Le vicende del Kurdistan occidentale (Rojava) ci chiamano in causa prepotentemente. Non solo per la loro drammaticità, o per l’inerzia con cui la NATO (e in primis la Turchia) e in generale l’Europa e il cosiddetto Occidente assistono all’assedio di Kobane, ma anche, e in profondità, per il senso che ha avuto l’esperienza politica e culturale della comunità curda in questione. Chiama in causa soprattutto chi, in Sardegna, ragiona sul tema dell’autodeterminazione.

I Curdi, una popolazione di circa 40 milioni di persone, rappresentano la più grande nazione senza stato del mondo. Sono divisi in almeno tre stati (Turchia, Iraq, Iran, ma con comunità presenti anche altrove, senza contare chi vive in esilio). Nel tempo, hanno dovuto difendere se stessi dalla repressione dei governi centrali sotto la cui amministrazione sono stati relegati, sia maturare forme di convivenza e modelli organizzativi propri. Non mancano tra loro le divisioni politiche. Il che del resto è abbastanza comprensibile.

Le evoluzioni dello scenario internazionale in questi anni hanno influenzato anche la politica indipendentista curda. Lo stesso PKK (il partito dei lavoratori curdi, maggiore organizzazione politica tra quelle in campo) ha maturato posizioni meno legate al marxismo-leninismo e si è aperto ad altre influenze. Allo stesso modo l’omologo siriano del PKK (il PYD) ha assunto un approccio molto inclusivo verso la questione dell’autodeterminazione. Così nella zona autonoma del Kurdistan siriano (Rojava, appunto) si è dato vita a un esperimento democratico non solo inedito e inusuale per quest’area del mondo, ma piuttosto interessante in senso generale. Non a caso, i difensori della città di Kobane non sono soltanto i suoi abitanti di etnia curda, ma anche sunniti di varia provenienza, assiri e armeni cristiani. E, tra loro, molte donne.

Il legame profondo che ha cementato la comunità del Rojava è di tipo politico, civico, laico. È la condivisione di un orizzonte democratico in cui ci si riconosce più in valori e diritti che in appartenenze etniche o religiose. L’organizzazione di tipo cantonale e federale di quest’area garantisce il pluralismo e il mutuo riconoscimento delle varie comunità e culture che la abitano, nonché una forte parità di genere. La Carta del Contratto sociale del Rojava (una sorta di costituzione di questa regione autonoma) è un esempio di civiltà a cui attingere proficuamente. E – detto per inciso – è anche una smentita della retorica sciovinista italica circa la “costituzione più bella del mondo” di tanti democratici “a parole” delle nostre latitudini, Sardegna compresa.

Il “confederalismo democratico” avviato in Rojava e propugnato dallo stesso PKK nel Kurdistan turco è una risposta pragmatica, democratica e pacifica alle pressioni politiche cui questa grande comunità è sottoposta da generazioni. La sua portata è innegabile. Primo, perché spezza la cornice deformante con cui Turchia, USA e Europa guardano da tempo a questa regione e alle legittime aspirazioni del popolo curdo (il PKK è ancora oggi classificato come organizzazione terroristica). Secondo, ma non come importanza, perché offre un esempio efficace di risoluzione dei conflitti nazionali e di ordinamento politico democratico, non solo al contesto drammatico del Vicino Oriente, ma anche a quello delle democrazie occidentali. Pensiamo solo alla questione catalana, ormai sul punto di deflagrare in tutta la sua prblematicità, all’approssimarsi del 9 novembre (data prescelta per il referendum consultivo indetto da quella Generalitat, contro il parere di Madrid). E pensiamo anche al dibattito sull’autodeterminazione in Sardegna.

A proposito di autodeterminazione sarda, è bene soffermarsi un momento non tanto sulla ottusità di chi rifiuta tale questione aprioristicamente e nemmeno sulla pochezza delle argomentazioni di chi, soprattutto esponenti dei partiti italiani o loro beneficiari, ha interesse a indebolire la discussione pubblica in proposito, bensì sull’approccio dello stesso ambito politico e culturale indipendentista. Il quale, anche a proposito della questione curda, non riesce a mostrare una capacità di lettura adeguata a chi si propone come apripista per l’emancipazione collettiva dei Sardi. A quanto pare gran parte delle energie intellettuali sono andate consumate per la vicenda del referendum scozzese e adesso per gli sviluppi della situazione catalana. Non sempre con esiti costruttivi. Sulla questione curda c’è molta meno attenzione.

Invece proprio quest’ultima, così tragicamente enfatizzata dalla sorte di Kobane e della sua eroica resistenza ai fanatici dell’IS, potrebbe offrire preziosi elementi di riflessione anche su molte nostre questioni aperte. In generale potrebbe mostrare quanto sia efficace l’approccio democratico, inclusivo e non etnocentrico o storicistico alla questione della propria autodeterminazione. Potrebbe spostare il focus del dibattito sulla questione dei modelli di convivenza, dei valori di riferimento, dei diritti, del “come” costruire la nostra emancipazione e con quali obiettivi concreti, e non limitarlo solo ai simboli, alle questioni identitarie o alle nostalgie di passati più o meno gloriosi.

A proposito della questione del Rojava, sarebbe bello e opportuno che l’ambito indipendentista e la nebulosa intellettuale e culturale che vi ruota intorno riuscissero a mobilitarsi in una presa di posizione condivisa. Che potrebbe risultare abbastanza efficace da smuovere le stesse istituzioni sarde (al solito sonnolente e dedite ad altro) e, attraverso loro, generare un effetto domino che scuota le coscienze europee, sia sul problema specifico e urgente dei Curdi siriani e turchi, sia in generale sulla questione dell’autodeterminazione dei popoli, non più relegabile nel dimenticatoio politico e mediatico, né limitabile alle singole vertenze aperte nei vari stati.

La rilevanza politica e simbolica dell’esperienza del Rojava è sotto gli occhi di tutti. E purtroppo è anche il motivo per cui la Turchia e i governi occidentali non hanno alcun interesse ad intervenire efficacemente. È un modello troppo democratico ed egualitario, quindi anticiclico e destabilizzante, per come si stanno mettendo le cose. Ma proprio per questo occorre conoscerlo, tenerlo presente e possibilmente costringere i governi a occuparsene. Se Kobane cadrà in mano all’IS non sarà solo la rovina di quella comunità, ma perderemo un esempio prezioso di convivenza pacifica e civile realizzato in una condizione storica difficile. La dimostrazione che è del tutto possibile, oltre che legittimo, cercare come collettività storica una propria condizione di libertà e dignità, a dispetto dei fattori restrittivi a cui si è sottoposti.

Le nostre anime e la nostra coscienza non possono non essere schierate con Kobane, in queste ore, e in particolare con le coraggiose donne del YPJ.  Per quel poco che vale, questo è il minimo che possiamo fare.


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