Le parole di successo hanno un utilizzo molto prolungato nel tempo, benché tutto intorno il mondo cambi e il loro referente concreto o il loro significato non siano gli stessi da un’epoca all’altra. A ciò si aggiunge la manipolazione che le parole subiscono a seconda dei rapporti di forza nella sfera della produzione di senso e dell’organizzazione del sapere.

Prendiamo la parola “democrazia”. Grosso modo tutti suppongono di sapere cosa significhi. Alcuni ricordano anche vagamente che essa è di origine greca. Capita, in effetti, di sentire o leggere che la democrazia è stata inventata nella Grecia classica, ai tempi di Pericle. Ovviamente, quali siano questi tempi lo sanno poche persone, molte meno di quante ripetano questo luogo comune. Che in gran parte è infondato.

Quella che oggi chiamiamo democrazia è una forma di governo del tutto moderna, anzi contemporanea, nata in Europa tra Settecento e Ottocento ed evolutasi poi in conseguenza dei due conflitti mondiali novecenteschi nel modello generale che oggi noi diamo per scontato: quello dello stato sociale a base liberale.

Per lo più, quando si parla di democrazia, si pensa al diritto di voto, alla rappresentanza politica dei cittadini in istituzioni elettive, alla divisione dei poteri, ad alcune libertà fondamentali (di parola, di stampa, di spostamento, ecc.). Si pensa un po’ meno a fattori più strutturali, come la distribuzione del reddito, l’accesso ai servizi sociali, alla sanità e all’istruzione, o come il grado di mobilità sociale o ancora l’etica pubblica e la cura dei beni comuni. Questi aspetti sono di solito ignorati o lasciati da parte. A ben guardare, invece, sono determinanti e sono quelli che fanno la differenza, nella qualità della vita dei cittadini, anche da uno stato “democratico” all’altro. Molto più della legge elettorale vigente o di altri fattori sovrastrutturali. È su questo piano che si gioca la differeza tra le diverse prospettive politiche. Le tanto bistrattate “destra” e “sinistra” (nelle loro varie declinazioni) trovano qui il loro terreno di confronto dialettico, o di conflitto.

Per un certo periodo, specialmente dopo la seconda guerra mondiale, hanno avuto realizzazione pratica alcuni principi sorti contemporaneamente all’affermazione storica dello stato nazionale. Alle conquiste politiche si sono affiancate, tra anni Cinquanta e anni Settanta, decisive conquiste sociali, non solo in Europa e negli USA, ma anche in molte altre zone del pianeta. Per un momento è sembrato possibile aspirare non solo all’eguaglianza formale e all’esercizio del suffragio universale, ma anche a una vera possibilità di emancipazione sociale che non dovesse per forza passare per una rivoluzione violenta.  È sembrato che il conflitto sociale potesse trovare risoluzione nell’ampliamento e nella realizzazione concreta della sfera dei diritti di cittadinanza. Persino in Italia questo processo sembrava possibile, con le conquiste civili e culturali della fine degli anni Sessanta e poi per tutti gli anni Settanta.

A questo fenomeno, negli stessi anni, in Sardegna si è affiancata la cosiddetta “modernizzazione”. Non era la prima volta che questo tentativo veniva fatto sull’isola. È dal 1820 che chi governa le nostre sorti tenta di modernizzarci. Negli anni Sessanta del Novecento tuttavia tale metodo ha trovato un’applicazione sistematica e in grande stile, con il Piano di Rinascita industriale, la Costa Smeralda e le servitù militari (spacciate anche queste per un vantaggioso salto nella modernità, non dimentichiamolo). Parallelamente si avviava un processo di acculturazione rapido e a tratti violento, con l’estirpazione del sardo e delle alte lingue di Sardegna dall’uso diffuso e la loro esclusione dalle agenzie formative formalizzate (scuola e università) nonché dai mass media; questo, di pari passo con la folklorizzazione e la minorizzazione di tutte le forme di cultura popolare ancora vive nell’immediato secondo dopoguerra (pensiamo alle gare poetiche, ai balli in piazza, ecc.) e con la più grande emigrazione che l’isola abbia mai conosciuto nella sua lunga storia.

Una delle argomentazioni con cui la classe dominante sarda difese e promosse tale processo fu proprio la necessità del pieno ingresso della Sardegna nella Modernità e nella democrazia. L’enfasi posta sul nodo dei fenomeni delinquenziali era un’ulteriore arma di manipolazione delle coscienze e dell’immaginario. Così come, almeno nelle intenzioni, la promozione dello sport sardo a livello italiano, nel calcio e nel basket soprattutto (il Cagliari calcio e la Brill Cagliari, finanziate da Moratti e da Rovelli). In definitiva, mentre una parte consistente del mondo umano usciva – spesso per la prima volta o comunque in modo profondo e radicale – dalle pastoie della sclerosi economica, sociale e culturale o della repressione, la Sardegna paradossalmente vi veniva tenuta ben avvinta, frustrandone le potenzialità in un momento decisivo per il nostro progresso civile e materiale.

Naturalmente un tale processo di ingegneria culturale e sociale non poteva non suscitare reazioni. Abbastanza presto si è sviluppata una elaborazione teorica alternativa sulla modernizzazione forzosa della Sardegna. Fin dagli anni Sessanta si sono alzate, come sappiamo e abbiamo già detto anche da queste parti, alcune voci critiche, sia pure su posizioni minoritarie e per lo più a lungo escluse dal circuito accademico e mediatico principale. Tuttavia nell’insieme non si è prodotta, come è evidente, una diversa coscienza diffusa di noi stessi nel tempo e nello spazio, una consapevolezza sui rapporti di produzione e distribuzione, sulle reali forze in campo e sui fenomeni storici recenti e attuali che potesse scalzare la nostra mitologia fondativa subalterna.

In questo il rigido controllo della nostra classe dominante sull’organizzazione del sapere ha conseguito un certo successo, grazie alla organicità ad essa dell’intellettualità sarda nel suo complesso, come già detto. La normalizzazione e la debilitazione di qualsiasi istanza di emancipazione sociale e/o politica ha consentito di prolungare il modello socio-economico vigente senza grandi scossoni. L’opposizione allo status quo è stata sempre alquanto frammentaria e spesso subalterna al sistema di valori, cornici concettuali e elementi narrativi dominanti. Chi ha tentato di opporsi alla costruzione della nostra identità perdente e destinata al fallimento per ora ha a sua volta fallito.

Del resto è un fenomeno storico abbastanza diffuso, di cui danno ampiamente conto gli studi postcoloniali. Su questo piano la retorica della nostra “specialità” ci ha molto penalizzato, facendoci sentire più soli al mondo di quanto in realtà siamo mai stati. È successo invece, in Sardegna come altrove, che alla modernizzazione forzosa si sia risposto prevalentemente con la piena assunzione dei tratti che sono stati costruiti e cuciti addosso ai sardi in quanto collettività storica, semplicemente rovesciandone il senso, ma senza discuterne la fondatezza e senza riconoscere il meccanismo egemonico che li aveva generati e usati a proprio vantaggio. La radice del sardismo, in tutte le sue forme e incarnazioni, sta in questo drammatico fraintendimento, così come la debolezza di molta proposta politica autonomista o indipendentista.

Ancora oggi il dibattito culturale sardo è sostanzialmente prigioniero di cornici costruite da altri e non riusciamo a connettere in un quadro autonomo i vari elementi di una condizione storica che avrebbe invece bisogno di essere analizzata più in profondità e con strumenti diversi, più liberi. Non siamo riusciti nemmeno a fare tesoro del pensiero di un nostro grande connazionale, Antonio Gramsci, che là fuori, nel “mondo grande e terribile”, costituisce invece uno dei pilastri di tutto il pensiero postcoloniale e in generale emancipativo ad ogni latitudine. Così oggi ci troviamo con una democrazia che è tale solo sulla carta (e a volte manco lì), una crisi economica, sociale e culturale profonda, un analfabetismo politico e relazionale dilagante, un’ignoranza diffusa e sistematica del nostro posto nel tempo e nello spazio. Tutte cose che dovremmo sapere a menadito, dato che ci sbattiamo il naso quotidianamente.

Parlare di democrazia, emancipazione sociale e autodeterminazione oggi in Sardegna è un tutt’uno. Non rendersene conto è un errore clamoroso, oppure è una scelta dolosa. Arricchire il nostro patrimonio di strumenti critici è urgente, allo scopo di dotarci al più presto di nuove cornici concettuali, di una nuova capacità di visione che non siano tributari verso l’egemonia dipendentista di cui siamo prigionieri. Ignorare che ci troviamo in un pericolosissimo ritardo culturale, che la nostra povertà è prima di tutto immateriale, cognitiva, intellettuale, ci impedisce di capire ciò che ci succede e poi di potervi porre rimedio. Ovviamente qusto non interessa affatto chi rappresenta gli interessi minoritari ma fortisimi della frazione della popolazione sarda che trae vantaggio dalla dipendenza. Per questo la lotta per la democrazia in Sardegna è anche e soprattutto lotta per l’emancipazione sociale e civile della maggioranza dei sardi. E per questo ad esse si affianca inevitabilmente il processo di autodeterminazione.

Parlare di indipendenza, in queste condizioni, non ha alcun senso, risulta un mero esercizio retorico o un modo per deviare l’attenzione dai processi profondi, dalle questioni strutturali. Concentrare l’attenzione su elementi puramente narrativi, fini a se stessi (la Nazione sarda, i simboli, le rivendicazioni di diversità rispetto all’Italia, ecc.), come se fossero di per sé necessari e sufficienti, non basta certo a definire il campo degli obiettivi che dovrebbe darsi un vero progetto di liberazione e di emancipazione collettiva. Che invece deve investire prima di tutto le questioni sociali, i problemi di natura economica ed ecologica, la sfera dei diritti civili, la cura dei beni comuni. Tanto più in quanto viviamo in una realtà disarticolata, in una società liquida (per ricorrere a un altro concetto ormai abusato).

Su questo la riflessione pubblica sull’isola è lungi dall’essere esaurita, anzi è a uno stadio embrionale. C’è da confidare che la nostra diaspora anche e soprattutto in questo sappia dare un contributo al nostro riscatto storico. Servono nuovi strumenti, nuove idee e nuove parole per affrontare le scelte storiche che siamo già oggi chiamati a compiere. Serve riempire di contenuto concreto le parole che abbiamo ereditato dalla Modernità senza averle mai declinate veramente “a modo nostro”, secondo i fattori strutturali di cui disponiamo (risorse materiali, territorio, lingua, patrimonio storico-culturale, sapienza manuale, competenze, relazioni). Senza questa svolta radicale continueremo a riempirci le bocche e le teste di parole vuote e di concetti vaghi e astratti, e non cambieremo in niente l’inerzia storica di cui siamo prigionieri, mentre il mondo andrà per la sua strada.


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