Siamo in un momento storico delicato. Gravi minacce incombono sulla Sardegna e sui sardi, come ormai da più parti viene rilevato. Minacce economiche e sociali, minacce demografiche, minacce ecologiche, minacce culturali. Molti fatti contribuiscono a una casistica impressionante, infittitasi negli ultimi anni e che adesso sembra subire una ulteriore accelerazione.

Emblema di questa congerie di forze, interessi e decisioni ostili sono le riforme istituzionali in corso di discussione a Roma. Come già segnalato da Nicolò Migheli, si prepara per l’isola la certificazione della sua condizione di pedina sacrificabile. Il regime renziano sta attuando una forma di normalizzazione molto rapida, dall’efficacia magari ancora tutta da vedere, ma decisa e molto chiara. Soprattutto sta attribuendo una forte legittimità a idee, cornici concettuali e propositi che sarà sempre più difficile contrastare, di qui in avanti, quale che sia la sorte del presente governo italiano. In queste cose è inutile e anzi fuorviante farsi catturare dalla mera cronaca politica, senza guardare ai movimenti più profondi che essa rappresenta o spesso camuffa.

Lo scontro tra grandi forze storiche in corso da quarant’anni (ossia dall’inizio conclamato della crisi sistemica in cui siamo immersi) non si svolge lontano da noi, a dispetto della retorica che ci vuole estranei al flusso principale della storia umana. La Sardegna è completamente inserita in tale scontro. L’unica incertezza riguarda il suo ruolo e la sua sorte.

Oggi come oggi, grazie a governi regionali organici ai grandi centri di interesse che si contendono il controllo della situazione, la nostra sorte sembra segnata. Una forma di nuovo colonialismo si sta realizzando sotto i nostri occhi, favorito dall’indebolimento del nostro tessuto produttivo e sociale, nonché dal nostro impoverimento culturale e demografico. A ciò non corrisponde una presa di coscienza diffusa e nemmeno un allarme da parte delle forze intellettuali sarde (per lo più anch’esse organiche al sistema di potere vigente). La politica istituzionale isolana da parte sua può poco o nulla, esistendo solo in quanto esecutrice materiale alle dipendenze dei grandi centri di potere e di interesse che la legittimano e le procurano risorse e possibilità di carriera.

In questo deserto qualcosa pure si muove: le mobilitazioni civiche di questi anni contro le speculazioni a danno del nostro territorio, alcune manifestazioni di una intellettualità non allineata e non asservita, qualche forza politica esterna al sistema di potere vigente. Forse troppo poco, forse solo un inizio. Per questo risulta interessante la sollecitazione tentata dalla Fondazione Sardinia a proposito delle riforme istituzionali. Ad essa dà oggi voce Salvatore Cubeddu, con la proposta di un’analisi e di alcuni punti chiave operativi riguardanti in particolare i rapporti giuridici tra Sardegna e stato centrale.

Interessante ma largamente insufficiente. Non convincono i punti elencati, per diversi motivi. Ipotizzare, nello scenario attuale, che le stesse forze politiche che devono tutelare lo status quo e favorire le dinamiche distruttive in corso ne diventino le più efficaci oppositrici risulta difficile da considerare probabile e forse ancor prima da auspicare. Ritenere che l’attuale consiglio regionale, composto quasi esclusivamente da referenti di centri di potere che dalla situazione di dipendenza hanno tutto da guadagnare, possa assumere il ruolo di assemblea costituente in direzione di una rinegoziazione dei rapporti con Roma è ugualmente poco credibile. Non riconoscere l’esistenza di un discrimine decisivo tra chi avalla l’attuale sistema di dominio, magari ritagliandosi al suo interno un ruolo da oppositore di maniera, e chi invece lo vuole contrastare per costruire un nuovo patto politico e sociale tra sardi e avviare il percorso della nostra autodeterminazione è un errore storico notevole.

Non è l’attuale classe dominante sarda a potersi fare carico di una vertenza complessiva e di portata epocale con lo stato italiano, per la semplice ragione che non ne ha alcuna intenzione, né ha conquistato la propria posizione dominante in virtù di una pulsione emancipativa. La giunta Pigliaru e la sua maggioranza, così come la (scarsa o finta) opposizione da Cappellacci e soci, non sono i possibili protagonisti di una possibile soluzione: sono precisamente parte del problema. La mobilitazione evocata da Salvatore Cubeddu avrebbe ragion d’essere se proposta nel campo della vera opposizione politica, civile e culturale presente oggi in Sardegna, quindi inevitabilmente fuori dal consiglio regionale. Se si volesse davvero procedere a una rinegoziazione dei rapporti giuridici tra Sardegna e Italia, la via più democratica e efficace sarebbe l’elezione di una assemblea costituente (chiamata come si vuole, per non disturbare i puristi della sudditanza giuridica all’ordinamento italiano), su base proporzionale, che chiami in causa tutte le forze sociali, culturali e politiche presenti oggi sull’isola, in modo da mettere in chiaro tutte le posizioni, alla luce del sole, davanti ai Sardi, all’Italia e al resto del mondo.

Tuttavia questo sarebbe ancora un discorso debole. Quel che non convince nella posizione espressa da Salvatore Cubeddu è prima di tutto l’impianto generale, la cornice in cui è inserito. Le premesse della sua proposta ricadono tutte nel campo della visione dipendente, subalterna e rivendicazionista cui siamo stati condannati da duecento anni di sconfitte. Sconfitte per i Sardi e per la Sardegna ma non per la nostra classe dominante, chiaramente. Rievocare la Perfetta Fusione come momento decisivo della nostra storia contemporanea è qualcosa di molto simile a una mistificazione, salvo che in questo caso si può invocare l’attenuante della buona fede, probabilmente. Il problema di fondo della Sardegna non è ridiscutere la sua forma di dipendenza dall’Italia. Se davvero fosse questa la questione sul tappeto tutti gli sforzi profusi assumerebbero i toni del paradosso. Aspettarsi che lo stato italiano sia anche solo teoricamente disponibile ad accettare i termini della questione è assurdo. Ipotizzare che il governo di Roma, con tutti i vincoli internazionali a cui deve rispondere e con tutti gli interessi costituiti che deve tutelare, possa seriamente dedicarsi a dar retta alle pretese neo autonomiste della Sardegna appare totalmente irrealistico, se solo ci si sofferma un poco a pensarci. Sappiamo che per lo stato italiano e per la sua classe dominante, comprese le alte gerarchie accademiche e intellettuali e i mass media principali, i Sardi non hanno alcuna soggettività propria, né politica, né giuridica e nemmeno culturale e storica. Quante prove di questo atteggiamento dobbiamo elencare per corroborare tale asserzione? L’elenco sarebbe lungo, con esempi anche recentissimi.

Non è più tempo per battaglie di retroguardia e non è nemmeno più tempo di farsi dettare la linea da chi ha vissuto altre stagioni politiche e non riesce ad affracarsi da una visione che era già debole e dipendentista sessant’anni fa e oggi è semplicemente irricevibile. Con tutto il rispetto per le singole persone (quelle in buona fede, che non agiscono per difendere interessi di parte e disegni opachi), è giunto il tempo che le generazioni più giovani si assumano la responsabilità di guidare la Sardegna lontano dalle secche storiche su cui ci stiamo incagliando. Mi riferisco anche alla nostra diaspora, specie a quella più recente, vera risorsa strategica fin qui del tutto trascurata.

L’orizzonte deve essere la nostra autodeterminazione, quale che sia la forma giuridica che assumerà. Il percorso può anche prevedere, come tappa intermedia, la rinegoziazione con lo stato italiano delle prerogative giuridiche della Sardegna, ma dentro una cornice di forte affermazione della nostra soggettività storica, dunque facendo valere non la nostra “specialità” (che ha senso solo dentro un rapporto subalterno e minorizzato), ma la nostra aspirazione alla piena assunzione della responsabilità di noi stessi. Ridefinire il quadro giuridico dei rapporti con lo stato con la clausola della libera risoluzione del rapporto se e quando i sardi stabiliranno che la propria strada debba condurli verso la piena indipendenza; acquisire le competenze esclusive su tutte le materie strategiche (trasporti, energia, scuola e università, beni culturali, settore agroalimentare, salute), in un’ottica di valorizzazione delle nostre risorse e di apertura al resto del Mediterraneo e dell’Europa. Questi dovrebbero essere i punti fermi di tale percorso.

La strada è questa. Lo stabiliscono le attuali dinamiche storiche, più che la nostra volontà o le nostre posizioni ideologiche. Perdere tempo in risposte deboli, interlocutorie e destinate in partenza al fallimento non è precisamente la scelta più lungimirante che possiamo fare. Intraprendere questo o quel percorso sarà la scelta dirimente che le forze politiche, intellettuali, sociali ed economiche sarde dovranno fare adesso. Su questa saranno, saremo, giudicati dalla storia e soprattutto da chi ci seguirà.


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