Quando si sostiene che noi sardi non conosciamo la nostra storia, non è una esagerazione provocatoria. La scarsa conoscenza delle nostre vicende nel tempo è un dato di fatto che è facile verificare ogni volta che nuovi documenti vengono estratti dall’oblio e consegnati alla diffusione pubblica. È allora che emerge in tutta la sua gravità la natura dolosa dell’ignoranza di noi stessi che ci caratterizza.

Una delle fandonie più in voga circa la storia sarda è che manchino le fonti. Il che è quanto meno poco verosimile anche senza svolgere troppe indagini, visto che la Sardegna, volente o nolente, è sempre stata coinvolta nei traffici e nei conflitti che hanno attraversato il Mediterraneo. Le tracce di questo coinvolgimento sono inevitabilmente molte e distribuite negli archivi di tutti gli stati che si affacciano nel nostro stesso mare (quindi non solo europei). Niente di strano, perciò, che basti cercare per trovare qualcosa.

L’ennesima dimostrazione di quanto detto è la pubblicazione di questo volume, a cura di Sabine Enders, in collaborazione con il dipartimento di Lingue e Letterature Romanze dell’Università di Stoccarda e con Giuanne Masala, ricercatore sardo trapiantato in Germania. Il volume riprende e traduce in italiano, corredandolo di un apparato critico adeguato e di ulteriori documenti d’epoca, un testo apparso in Europa nel 1714 (dove esattamente non si sa, dato che il luogo di pubblicazione dichiarato allora era spesso fittizio, onde sfuggire ai rigori della censura) ed attribuito prevalentemente allo storico francese Jean Rousset de Missy. La tesi della curatrice e dei suoi collaboratori è invece che esso sia stato redatto (probabilmente prima in spagnolo, come attesterebbe un manoscritto conservato a Torino) da Vincenzo Bacallar Sanna, personaggio di primo piano della Sardegna dell’epoca, letterato e diplomatico, esule presso la corte di Filippo V di Spagna. Jean Rousset de Missy sarebbe dunque solo il traduttore in francese.

Effettivamente la lettura della Paraninfa induce a riconoscere nel suo autore un sardo. Tanti gli indizi e troppo rivelatore il tono dello scritto. Ma al di là dell’attribuzione, quel che conta in quest’operazione editoriale sono altri aspetti. Intanto la ricostruzione delle vicende politiche e diplomatiche che condussero di lì al 1720 ad assegnare la corona del regno sardo ai Savoia. Esito questo molto mal raccontato dalla storiografia sarda e pressoché rimosso dalla storiografia italiana (che non ama ricollegare gli snodi rilevanti della storia patria con la Sardegna). Nel conferimento ai Savoia della corona sarda non c’è nulla di predestinato e non c’è alcun elemento che ricolleghi questo fatto a legami più o meno espliciti con l’Italia (che allora politicamente e giuridicamente non esisteva). Risulta invece evidente come allora la Sardegna fosse immersa a pieno titolo nelle più rilevanti vicende europee. Non solo in qualità di mera pedina di scambio (come solitamente la si dipinge), bensì con una propria voce in capitolo. Se non altro, la voce in capitolo dei diplomatici e intellettuali sardi di orientamento filoborbonico che perorarono la causa di un Regno di Sardegna indipendente, nel consesso delle nazioni europee del XVIII secolo.

Una aspirazione non implicita o solo desumibile da indizi, ma dichiarata. I designati per la carica di re di Sardegna erano, tra 1712 e 1714, il principe elettore del Palatinato e soprattutto il duca di Baviera, Max Emanuel (entrambi i principi avevano qualcosa da chiedere ai tavoli della diplomazia europea, dove si discutevano gli esiti della Guerra di successione spagnola). Non si taceva nemmeno sulla necessità che il nuovo sovrano fosse intimamente e concretamente legato al Regno. Era anzi esplicita la richiesta che egli vi risiedesse personalmente o vi facesse risiedere l’erede al trono, senza far governare la Sardegna a ministri o viceré.

Certo un’ipotesi simile, agli occhi di un sardo contemporaneo, abituato a non sapere nulla della popria storia o a saperne qualcosa ma di sbagliato, suona quasi incomprensibile. La sola idea che la Sardegna abbia rischiato di essere fin dal principio del XVIII secolo uno stato nazionale indipendente e sovrano (sia pure nelle forme tipiche dell’Ancien Règime) e per di più col beneplacito delle potenze europee e senza che ciò destasse scandalo o incredulità, contrasta troppo vivamente con il nostro mito identitario fatto di estraneità al corso principale della storia, di isolamento e resistenzialità, di autonomismo e di autocommiserazione. Eppure i documenti allegati a sostegno di tutta la ricostruzione fatta da Sabine Enders e dai suoi collaboratori non lasciano adito a dubbi.

Ovviamente – si obietterà – la storia non si fa con i “se” e con i “ma”. Però è anche vero che di “se” e di “ma” la storia umana è piena. Gli eventi che accadono, e che come tali sono registrati nelle cronache e nei libri, sono semplicemente la materializzazione puntuale di un campo di probabilità più o meno ampio, che poi scolora nell’apparenza dell’inevitabilità degli esiti, di una sorta di destino già stabilito, solo perché appunto le cose sono andate in un modo anziché in un altro.

Del resto ci sono stati altri momenti simili nella nostra storia contemporanea. Pensiamo al periodo rivoluzionario sardo e a come sarebbe potuto andare (bastava poco, perché ne mutassero le sorti, in fondo). Pensiamo alla conclusione della Prima guerra mondiale e alle sue conseguenze sull’Isola, in quel momento avviata, agli occhi dei contemporanei, verso un esito di tipo irlandese (ossia, l’indpendenza). E questo solo per citare i due snodi più decisivi e anche drammatici degli ultimi duecento anni della nostra storia.

Questa pubblicazione dimostra insomma quanto ancora sia lacunosa e tendenziosa la narrazione storica che ci riguarda. Il lavoro da fare è moltissimo, i documenti da riportare alla luce, da studiare e pubblicare sono tanti. Pensiamo solo alla mancata traduzione e pubblicazione del memoriale di Giovanni Maria Angioy del 1799 (lacuna a cui spero di poter rimediare entro breve tempo), che a sua volta cita la Paraninfa tra le sue fonti. Pensiamo alla pubblicazione degli atti dei parlamenti sardi di età aragonese e spagnola, solo di recente avviata e ancora lungi dall’essere conclusa. Pensiamo alla congerie di relazioni, epistolari, memorie, cronache che offrono informazioni sulla Sardegna di ogni epoca, almeno dal medioevo in avanti e di cui ancora non sappiamo nulla, pur sapendo che certamente esistono.

Naturalmente alla ricerca deve sommarsi la restituzione al pubblico e l’acquisizione al patrimonio culturale dei sardi e del mondo di una narrazione storica metodologicamente corretta e finalmente scrostata dalle muffe del conformismo accademico, dell’opportunismo carrieristico e del provincialismo intellettuale di cui fin qui hanno sofferto troppi storici nostrani. L’esempio di questa pubblicazione (non a caso avvenuta fuori dei nostri confini) può essere incoraggiante. In ogni caso è importante che i sardi ne siano messi a conoscenza e che possano accedervi liberamente, per farsi un’idea più articolata e più veridica della nostra lunga e complessa vicenda storica. È un nostro diritto e attiene ad aspetti non solo intellettuali, ma anche concreti, materiali, economici e politici, della nostra vita associata.

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Commenti



1 Commento

  1.    Giuanne Masala on 12 Ottobre 2013 16:57

    Grazie allora all’acuta e stimolante recensione di Omar al libro curato da Sabine Enders. Giustamente Omar mette in evidenza come la Sardegna allora aveva molto da dire, da fare e da pretendere verso la fine della Guerra di Successione Spagnola, anzi era il vero e proprio pomo della discordia, giacché fu la contestata cessione della Sardegna al duca di Baviera la vera causa del protrarsi della guerra che terminò un anno dopo a Rastatt.

    L’11 aprile 1713 fu firmata la pace di Utrecht che, anche se parzialmente, porta alla conclusione della guerra di successione spagnola (1700-1715) e il risultato per la Sardegna non era, come si legge spesso, la conferma del possesso dell’isola per Carlo d’Austria ma in realtà l’isola, insieme al titolo di re, veniva assegnata dai diplomatici al duca di Baviera Massimiliano II Emanuele. Da una lettera inedita pubblicata nel volume della Enders si evince la felicità del duca e principe elettore di Baviera per il successo ottenuto: «È vero che il Regno di Sardegna non è grande […]. I Regni non si trovano dove si vuole; io rendo grazie al cielo di aver trovato questo per portare perpetuamente la dignità di Re nella Casa di Baviera».

    Ma la verà novità è che, dopo che l’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico nel luglio 1713 non ratificò la cessione, il duca di Baviera, in collaborazione con il sardo Vincenzo Bacallar Sanna organizzò un vero e proprio intervento militare per conquistare la Sardegna con la forza, intervento che fallì per un soffio.
    Questo è dimostrato dalla Enders che nell’Archivio di Stato di Monaco di Baviera ha ritrovato alcune centinaia di lettere spedite da Louis Joseph d’Albert, inviato bavarese a Madrid, su un piano segreto che aveva per obiettivo la conquista militare dell’isola con l’aiuto di Vincenzo Bacallar Sanna per incoronare Massimiliano II Emanuele re di Sardegna. L’entusiasmo dei sardi a Madrid è enorme e in una lettera (aprile 1713) indirizzata al duca di Baviera si apprende ciò che segue: «Monseigneur […]. Ieri ho avuto una lunga conversazione con un sardo, il marchese di San Filippo [Vincenzo Bacallar] che, negli ultimi tempi, dopo aver visto che il Regno di Sardegna sarà ceduto immancabilmente a Vostra Altezza Elettorale, si comporta nei miei confronti in modo molto più aperto che in passato […]».

    A Madrid i contatti tra d’Albert e Vincenzo Bacallar Sanna si intensificano e sfociano nel cosiddetto Projet sur la Sardaigne, un piano dettagliatissimo che prevede la conquista dell’isola nei primi mesi del 1714. Nella lettera allegata al Projet sur la Sardaigne Albert riassume le sue lunghe ricerche sulla Sardegna e prega il principe elettore di impegnarsi per ottenere un aiuto militare del re francese Luigi XIV: «Monseigneur, obbedisco agli ordini con cui Vostra Altezza Elettorale mi ha onorato domandandomi ciò che penso sulla Sardegna, e aggiungo qui le mie idee sulla maniera in cui si potrebbe procedere per conquistarla. Così, Monseigneur, se Vostra Altezza Elettorale condivide il mio punto di vista, non c’è un attimo di tempo da perdere per ottenere dei vascelli, e Vostra Altezza Elettorale non potrebbe impiegare le Sue istanze e tutti i Suoi sforzi per una cosa che sia più importante di quella di possedere la Sardegna al più presto, qualora – oso quasi anticiparlo – non la conservasse nel trattato di pace […]. Confido che Vostra Altezza Elettorale avrà la bontà di farmi sapere come avrà trovato questo memoriale e dell’opinione che se ne farà, perché 10-12 giorni dopo averlo ricevuto la cosa dovrà essere decisa poiché il tempo per l’esecuzione stringe infinitamente […]» (Albert a Massimiliano II Emanuele, Madrid, 26 dicembre 1713).

    Il progetto militare è riassunto in dieci pagine manoscritte redatte in francese e pubblicate in italiano nel volume della Enders. Eccone alcuni passaggi: «Delle sette principali città del Regno, solo due sono fortificate, ossia Cagliari e Alghero. La prima deve essere considerata come divisa in quattro parti, ovvero Castello, che si trova nel mezzo su una collina, ed i tre sobborghi di Villanova, di Stampace e di Marina che lo circondano sfiorandolo ed essendo, per così dire, attaccati ad esso in modo da formarne un tutt’uno che viene chiamato Cagliari. La parte centrale detta Castello, dove abitano le persone distinte e tutta la nobiltà, è circondata da antichi e solidi muraglioni, ai quali in molti punti sono stati aggiunti dei bastioni, come anche dei terrapieni in altri punti, tuttavia senza regolarità e senza alcuna fortificazione esterna né un camminamento coperto. Delle altre tre parti che formano la periferia, due sono – come villaggi – senza fortificazioni, e vi abita tutto il popolo minuto e la maggior parte degli artigiani; il sobborgo della Marina è limitato da un lato dal porto difeso da tre bastioni o da semi-bastioni, il molo, la darsena delle galere, e dall’altro si estende salendo verso Castello del quale ne rasenta i massicci muraglioni. Tutti i litorali lungo quattro miglia a destra e a sinistra di questa città sono di facile approdo; i luoghi ove sono situati, Quartu, grosso borgo distante da Cagliari solo di una lega, Sant’Andrea, Sant’Elia e le infermerie del Lazzaretto, che sono i più vicini, sono i posti al mondo più adatti ad uno sbarco, e ugualmente quelli di Capo di Pula, Capoterra e la Scaffa, benché un po’ più distanti dalla città, offrono molte comodità di sbarco. La città di Cagliari è al centro di queste località, e così, tentando uno sbarco contemporaneamente, è impossibile che uno dei due non riesca, ma crediamo di dover sperare che questo avvenga dalla parte di Quartu per il maggior numero di comodità e di vantaggi che può offrire […]. Mentre a Cagliari accadrebbero queste cose, il corpo di 1000 uomini che cer-tamente [nel frattempo] avrebbe effettuato lo sbarco a Cabras presso Oristano – qualora non si fosse potuto eseguire nella stessa Oristano a causa della torre che sorveglia l’entrata del porto – il corpo, dico io di 1000 uomini, avrebbe marciato verso Oristano, città senza alcuna difesa e completamente aperta. Là in 4 o 5 giorni avrebbe rimesso a cavallo i 500 dragoni a piedi e, pagando 5 o 6 pistole per ciascun cavallo, ne avrebbe avuti il numero necessario sia dalla città che dai luo-ghi limitrofi, poiché questa è la regione di tutto il paese dove ve ne sono di più.
    Questa città è situata quasi nel centro del Regno di Sardegna e le ragioni che hanno fatto credere che dapprima ci si debba necessariamente impadronire di questa città sono le seguenti: 1) è poco distante da un luogo chiamato Sant’Anna, che è il passaggio e la chiave di tutte le comunicazioni dal nord al sud dell’isola. 2) Se si occupasse questo luogo con 1000 uomini di cui 700 a cavallo, questi sarebbero in grado non solamente di controllare tutta la pianura ma, agendo con cautela, anche di conquistarla per se stessi. 3) Questo corpo da là necessiterebbe di soli 4 giorni di marcia per recarsi a Cagliari nel caso che ve ne fosse bisogno. 4) Supposto che a Cagliari questo non fosse utile a contribuire né all’assedio né a far arrivare viveri, sarebbe allora facile condurlo ad Alghero per aggiungersi alle truppe locali che si unirebbero a questo corpo per effettuare la presa di questa città e stabilirvisi. 5) I gentiluomini sardi che possono essere fatti sbarcare con il corpo [Laconi, Castiglio, Montalvo] tra Oristano e Sant’Anna hanno potere, amici, terreni e parenti e lì possono servire di gran lunga più che altrove. 6) E infine, eseguire allo stesso tempo due sbarchi considerevoli in due luoghi differenti [Cagliari e Oristano], sarebbe un modo sicuro per far schierare tutta l’isola a favore di colui che vi giunge. Per ciò che concerne la terraferma noi crediamo che questa sia l’idea generale che ci si può fare sulle possibilità e gli inconvenienti che possono derivare dall’impresa proposta. Per quanto riguarda il mare, i vascelli devono, appena avranno fatto scendere le truppe a terra e avranno visto che si sono sistemate, riprendere il largo e – alfine di impedire i soccorsi dall’esterno – una parte deve navigare verso Napoli e le sue coste, mentre l’altra verso quelle di Porto Ercole e del nord della Sardegna. Tuttavia alcuni bastimenti devono rimanere ormeggiati a Cagliari per difendere e sbarrare l’entrata del porto.
    Due cose vanno necessariamente osservate: una è che questa spedizione dovrebbe assolutamente essere conclusa entro la fine del mese di giugno, tanto per il pericolo che possano arrivare rinforzi da Napoli o da Milano, quanto per quello certo che correrebbero le truppe, perché in questo periodo nel Regno di Sardegna cominciano le intemperie [la malaria], e tutti sono obbligati a ritirarsi nelle località con aria buona, chiamate quarteles sanos, altrimenti sarebbe perduto tutto in un batter d’occhio, come è accaduto sovente altre volte.
    L’altro punto è che coloro i quali avessero il comando delle truppe, dovrebbero essere di un rigore estremo per garantire ordine e disciplina tra i soldati, e che loro stessi, lungi dal pretendere qualcosa dai contadini, dovrebbero al contrario dare loro qualcosa, giacché gli abitanti che non hanno mai visto una guerra, non conoscono affatto le leggi che la regolano. Altrimenti essi prenderebbero come vessazione e saccheggio ciò che gli altri popoli, abituati alle leggi della guerra, pagano volentieri e considerano solo come tributo dovuto ai militari. Questo punto è molto importante per la riuscita dell’impresa e non vi si saprebbe dare mai troppa attenzione, perché la metà del successo dipende dalle capacità di accattivarsi lo spirito degli abitanti facendoli sperare in un nuovo governo e in una situazione migliore di quella in cui si sono trovati nel passato. Quanto alle cose necessarie ecco ciò che mi è stato dettato da un primo colpo d’occhio. Ho solo espresso la tipologia delle cose. Sarà Sua Altezza Elettorale a stabilirne la quantità a Suo piacimento e secondo il numero di truppe che verranno trasportate. Se l’avessi saputo l’avrei già fatto e avrei risparmiato a Lui la fatica. Ma dapprima si deve contare su un assedio intorno ai 12 giorni dove non deve mancare nulla di ciò che si pretende. Se avessi una buona piantina di Cagliari l’avrei allegata, ma è stato del tutto impossibile trovarne una che fosse esatta; spero pertanto che la invierò con la prima posta ordinaria.

    Elenco di quello che si necessita per la spedizione proposta durante la quale si deve contare su un assedio di circa dodici giorni.

    Luogotenente generale; marescialli da campo; brigadieri; ingegneri; battaglioni; dragoni a piedi; dragoni a cavallo. – Capitano d’artiglieria; luogotenente d’arti-glieria; sergenti; operai, armaioli e cannonieri. – Capitano dei bombardieri; luogo-tenente; sergenti, operai, artificieri e bombardieri; posamine. – Cannoni da 24, 18 e 12; mortai da 12 pollici almeno; polvere da sparo; palle di cannone da 24; palle di cannone da 18; palle di cannone da 12; bombe cariche; granate cariche, petardi carichi; pece; camicie del cannone da fuoco; palle di cannone; fiaccole; candele; pelli per protezione di munizioni d’artiglieria; tela cerata di 10 piedi quadrati per le loro coperture; lanterne di latta di 2 piedi di altezza; fucili di ricambio; proiettili; stoppini, miccie; pallottole; sacchi di sabbia; sacchi di sabbia a bretelle; ceste di vimini; pies; vanghe; zappe; pale; manici di ricambio; tavole; roncole; scuri; coltelli; scale; chiodi dritti da 6 pollici; chiodi a uncino da 6 pollici; scarpe; espadrillas o scarpe di corda; munizioniere, panettieri, chirurghi, medicine, acquavite, tesoriere; viveri per due mesi; due mesi di paga per ufficiali e soldati» (dal Projet sur la Sardaigne: Albert a Massimiliano II Emanuele, Madrid, 26 dicembre 1713).

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