Ieri era il 23 febbraio e cadeva l’anniversario della morte, in esilio, di Giovanni Maria Angioy. Chi egli fosse dovrebbe saperlo qualsiasi sardo dall’età scolare in su, invece – come chiunque può facilmente constatare – è vero il contrario, non lo sa pressoché nessuno. Certo, il nome ai più non suona nuovo, più che altro perché in Sardegna gli sono intitolate vie e piazze (non sempre centrali). Tuttavia manca la coscienza e la conoscenza di cosa Giovanni Maria Angioy rappresenti.

Presso la classe intellettuale sarda e presso i mass media principali la sua figura è rievocata il più delle volte incidentalmente, e sempre dentro una cornice concettuale debole, ideologicamente orientata in termini autonomistici (una maledizione, questa, di cui non sarà mai troppo presto liberarsi), quasi sempre con vistose omissioni. Un approccio metodologicamente e intellettualmente sospetto, se non del tutto disonesto, ma non incomprensibile.

Il motivo di tale rimozione, o riduzione, è abbastanza chiaro e se n’è parlato diffusamente, qui e altrove. È indispensabile indebolire il più possibile la coscienza storica dei sardi, piegarla fino ad aderire precisamente al nostro mito identitario subalterno, affinché sia garantita la sopravvivenza dell’assetto dipendente in cui prospera la nostra classe dominante. Quella classe dominante di cui l’intellettualità, i ruoli accademici e l’alta burocrazia sono funzioni organiche di supporto e che trae legittimazione precisamente dalle condizioni storiche che decretarono la sconfitta della rivoluzione sarda e ne conseguirono. Per tutta questa congerie di centri di potere e di interesse, variamente intrecciati tra loro (lo vediamo chiaramente anche in questi giorni, con la trasposizione diretta di personale tra i ruoli accademici e quelli politici e istituzionali), rievocare la figura di Giovanni Maria Angioy in termini rigorosi, rispettosi dei fatti e del loro senso storico, equivarrebbe a delegittimarsi.

Conseguentemente la stessa costruzione del senso comune dei sardi, gli elementi narrativi che lo costituiscono e che vengono metabolizzati e fatti propri dalle masse, sono stati sapientemente indeboliti e piegati ai fini della manipolazione delle coscienze. Si obietterà che questo in fondo è sempre successo e che ogni struttura di potere, per quanto virtuosa sia, ha sempre generato la propria narrazione strumentale. È vero ed è pressoché inevitabile. Quello che si contesta è che la forma di potere dominante in Sardegna è ancora oggi una forma di potere parassitaria, rapace e tributaria verso forze economiche e politiche esterne. E questo ci sta distruggendo, sia come territorio sia come collettività storica che lo abita. È doveroso ribadirlo e ricordarlo, con tanta più urgenza, quanto più il sistema di potere dominante sull’isola utilizza, profanandole, parole d’ordine apparentemente emancipative (sovranità, autodeterminazione, diritti, ecc.), strappandole dal campo teorico e pragmatico loro proprio per depotenziarle e piegarle ad un uso anestetizzante (della nostra cattiva coscienza e/o del malcontento diffuso).

Si dirà che anche Giovanni Maria Angioy in fondo intendeva mettere la Sardegna sotto il controllo di una potenza straniera, nel suo caso la Francia Rivoluzionaria. Ma questa obiezione è tendenziosa e in mala fede, dato che non tiene conto del contesto storico in cui Angioy e i rivoluzionari (patrioti, si chiamavano loro) sardi si muovevano e delle necessità geopolitiche cui dovevano fare fronte. È perfettamente comprensibile, invece, come l’intento di Angioy fosse non solo quello di liberare la Sardegna dal giogo feudale e dal dominio degli odiati Savoia ma anche quello di fare dell’isola un esempio di prosperità e civiltà, come nazione europea tra le nazioni europee. Alla luce del suo Memoriale (uscito nell’originale francese solo nel 1967 in una miscellanea archivistica curata da Carlino Sole e mai tradotto), vale davvero poco la diatriba su quanto e quando egli si fosse convinto a percorrere la strada rivoluzionaria e repubblicana: basterebbe appunto leggere il suo Memoriale per farsi un’idea circa la portata e il significato delle sue azioni.

Per celebrarne il ricordo e dare un assaggio di ciò che nel Memoriale si può leggere, propongo di seguito pochi stralci dalla traduzione in italiano che ne ho ultimato nei mesi scorsi, confidando che presto questo documento (insieme a tanti altri ancora misconosciuti) diventi patrimonio condiviso di tutti i sardi e serva a ricollocarci tra i popoli europei e mediterranei in quella condizione di libertà e dignità per la quale Angioy e tanti altri spesero le loro vite.

Gli abitanti della provincia settentrionale sono quasi tutti partigiani del nuovo regime francese; il sottoscritto, che l’ha governata per qualche tempo, non può ignorare il loro spirito e le loro opinioni politiche. Se la guerra del Novantasei col Principe del Piemonte fosse durata due settimane di più, la Sardegna sarebbe stata libera sotto la protezione della Repubblica Francese senza colpo ferire. I cittadini Faypoult e Belleville furono a quell’epoca ben informati attraverso le notizie che ricevettero dal sottoscritto su quanto le cose fossero avanzate e quanto esse furono compromesse a causa dell’armistizio con l’esercito piemontese [l'Armistizio di Cherasco, 28 aprile 1796, NdT]. [...]
Ciononostante, le genti di Sardegna, informate di tutto ciò che succedeva per ottenere che fosse ristabilita la loro libertà, sia a Cagliari sia a Sassari, testimoniarono con fatti eloquenti la loro risoluzione di scuotere il giogo tirannico del principe di Piemonte. Ma alla notizia della pace il vice-re, facendo promesse agli uni e minacciando altri, arrivò a dividere i patrioti, tra i quali parecchi tradirono la causa comune, altri si allontanarono dagli affari pubblici, e i più costanti furono vittime del proprio zelo e del proprio patriottismo.

La parte settentrionale dell’Isola non ha smesso di dimostrare il proprio patriottismo, cosa per cui essa ancora oggi è vessata e perseguitata dall’attuale governo. L’esilio, gli arresti, le torture, i supplizi più atroci non sono riusciti ad abbattere gli amici della libertà di queste contrade. Più di 4000 persone sono state sacrificate. Gli abitanti dei villaggi finora non hanno mai più voluto riconoscere i loro feudatari né pagare loro le loro estorsioni feudali, nonostante le minacce del governo e le spedizioni militari nei loro confronti.
La causa della libertà è stata parimenti sostenuta da tutta la classe intellettuale sarda, i professori delle due università, la maggior parte degli avvocati, dei medici e dei commercianti e quasi tutti i nobili non feudatari. Anche parecchi preti e curati hanno preso parte alla rivoluzione della Sardegna, per l’odio implacabile che nutrono verso i feudatari e la loro avversione al governo piemontese. Qualcuno ha patito grandi sofferenze e si trova ancora in esilio o in prigione. Non è da tanto tempo che il sottoscritto ha ricevuto da parte di parecchi componenti di questa classe reiterati consigli ed esortazioni a ritornare in patria, con l’assicurazione di assistere con tutto quanto sia in loro potere le truppe che al governo francese piacerebbe di inviare. Egli ne ha trasmesso le lettere a persone degne di fiducia, che hanno parlato a quegli stessi che erano stati incaricati della missione di far pervenire con sicurezza quei pareri.

Il sottoscritto non ha altro scopo in questo che di concorrere per quanto dipende da lui alla felicità della sua Patria, che egli si augura di vedere liberata dalla tirannia che la opprime e ristabilita nello stato di prosperità e di grandezza nella quale era prima del giogo dei cartaginesi e delle guerre puniche grazie alla sua popolazione numerosa e alla straordinaria abbondanza di ciò che riusciva a produrre.
Questa gloria è riservata alla grande nazione che ha saputo rompere le catene di tanti popoli oppressori.

Malgrado la cattiva amministrazione, l’insufficienza della popolazione e tutti gli intralci che ostacolano l’agricoltura, il commercio e l’industria, la Sardegna abbonda di tutto ciò che è necessario per il nutrimento e la sussistenza dei suoi abitanti, e inoltre fornisce agli stranieri grano, orzo, fave, ceci, vino, olio, tabacco, soda, bestiame, formaggio, limoni, sale, tonno e corallo. Se la Sardegna in uno stato di languore, senza governo, senza industria, dopo diversi secoli di disastri, possiede così grandi risorse, bisogna concludere che ben amministrata sarebbe uno degli stati più ricchi d’Europa [...].


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