeterminazione dei sardi. Il trucco è fin troppo scoperto: propinare un po’ di parole chiave a mo’ di specchietto per le allodole (identità, limba, specialità: tutto ciarpame veterosardista che evidentemente si presume ancora efficace) e rivestirne l’ennesimo disegno egemonico di stampo autoritario, elitista e anche vagamente reazionario, comunque ben poco democratico e/o emancipativo.

A tutto ciò non basta rispondere col puro esercizio della coscienza critica o con la contrapposizione dell’onestà morale e intellettuale. Occorre anche cominciare a mettere in pratica principi diversi. A chi desidera prendere il potere, presumendo di essere in grado di gestirlo e di trarne vanaggio per sé e per i propri seguaci, non basta ricordare i pericoli in cui si incorre infilando al dito l’Anello di Sauron. A chi ha come unico obiettivo il proprio interesse o l’interesse dei propri padroni, non serve a nulla rinfacciare la rapacità o la disonestà. Quel che occorre è rispondere con pratiche alternative, che contrastino le mire di conquista malevola direttamente sul campo.

Per questo c’è bisogno di generare un processo di reazione che dal basso, dalle comunità, dalle categorie produttive (in senso materiale e immateriale) sposti l’inerzia politica in una direzione che i vari gruppi di potere e di interesse non possano controllare né percorrere, se non a prezzo di disintegrarsi. Le energie necessarie per generare questo campo di forza virtuoso sono già mobilitate. Basti pensare a ciò che sta avvenendo in molte zone della Sardegna investite dalle mire speculatrici di colossi economici come la SARAS o altri analoghi soggetti. Basti vedere cosa sta succedendo in vari ambiti culturali ed economici fino a ieri lasciati alla mercé di dinamiche distruttive (e autodistruttive) apparentemente incontrollabili. Ovviamente questa mobilitazione incontra l’ostilità, a volte scoperta, di chi ha tutto da perdere dalla crescita della consapevolezza collettiva e dall’assunzione diretta di responsabilità dei cittadini. Ma questo è solo una conferma che la direzione è quella giusta e che sono le relazioni, la coesione, la cultura convergente, l’intelligenza collettiva gli strumenti di riscatto ed emancipazione su cui dobbiamo contare, non certo l’affidamento fideistico a progetti elitari o a improbabili salvatori della patria.

La posta in gioco è altissima, perché sarà nei prossimi anni che ci giocheremo gran parte delle nostre possibilità di sopravvivenza come collettività storica. La tendenza attuale è terrificante. Modificarne l’andamento e invertirne il segno è una priorità di chi c’è oggi, non della prossima generazione. Bisogna esserne consapevoli e agire di conseguenza.

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