La parola autonomia in Sardegna è fonte di continue incomprensioni, vuoi per la congenita ambiguità semantica del termine, vuoi per mancanza di conoscenze storiche e/o giuridiche, vuoi per volontà di sviare il discorso da parte di chi ha voce in capitolo nel dibattito culturale e nei mass media.

Succede così che per molti indipendentisti autonomia significhi sostanzialmente “dipendenza” e autonomista sia un sinonimo di “anti-indipendentista” o (per usare un gergo di matrice esogena) “unionista”, mentre viceversa per chi difende lo status quo e per molti osservatori ignari autonomia è quasi un sinonimo di “indipendenza”. In altri casi l’autonomia regionale sarda viene usata come prova storica dell’insensatezza delle aspirazioni all’autodeterminazione: non siete stati bravi a usare l’autonomia, figuriamoci se sapreste essere indipendenti! Altre volte si contestano le analisi storiche e politiche di partenza di chi promuova l’autodeterminazione dei sardi sostenendo che in realtà l’autonomia è stata positiva per l’isola e che disconoscere questo assunto sia frutto di un fraintendimento ideologico. In tutto questo, l’unica cosa che risulta certa è che l’autonomia, nella sua ricetta sarda, sia diventata ormai un feticcio, tanto per i suoi fautori, quanto per i suoi detrattori.

L’autonomia, che etimologicamente significa “potere di darsi le leggi da sé”, di suo non è affatto un male. Anche nella sua accezione giuridica e politica specifica (che dunque restringe di molto la sua portata semantica) non è una condizione deprecabile. Tutt’altro. Se applicata alla situazione sarda, tuttavia, questa condizione favorevole denuncia due limiti decisivi. Il primo è di natura profonda e strutturale ed attiene a fattori geografici, storici, culturali. L’altro è di natura contingente, pragmatica e politica. Questi due limiti sono correlati tra loro.

Partirei dal secondo. L’autonomia sarda è stata un fallimento, questo lo dicono gli autonomisti stessi. Il perché sia stato un fallimento di solito non viene esplicitato in modo chiaro. In realtà non doveva per forza di cose andare così. Se si fosse tenuto fede al contenuto politico dell’autonomia così come concepita dentro l’ordinamento italiano, se ne sarebbe potuto fare uno strumento di acquisizione di responsabilità e di vantaggi materiali e culturali, per la Sardegna. L’autonomia avrebbe potuto generare… autonomia. O meglio: autonomie. Avrebbe potuto alimentare un decentramento amministrativo più efficace, avrebbe potuto far acquisire alla Sardegna, anche nella condizione penalizzante di regione italiana, facoltà, poteri, libertà. In fondo, se l’autonomia fosse stata fatta funzionare, sarebbe stata una premessa forte per un ulteriore salto di qualità, verso l’assunzione piena della nostra autodeterminazione. Non è andata così, ma non (solo) per limiti intrinseci dell’autonomia medesima, quanto piuttosto per responsabilità conclamate sia dell’apparato di potere italiano, sia dei suoi complici sardi, ossia della nostra classe dirigente. Naturalmente non è un caso. Essendo nata come antidoto all’indipendenza e non come sua potenziale premessa, l’autonomia sarda doveva servire allo scopo per cui è servita (e continua a servire). Innervata di dipendentismo e di ideologia sardista (quindi nazionalista di serie B, rivendicazionista, delegante, ecc.) essa ha finito per essere uno strumento di accentramento (verso Cagliari e Roma) anziché di decentramento. Ha prodotto ulteriore dipendenza, anziché ridurla (pensiamo ai Piani di Rinascita, alle servitù, alla debolezza in tutte le questioni strategiche: trasporti, energia, istruzione, comparto agroalimentare, patrimonio storico e culturale). Ha generato una classe politica mediocre e conformista, totalmente asservita a grossi centri di interesse economico esterni e ai centri di potere italiani.

L’altro limite dell’autonomia è strutturale e non contingente. Non dipende dalla pessima classe dirigente sarda contemporanea, ma da fattori obiettivi, con cui si devono fare i conti. Tali fattori sono quelli che anche nel caso di una autonomia proficuamente applicata prima o poi avrebbero richiesto una soluzione diversa e più forte. Anzi, se l’autonomia avesse davvero funzionato a dovere, tale limite sarebbe balzato in primo piano in modo ancora più evidente. Sto parlando della questione geografica, quella che fa sì che la Sardegna sia un’entità territoriale e storica altra, distinta, dall’Italia (qualsiasi cosa sia l’Italia nel suo insieme). La nostra condizione geografica e storica fa in modo che le necessità di base e gli interessi collettivi strategici dei sardi non coincidano con quelli dell’Italia e spesso anzi siano in conflitto con essi. Questo limite esiste e c’è una casistica piuttosto consistente di eventi specifici, anche recenti, in cui è emerso platealmente. È la risposta politica a tale limite che è debole.

La debolezza della risposta politica dipende a sua volta da due fattori. Da un lato c’è la congerie di interessi che trovano nel rapporto di dipendenza la propria linfa e la propria legittimazione. Pensiamo a tutti gli ambiti in cui la politica ami mettere lo zampino: là i partiti italiani e le loro filiali locali hanno buon gioco a tenere in piedi lo status quo. Qualche privilegio basta a tenere buoni i podatari. Persino in ambiti potenzialmente fecondi di consapevolezza e libertà, come l’università, il dipendentismo è eretto a sistema e ha gioco facile. Una forma di dominio postcoloniale ha usato e usa ancora l’autonomia come elemento narrativo di controllo dell’opinione pubblica e come strumento di depotenziamento delle rivendicazioni di autodeterminazione. Da tale apparato di interessi, di potere e di consenso è temuta la potenzialità emancipativa di una vera autonomia (e delle autonomie specifiche che ne discenderebbero); esso opererà sempre per favorire il centralismo e l’autoritarismo, quale che sia la forma che assumeranno. In questo momento di forte spinta centralista e autoritaria a livello italiano, non potranno essere le forze politiche che a quest’ambito fanno riferimento a costituire un baluardo contro la nostra ulteriore soggezione. Ma questo lo sappiamo (o dovremmo saperlo).

L’altro elemento di debolezza riguarda invece la risposta alternativa a questa forma di autonomia normalizzata e ai soggetti che la alimentano. Prima di tutto all’ambito politico indipendentista. Benché l’aspirazione all’autodeterminazione sia un fattore storico duraturo, in Sardegna, raramente esso ha trovato compiutamente voce. Oggi sappiamo che, nonostante tutto, una buona parte dell’opinione pubblica sarda nutre sentimenti favorevoli all’autodeterminazione e una parte decisamente maggioritaria della nostra collettività sente forte l’appartenenza sarda. Lo studio compiuto nel 2012 dalle università sarde insieme a quella di Edimburgo ne sono solo la testimonianza più recente. Tuttavia è altrettanto evidente che tali propensioni diffuse non trovano rispondenza nel consenso dato alle forze politiche di matrice indipendentista e nemmeno in una distribuzione omogenea di tali istanze tanto a livello territoriale quanto a livello sociale.

Al netto di altri fattori, occorre dire che le organizzazioni politiche indipendentiste hanno in questo caso una propria consistente responsabilità. Tanto quelle che hanno ripiegato sul neoautonomismo “sovranista”, quanto quelle che fanno della propria identificazione indipendentista un elemento politico dirimente (a volte l’unico). Le prime, pur presentandosi come depositarie di una linea pragmatica e responsabile, che fa accettare loro le condizioni date per ritagliarsi uno spazio di azione dentro il sistema di potere della dipendenza, semplicemente hanno del tutto sbagliato i calcoli, dato che quel sistema non sarà in nulla modificato dalla loro presenza e che loro invece dovranno subirne dinamiche e rapporti di forza, funzionando al più da foglia di fico o da alibi. Questo, senza voler entrare nel merito della debolezza etica di alcune scelte individuali specifiche.

D’altra parte, le organizzazioni che hanno rifiutato la fascinazione del potere per il potere, non hanno però offerto molto di meglio di una propria pretesa purezza ideale alla domanda di politica che pure risulta fortissima nella società sarda (perché anche così si può interpretare l’altissima astensione elettorale). Nel momento in cui la prospettiva dell’autodeterminazione, anche nella sua forma politicamente compiuta (l’indipendenza), sta smettendo di essere un tabù, chi dovrebbe farsene promotore non ha ancora dimostrato di saper leggere bene la situazione sociale, culturale e politica in cui sta agendo. Il tempo dei folklorismi e delle leadership carismatiche è finito, così come quello dei settarismi e dell’immaturità politica. Sono le condizioni storiche attuali a richiedere un approccio diverso. Una grossa fetta di società sarda è già avviata su un percorso di autodeterminazione, non solo e non tanto in termini di consenso politico o di militanza, ma prima di tutto in termini di scelte economiche, di orizzonte pragmatico, di assunzione di responsabilità. Questo vale anche per la nostra diaspora, che non è più quella deprivata e intimorita degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.

A questo coacervo di forze sociali e intellettuali non sa dare più alcuna risposta credibile l’apparato di potere e di consenso dominante. I suoi limiti, il grado di compromesso etico e culturale a cui deve abbassarsi per perpetuarsi sono sempre più evidenti e la crisi economica non fa che accentuarne la visibilità e l’inaccettabilità. Aprire la prospettiva dell’autodeterminazione e renderla attraente, inclusiva, partecipativa sono i compiti di chi si ponga come punto di riferimento politico nel processo della nostra emancipazione collettiva. O così, o le condizioni storiche con cui abbiamo a che fare non troveranno altra risposta strutturata che quella della dipendenza e di chi ne trae vantaggio. Il che è decisamente troppo pericoloso, se si ha a cuore la sopravvivenza della nostra collettività storica e la conquista dell’eguagianza nella libertà.


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