Sembra che intorno ai Giganti di Monte Prama si stia scatenando una sorta di psicosi collettiva. Notevole, se pensiamo a quanto poco peso abbiano di solito i temi culturali e quelli storici nel senso comune della gente. Non è solo questione di sensazionalismo alimentato dai mass media. I mass media fiutano l’interesse dei lettori e dei telespettatori. La curiosità esiste ed è tanta e diffusa. È come se un argine si fosse rotto.

Questo fenomeno morboso, perfettamente spiegabile in una popolazione da sempre deprivata di una memoria collettiva decente, ha a sua volta risvolti molteplici. Così da un lato di consolidano teorie del complotto che vogliono la storia sarda ostaggio di una sorta di casta sacerdotale votata alla sua negazione (l’Accademia, gli archeobuoni, e via etichettando), da un altro alcuni bei tomi, strenui difensori dello status quo, si buttano nella mischia con azioni squadristiche, delegittimando o attaccando personalmente singoli portatori di tesi alternative o semplicemente non allineati col pensiero ufficiale (o quello che questi poveri cristi anonimi ritengono tale). Invidie e capziose vendette intellettuali, a volte per interposta persona, condiscono la scena. Naturalmente il frutto di questo scontro di pratiche oppositive è uno scadimento generalizzato del dibattito pubblico in tema storico e archeologico. I social media sono la piattaforma ideale per dare la stura alle pratiche peggiori di cui siamo capaci.

Prendere le distanze dagli opposti estremismi è importante ma non è sufficiente. Ci sono degli elementi inquietanti che rimangono sottotraccia e che invece è necessario rilevare. La costruzione di mitologie è una faccenda delicata. Quello che i Sardi ritengono di sapere su se stessi, come detto e argomentato altrove, anche in questo blog, è un mito. Un mito tossico fatto di stereotipi paralizzanti. Secondo tale mito, le cose stanno come stanno e non c’è modo di cambiarle, perché soffriamo di tare genetiche insuperabili; l’unica cosa che potremmo fare è “resistere” e pretendere il riconoscimento della nostra specialità. Una serie di costrutti mal assemblati e di feticci  resi solidi dall’uso reiterato, ma storicamente e teoricamente molto fragili. Eppure, egemonici. Reagire a questa narrazione è necessario, ma bisogna stare attenti a come lo si fa, ed anche al “dove” e al “quando”. In certi casi anche al “chi”.

Oggi, per esempio, ci si indigna perché gli scavi a Monti Prama saranno presto condotti da una ditta emiliana, regolare vincitrice di un appalto. Ditta che prenderà il posto delle università sarde. L’indignazione potrebbe essere ragionevole, ma solo se partisse da presupposti diversi da quelli emersi fin qui. La lamentela è alimentata dal senso di espropriazione che tale situazione induce negli osservatori. L’avvicendamento negli scavi suona come una esautorazione dei Sardi da parte dello stato italiano e scatena sentimenti di astio etnico, di rivendicazioni generali di tipo politico.

Invece le polemiche in questo caso sono mal indirizzate e fondate su un equivoco. Forse non è chiaro, ma il nostro patrimonio culturale, e in particolare quello archeologico, appartiene allo stato italiano, non alla Regione sarda. In questo come in altri casi non esiste alcun “popolo sardo” portatore di una sua propria soggettività e dunque di una propria legittima volontà, di propri diritti e di proprie responsabilità. E le stesse università sarde sono università statali, non certo l’avanguardia culturale di un popolo che rivendica competenze e responsabilità sulla propria storia. Bisognerebbe aprire un dibattito serio su questi aspetti, prima di lanciare campagne rivendicative senza capo né coda.

Si approfitta dunque di questa evenienza (per altro risaputa da molte settimane) per irrobustire se possibile una nuova mitologia. La quale parte dal presupposto che la nostra preistoria e protostoria siano le uniche vere matrici della “sardità”. Si assume insomma quel periodo lontano come quello più qualificante per la nostra stessa identificazione, anzi a tal proposito si utilizza diffusamente e con forza il termine “identità”.

Mi pare che questo discorso sia molto debole dal punto di vista del metodo e degli stessi contenuti. Ipotizzare che esista davvero una identità collettiva fissa e che questa sia fondata su fatti e elementi culturali di tremila anni fa è una forzatura evidente. I Sardi di oggi saranno anche discendenti dei nuragici o dei committenti delle statue di Monti Prama, ma sono anche discendenti dei Sardi delle epoche successive. La nostra storia non si è fermata all’Età del ferro, né all’epoca di Amsicora, né a quella di Opsitone e non si è fermata nemmeno nel 1409 o nel 1796. Noi contemporanei siamo figli di tutta la nostra storia e della storia della parte del mondo in cui la Sardegna è situata. E la nostra identità è dinamica, mutevole, aperta. È sempre stata così. Voler fissare un canone identitario di riferimento è un’operazione ideologica e va riconosciuta come tale. Stiamo già pagando le conseguenze del nostro mito identitario dominante. Una sua riverniciatura in funzione conservatrice, con tanto di riesumazione della “costante resistenziale”, o cose del genere, non serve di certo a migliorare la nostra condizione storica attuale.

Perché è questo che alla fin fine si intravvede in tutte le polemiche e le recriminazioni identitarie a proposito dei Giganti e dell’epoca nuragica: operazioni politiche. Bisognerebbe chiedersi a che pro. La sfida sembra essere tra chi vorrebbe costruire un nuovo mito dal sapore anche vagamente esoterico intorno alla civiltà nuragica e chi vorrebbe invece mantenere la conoscenza storica appannaggio di una ristretta elite, possibilmente senza scardinare carriere consolidate nel cursus honorum accademico italiano. Ma niente ci obbliga a morire schiacciati tra queste due forme di conservazione. Non c’è niente di edificante, in tutto questo, e nemmeno di lontanamente emancipativo. Il nostro passato deve essere conosciuto e divulgato, deve far parte del nostro bagaglio di conoscenze, deve servirci come termine di paragone e anche come fonte di comprensione per il nostro presente. Non se ne può fare una bandiera politica di parte né la fonte di legittimazione di ambizioni personali o di interessi costituiti.

Bisogna diffidare di ricostruzioni mitologiche che sembrano fatte apposta per nascondere progetti  interessati circa il nostro presente e il nostro futuro. I miti tecnicizzati questo fanno: mascherano ideologicamente interessi, rapporti di forza, ricerca del potere. Sono dispositivi estremamente pericolosi e vanno smascherati e denunciati, perché, per affascinanti che possano sembrare, non ne viene mai niente di buono.


Commenti



19 Commenti

  1.    mikkelj tzoroddu on 13 Ottobre 2014 21:47

    La mitopoiesi, la battaglia e bla, bla, bla!
    E se invece stessimo, ancora una volta, perdendo la giusta occasione per raccontare la verità sui Giganti? La qual cosa dovrebbe essere obiettivo sferzante per liberare finalmente la scena e da strampalate costruzioni di nuovi miti (esoterici?) e da conoscitori disonesti alberganti in una ristretta elite!
    C’è bisogno di uno spunto? Eccolo, ma v’ha necessità, che tutti i parlanti si tolgano la maschera, che non nascondano la testa sotto la sabbia, anzi sotto terra! Ed ecco lo spunto!
    A nessuno può essere sfuggito, soprattutto ad un attento osservatore quale l’estensore dell’articolo, soprattutto ad un sardo che ha deciso di parlare delle statue di Monte Prama (il quale argomento deve giocoforza conoscere alla perfezione nelle sue più minime sfaccettature), che dopo quaranta anni dal primo ritrovamento, all’improvviso! Con modalità miracolosa! Senza alcuna difficoltà! Quasi andando a rimuovere il terreno con un bastoncino, vengano portate alla luce, soltanto ora, altre statue sotto terra giacenti!
    Si badi bene, SOLTANTO ORA CHE IL LILLIU GIOVANNI E’ PASSATO ALL’ALTRO MONDO, lasciando finalmente libero il campo alla ex-totalmentesubalterna elite di cui sopra!
    Non pare, a chiunque abbia dimestichezza con la ricerca del vero, che la famigerata elite sapesse che i nuovi giganti, fossero lì da sempre?
    Altrimenti come avrebbe potuto, in una incredibile sequenza di poche settimane, portare alla luce le nuove statue? Considerando vieppiù che il luogo era stato interessato da vari altri scavi in tutti questi anni? Forse che i precedenti archeologi debbano essere considerati tutti affetti da cronica incapacità? Non sembra (ma, certo, solo alle persone oneste e dotate di semplice raziocinio, ma anche interessate a farne uso) fu posta in essere un strategia che indicasse i settori che non dovessero essere toccati perché interessati dalla presenza degli altri giganti?
    E non ci si venga a raccontare di “georadar”! Ha, ha, ha , ha, ha, ha, ha! La cui mancanza avrebbe fatto deflagrare uno scandalo senza fine, la qualcosa, la ormai traballante elite, non poteva permettersi!
    Pertanto! La discussione è aperta! Ciascheduno si faccia avanti raccontando una parte di verità!
    Per mio conto (parafrasando l’estensore dell’articolo), quanto ho posto quì in evidenza, se rispondente al vero (ed a me pare vero assai), ritengo sia atto a SMASCHERARE ideologicamente, gli interessi, i rapporti di forza, la ricerca del potere, CHE SONO CONTRARI AL COSCIENTE VIVERE IL NOSTRO TEMPO!
    mikkelj

  2.    Omar Onnis on 14 Ottobre 2014 07:33

    Non sono appassionato di teorie del complotto, se non nella fiction.
    Che ci fosse dell’altro a Monti Prama si sapeva da sempre. Non esagererei su questo versante. Le motivazioni per condurre o no una campagna di scavo possono essere diverse, dalla mancanza di fondi (che naturalmente si possono sempre cercare), alla mancanza di pianificazione da parte delle sovrintendenze (che sono organi ministeriali), alla scarsa attenzione da parte delle università, ecc. ecc.
    È giusto chiamare in causa la nostra archeologia accademica e gli storici, così come in generale l’intellettualità sarda. Mai lesinato critiche, da parte mia, in questo senso. È evidente una forte sindrome da autocolonizzati. Non vanno sottovalutate le ambizioni di carriera, che possono prevalere sulla curiosità scientifica e sull’ambizione di percorrere strade nuove, né le rivalità tra studiosi. Tuttavia, anche per questo, dipingere l’archeologia sarda ufficiale come un monolite compatto e indistinto è decisamente un abbaglio. Il dibattito anche all’interno di quell’ambito è molto aperto, persino a riguardo dei Giganti. Ma ovviamente le teorie del complotto tendono a semplificare tutto.

    Il punto però è un altro. Ed è quello che ho provato ad esporre qui. Va bene il richiamo alla trasparenza e alla correttezza metodologica, va bene il fiato sul collo agli archeologi perché studino, pubblichino, divulghino, va bene la pretesa di conoscere adeguatamente la nostra storia: sarò sempre in prima fila, su questo fronte (e credo sia abbastanza evidente, da quello che scrivo). Quello che non va bene è piegare le questioni storiche (spesso aperte e bisognose di approfondimenti, di maggiore conoscenza) dentro una cornice politica. La mitopoiesi non è bla bla bla, è uno strumento potente di conformazione del modo in cui guardiamo il mondo. Siamo già vittime, noi Sardi, di una potente costruzione mitologica, totalmente tecnicizzata, che ci ha irretito fin qui, debilitandoci e facendoci accettare l’inaccettabile. Non possiamo cadere dalla padella alla brace o rispondere a una mitopoiesi deleteria con un’altra dai contorni comunque non chiari.

    Oggi l’attenzione su questi temi è molto alta. Sarà difficile che si possano mascherare i risultati della ricerca o depotenziarli, e sarà anche difficile evitare di andare fino in fondo alle questioni sul tappeto. Ma la nostra storia non si esaurisce affatto nel periodo nuragico e in quel che ci ruota intorno. Questo va ribadito con forza. Costruire una identità nuova sulla base di una lettura ideologica del nostro lontano passato non sarà più emancipativo della identità farlocca che ci portiamo addosso da cento e passa anni. Anzi, ho paura che possa tradursi nell’ennesima arma di addomesticamento delle coscienze.

    Finisco dicendo che non dobbiamo accettare che in questo ambito prevalgano la guerra ideologica, i metodi conflittuali, gli attacchi personali, i veleni via social media, i dossieraggi, le operazioni poco limpide. Ho visto con molta preoccupazione le reazioni al documento di denuncia che abbiamo firmato nei giorni scorsi io e altri. Pura follia! Tutti a cercare di trovare significati nascosti, complotti mascherati, connessioni fantasiose. Invece quel che contava era esclusivamente il merito del discorso e il richiamo a un confronto intellettuale che sia sempre libero ma corretto, al di là delle differenti posizioni su questo o quel tema specifico. Queste reazioni costituiscono una delusione, devo ammettere. Il torto è ben distribuito e sinceramente penso che il dibattito culturale in Sardegna meriti un livello decisamente diverso.

  3.    Seguro on 14 Ottobre 2014 15:53

    Caro Omar …. dove vivi? all’estero? …. o sei figlio di un emigrato sardo? … o fingi di essere sardo? …..
    Tutto ciò che succede in italia … non succede per puro caso … ogni cosa è manipolata … dove ci sono soldi freschi c’è "mafia/governo".
    dell’archeologia non gli importa … puntano solo ed esclusivamente ai soldi …. siano professoroni( che perderebbero in un’istante, dall’azzeramento dei loro studi, tutto il loro prestigio/denaro ), imprenditori/politici/malavita tutti e tre legati con una catena a doppia o tripla mandata. …. Occupazione per la Sardegna? zero. Benefici post scavi? zero. Riconoscimenti alla regione Sardegna? zero.
    … volete dare trasparenza? … supervisione delle università isolane ( direzione lavori ).
    Occupazione dei giovani già impiegati negli scavi ( più esperienza/conoscenza dei siti ).

  4.    Omar Onnis on 14 Ottobre 2014 16:14

    Eccone un altro!
    Adoro gli anonimi dispensatori di lezioni di vita.
    Il paternalismo complottista è una piaga sociale.
    La prossima volta cerca di essere meno anonimo e più costruttivo, anche in modo critico, se vuoi. Altrimenti questo rimarrà uno sfortunato esordio. Senza repliche.

  5.    mikkelj tzoroddu on 14 Ottobre 2014 16:56

    Innanzi d’ogni cosa ringrazio il Signor Onnis di non aver cancellato il mio intervento, come vedo fare sempre più spesso in vari luoghi, ove il contenuto non si ritenga condivisibile! Bene, onore a fosté, Signor Onnis.
    Vorrei ora analizzare alcuni punti della risposta:
    Si dice: 1- «Non sono appassionato di teorie del complotto, se non nella fiction». Fantastico, rispondo. Ma, poi mi avvedo che a questa teoria del complotto si ricorre volentieri, trovandosi appresso un: 2- «Ma ovviamente le teorie del complotto tendono a semplificare tutto»! Ohibò! Ma, allora si ama ricorrervi nel parlare ordinario e reale! Cosa diavolo ha a che fare questo con la fiction? Ma, ci si chiede: è una moda? Ovvero, tutto ciò che non aggrada ed urta frontalmente contro i nostri dogmi ideologici (quelli sì forieri di nefaste chiusure al nuovo scientifico e pratico) è tacciato d’essere “un complotto”? E, non è questo modo d’intendere, un vero ed autentico (son parole sue): «mascherare ideologicamente interessi, rapporti di forza, ricerca del potere»?
    Si dice anche: 3- «Che ci fosse dell’altro a Monti Prama si sapeva da sempre». Ariohibò! E, cosa è questa se non una SUA DICHIARAZIONE DELL’ESISTENZA UNIVERSALMENTE CONOSCIUTA DI UN COMPLOTTO cucito addosso a Monte Prama e suoi scavi-nonscavi?
    Ed anche rispondo, CASPITERINA! E, Lei che sapeva, Signor Onnis, CHE COSA HA FATTO DA SEMPRE NEL PRECISO MERITO? Un bel nulla?
    4- si dice: «Ma la nostra storia non si esaurisce affatto nel periodo nuragico e in quel che ci ruota intorno». Veda, soltanto chi NON HA STUDIATO LA PREISTORIA E STORIA ANTICA DELLA SARDEGNA IN MODO INDIPENDENTE, si riempie la bocca di “nuragico”! E’ cosa che lascio volentieri agli stipendiati ignorantoni in qualsiasi scranno assisi! E poi, inopinatamente soggiunge:
    5- «Costruire una identità nuova sulla base di UNA LETTURA IDEOLOGICA del nostro lontano passato non sarà più emancipativo della identità farlocca che ci portiamo addosso da cento e passa anni. Anzi, ho paura che possa tradursi nell’ennesima arma di addomesticamento delle coscienze».
    Ma, andiamo per ordine. Secondo Lei fare una onesta ricerca e scoprire (eventualmente) un grandioso vissuto del nostro passato, significa darne “una lettura ideologica”? Ma, perché Lei deve per forza affibbiare una accezione “marxista”, ovvero dispregiativa e polemica, a questo attributo? È, questo Suo, UNO STRAVOLGIMENTO DELLA REALTA’! Per quel che mi riguarda, la RICERCA sul lontano nostro passato E’ IL PASSO AVANTI VERSO LA NOSTRA EMANCIPAZIONE da tutte le servitù che ci affliggono dal nostro dentro e dal di fuori!
    Invece, apprendo da Lei che UNA ONESTA RICERCA per scoprire il vero nostro passato, certo contestabile, ma soltanto CON UNA ALTRETTANTO ONESTA RICERCA (ed io non ne trovo traccia in questo ultimo trentennio, caro Signor Onnis!), sarebbe da aborrire perché Lei dice «ho paura che possa tradursi nell’ennesima arma di addomesticamento delle coscienze»! Grandioso! Quindi, secondo Lei, sarebbe meglio tenersi «la identità farlocca che ci portiamo addosso»! Quindi Lei ha gettato la maschera! Lei vuol mantenere i Sardi soggiogati alla loro atavica depressione, privi di identità, privi di un ricordo storico, anzi e meglio, PRIVI eventualmente DI UN ESALTANTE RICORDO STORICO, perché persone della sua stessa pasta così li preferiscono!
    Grandiosamente triste!
    Molte cose avrei da dire, ma mi soffermo solo su altro punto, perché molto significativo.
    6- Sue parole: «Ho visto con molta preoccupazione le reazioni al documento di denuncia che abbiamo firmato nei giorni scorsi io e altri. Pura follia! Tutti a cercare di trovare significati nascosti, “complotti” mascherati, connessioni fantasiose», (come vede, il “complotto” è SEMPRE sulla punta della Sua tastiera e non mi dica che siamo all’interno di una “fiction”!).
    In primis, leggo : «Ho visto con molta preoccupazione». Osservo: preoccupazione per l’esser stati messi con le spalle al muro? E soggiungo: che vuole, la pura follia a volte …!
    Ebbene, egregio Signor Onnis, io ebbi a leggere il vostro “documento di denuncia”, partorito con molto comodo, quindi non generato da un onesto, immediato, sano sentimento di rigetto ma, prima, fatto oggetto di pensieri, considerazioni, valutazione dei pro, calcolo dei contro e poi, dopo la eventuale correzione ultima, dato in stampa. Interpretai tal documento come ben congegnata esternazione per allocchi, ai quali si sarebbe voluto ancora strappare un: ma quanto bravi son mai questi? Ma, un paracarro costrutto di giudiziosa “pura follia” interruppe la vostra narcisistica corsa sulle strade della “fiction”.
    mikkelj

  6.    Omar Onnis on 14 Ottobre 2014 17:35

    Primo: qui ci si da del tu. Il Lei fintamente ossequioso è molto ma molto urticante.

    Secondo: l’abuso delle maiuscole è scoraggiato ufficialmente. Usare le maiuscole, in questo contesto internettiano, equivale ad urlare, e non è bello, specie in casa d’altri.

    Terzo: io non cancello commenti. Di norma. Ma le regole sono chiare: non si fa gazzarra, non si fa polemica, non si insulta. Se si violano queste regole (per altro esplicitate nella netiquette) la porta è chiusa.

    Quarto: ho l’impressione di non essermi spiegato bene, dato che mi si ripaga con la stessa moneta che avevo precisamente denunciato come cattiva. Cercherò di essere più didascalico la prossima volta. L’onesta ricerca è precisamente ciò di cui abbiamo bisogno. Contro oscurantismi e contro teorie del complotto (eccola lì). Se poi c’è qualcuno che ritiene di essere l’unico e solo depositario del metro di valutazione delle cose, o dell’onestà della ricerca, in questo caso, temo che sia più un problema di egocentrismo, che di metodologia storica. Sia come sia, partecipo da anni al dibattito e la mia l’ho detta e scritta molte volte, qui e altrove. Persino in un libro, pensa tu! Non mi si può certo rimproverare di ignavia, su questo fronte.

    Quinto: il documento di denuncia di cui si parla è stato redatto con la tempestività che richiede la collaborazione di più persone. Ma personalmente mi ero già espresso in precedenza in merito al blog anonimo dispensatore di attacchi personali di stampo squadristico. Devo dire, però, che anche da altre parti non si scherza. Sostenere – con un’accusa esplicita di mala fede – che tale documento sia stato “partorito con molto comodo, quindi non generato da un onesto, immediato, sano sentimento di rigetto ma, prima, fatto oggetto di pensieri, considerazioni, valutazione dei pro, calcolo dei contro e poi, dopo la eventuale correzione ultima, dato in stampa” è una illazione calunniosa che si qualifica da sola. Sul “dare alle stampe” (il documento è uscito sull’Unione), come forse sai, decidono la direzione e la redazione del giornale e in questo caso il pezzo è uscito un paio di giorni dopo l’invio. Capirai!

    Ma mi sto dilungando pure troppo a dare spiegazioni a cui non sono tenuto e tra l’altro malamente estorte, oltre che in larga misura fuori tema (o off topic, come si dice). Il tuo intervento, Mikkelj, rappresenta precisamente una delle modalità di confronto che con quell’appello abbiamo voluto denunciare. Ti interessa il nostro passato, vuoi dire la tua, ok, ma c’è modo e modo. E questo è quello sbagliato.

  7.    mikkelj tzoroddu on 14 Ottobre 2014 18:32

    Vedo, che Lei, Signor Onnis, ama cantarsela e suonarsela by yourself!
    Abbarbicato ai suoi modelli (brutti modelli), Lei continua a non manifestare alcuna apertura per il nuovo e per il Bello. Lei vedo che preferisce crogiolarsi NEL VECCHIO E NELLO STANTIO! Affari Suoi. mikkelj

  8.    Omar Onnis on 14 Ottobre 2014 19:08

    Crogiolarmi nel vecchio e nello stantio, ma senza maiuscole, è il mio passatempo preferito, in effetti.
    Grazie per il prezioso contributo critico.
    Adiosu.

  9.    Moot on 15 Ottobre 2014 08:34

    Innanzitutto premetto che non dirò il mio nome. È giusto quello che il sig. Onnis dice a proposito dell’anonimato; ciò nonostante non ho intenzione di validare le mie idee col mio nome né di dire chi sono, sia per motivi personali inderogabili e insindacabili, sia per convenienza personale. Se l’idea è valida lo è per chiunque, nominati e innominati che siano. Detto ciò io vorrei dire che l’appalto all’impresa emiliana è cosa giusta a livello legislativo (hanno vinto un appalto a quanto dice lei, ci credo) ma tutta la cagnara sui falsi miti applicata a questo fatto la credo eccessiva. Ho letto il suo libro e sono d’accordo sul fatto che specialmente in Sardegna la cultura delle cose inamovibili e immutabili esiste ed è un problema, ma il fatto che gli studenti non possano più avere l’onore (e il dovere) di studiare sul campo Monti Prama con le campagne di scavo organizzate dall’Università mi rattrista non poco, e credo che non sia giusto. Lo trovo altresì poco produttivo. Non so tanto di ricerca archeologica ma quello che ho capito è che l’archeologo studia profondamente il territorio del sito. Anzi, più l’archeologo è legato al territorio, migliori sono i risultati che raggiunge nelle ipotesi. Non penso che a un archeologo italiano, senza mai aver visto e vissuto il territorio sardo, possa venire in mente che, ad esempio, il nuraghe di Villanovafranca potesse essere così sognificativo per la cronologia nuragica. Le mie critiche non sono derivate dai falsi miti (o almeno credo), eppure non trovo giusto l’appalto alla società emiliana sul piano scientifico ed etico. E non essendo io un’aquila e rientrando perfettamente nella media di intelligenza della popolazione non credo che ci siano torme di poveri cristi indottrinati pronti a mandare a prostitute tutto ciò che anche lei ha fatto per cercare di restituire un po’ della conoscenza che la Sardegna ha perso con la mitopoiesi attuata di recente dagli italiofili. È d’accordo?

  10.    Omar Onnis on 15 Ottobre 2014 10:48

    Sulla questione dell’appalto/affidamento diretto alla coop emiliana non mi sono espresso, in realtà. Ho solo obiettato che lamentarsi dello scippo quando sappiamo che il patrimonio storico-archeologico della Sardegna non appartiene… alla Sardegna, mi pare quanto meno ingenuo. Perché non affrontiamo per bene e da cima a fondo l’intera questione?

    Anche a me ha dato fastidio l’arroganza in merito ostentata dal sottosegretario Barracciu. Così come sono sicuro che archeologi esperti di Sardegna, di storia e archeologia sarda e di quel luogo in particolare siano i più adatti a lavorare nel sito di Monti Prama. Chi potrebbe negarlo?

    So anche, però, che le università sarde, per varie ragioni che qui non ripeterò, non hanno reso un bel servizio fin qui alla nostra esigenza di conoscere la nostra collocazione nel tempo (e nello spazio). Magari mi faranno ricredere. Vedremo. Confido che tutto il clamore intorno ai Giganti possa servire a darci una bella scossa non tanto nel nostro orgoglio nazionalista, ma nella voglia di riprendere in mano la nostra storia e affrontarla finalmente senza complessi (che poi sono la causa dei complottismi e dei voli pindarici).

    Il problema della costruzione di miti, in ogni caso, è più ampio della singola questione degli scavi a Monti Prama e del loro affidamento improprio. Bisogna stare molto attenti a non cadere da un essenzialismo a un altro, da un mito debilitante a uno magari reazionario. Questo è il nucleo dell’intervento.

  11.    Salvatore on 15 Ottobre 2014 12:15

    In questi giorni leggevo Thomas Mann, ammesso e non concesso che i tedeschi ci debbano o no insegnare sempre tutto, e vorrei riportare un suo pezzo abbastanza celebre:
    - la tradizione che è norma e modello viene dalla profondità che sta sotto ed è ciò che ci lega. Vita civile, però, è questa: che la tradizione che viene dal profondo e ci lega si riempia della libertà dell’Io, e non vi è civiltà umana senza l’una e senza l’altra"… – Il mito è il fondamento della vita: è lo schema eterno, la formula sacra alla quale la vita si modella riproducendone le vicende nell’inconscio. Ogni uomo crede che la sua vita sia originale ed unica. Ma in realtà ogni uomo rivive un modello arcaico di vita. E’ questo il modello tradizionale che ci lega. C’è qualcosa che vale per ogni singolo nella vita, qualcosa di universale, qualcosa che si ripete sempre.

  12.    Carlo on 16 Ottobre 2014 08:46

    Non sono abituato a scrivere sui blog ma questo articolo mi è piaciuto ed arriva a breve distanza con una riflessione fatta con un amico.

    I miti piegano la realtà al loro fine: rappresentare una identità. Questa funzione è utile. Del resto, anche il celeberrimo mito fondante dei greci, gli eroi della guerra di Troia, trascurava il fatto che nell’800av coloro che si ritenevano eredi dei micenei in realtà li avevano conquistati.

    In questa chiave non mi pare negativa in sè la nascita del "mito dei Giganti" che ci appartengono e rappresentano.

    Nella discussione vedo però riemergere una tossina radioattiva dell’identità sarda che si può definire: l’arcaismo. I Giganti rappresentano un sardo vero, l’unico puro e autentico. Secondo questa logica più sei antico e non contaminato dal mondo contemporaneo, più sei autentico. Nasce così la gerarchia della sardità: il barbaricino è un po’ più sardo del logudorese che è un po’ più sardo del campidanese… ma tutti irrimediabilmente corrotti dai "veri sardi": i nuragici.

    Questa parte del nostro mito fondante mi pare una resa. Il frutto della paura di scomparire per la debolezza intrinseca della civiltà dei sardi nel confronto con il resto del mondo.

    Sarebbe bello potersene liberare… fondando un nuovo mito: i Giganti di Monti Prama siamo noi…

  13.    Francesco Masia on 18 Ottobre 2014 01:47

    Gentile Omar,
    premessa la mia stima per la tua opera e per le tue migliori intenzioni, spero risultino utili a te per primo alcune osservazioni critiche.
    Anzitutto sull’appello contro l’imbarbarimento del dibattito pubblico in Sardegna; è palese che essendo 5 i primi firmatari si sarà dovuto lavorare a un equilibrio che non scadesse nella asetticità, nondimeno per quella firma ti toccherà risponderne. Nella vostra sintesi, la Professoressa continentale, che lavora in quel dipartimento del continente sotto quel Direttore destinatario delle mail inviate dagli untori elettronici (Professoressa che peraltro, a quanto scrivete, potrebbe interpretarsi organica a una delle schiere in campo ispirate alla teoria del complotto), si sentirebbe costretta al silenzio (ad annunciare la chiusura del suo blog, per la gioia di quelli) a causa di quelle mail. È una sintesi, dirai. Ma avete appunto scritto “se ne discute molto in questi giorni”, quindi sapevate già bene i termini dell’annuncio di quella Professoressa. Chi non sa può (facilmente) pensare che gli argomenti di pressione fatti valere al cospetto del Direttore del Dipartimento valessero a portare a galla colpe o mancanze o comunque scorrettezze della Professoressa, costretta al silenzio per vergogna e decenza. Tutto al contrario, chi sa conosceva benissimo l’appello rivolto dalla Professoressa agli accademici, ai politici e agli intellettuali sardi, col quale chiedeva (chiede) uno straccio di presa di posizione contro quei metodi squadristi altrimenti implicitamente avallati dai (sardi e sordi) destinatari (quello che non è più disposta a sopportare). Come saprai, anche il vostro gesto (nel suo piccolo?) è stato per lei un sollievo. Sarebbe rilevante conoscere quanti e quali hanno sottoscritto a oggi il vostro appello (io non ho nemmeno capito dove le sottoscrizioni si possano guardare).
    E ora vengo a questo tuo articolo, a quell’appello collegato.
    Ribadisci il tuo impegno a prendere le distanze dagli opposti estremismi, ma col risultato (mi sembra) che sembri spingere tutti gli aventi causa a un estremo o all’altro, tutti diversamente conservatori ma ugualmente non edificanti né emancipativi, di modo che alla fine sembri praticamente tu la sola voce nel deserto che sosterrebbe in buona fede: “bisogna diffidare di ricostruzioni mitologiche che sembrano fatte apposta per nascondere progetti interessati circa il nostro presente e il nostro futuro; non si può fare della nostra storia una bandiera politica di parte, né la fonte di legittimazione di ambizioni personali o di interessi costituiti; il nostro passato deve essere conosciuto e divulgato, deve far parte del nostro bagaglio di conoscenze, deve servirci come termine di paragone e anche come fonte di comprensione per il nostro presente.”
    So quanto ti dispiacerà sentire accostato a te questo che per gli intellettualmente onesti è un affronto, ma mi sembri caduto (qui) nella buca del “cerchiobottismo”, dell’equidistanza, come se non ci fossero in campo posizioni, persone, per le quali una più netta vicinanza non possa, non debba essere espressa.
    Certo, è un campo minato (o ben concimato, se vuoi), difficile entrarvi, entrare nel merito e prendere posizioni senza pericolo. Ma imputare (sostanzialmente) tutti quelli che vogliano oggettivare per quanto possibile la storia antica (o protostoria) della Sardegna per riconoscerle il posto che le spetta, né più e né meno, qualunque esso sia, nelle vicende di allora della nostra parte di mondo, imputare tutti costoro di “voler costruire un nuovo mito dal sapore anche vagamente esoterico intorno alla civiltà nuragica”, non ti sembra scorretto? Non è detta, come è venuta, un po’ male?
    È difficile entrare nel merito, ribadisco, e infatti quasi nessuno si espone. Chi lo fa, come te in questo caso, cerca di non sbilanciarsi e però rischia di non uscirne lo stesso pulito.
    Perché, se si vuole appena entrare nel merito, si incontra tutta una catena di effetti lungo la quale è difficile arrestarsi. Prova, se non l’hai fatto da poco, a leggere le pagine aggiornate di Wikipedia sulla Sardegna prenuragica e nuragica e sui giganti di Mont’e Prama (molta di quella che fino a qualche tempo fa poteva forse dirsi mitopoiesi trova sempre più pezze d’appoggio in pubblicazioni di accademici, vivaddio). Prova a considerare quanto non si è parlato ufficialmente della datazione della navicella fittile di Teti, documentata nuragica dalle indagini di laboratorio (finalmente curate dalla Soprintendenza e diffuse, fin qui, solo in occasione di una conferenza mesi orsono), navicella con incise prima della cottura lettere che in qualsiasi altra parte del mondo (mutatis mutandis) qualsiasi studioso interpreterebbe come espressione della cultura locale (reperto che tra l’altro soddisfa da solo tutti i criteri che il Prof. Pittau, sprezzante sulle prove ad allora sostenute, elencava un anno prima per il riconoscimento di una scrittura nuragica). Prova a considerare che (almeno a quanto ho capito) scritture della protostoria ancora indecifrate sono riconosciute dagli studiosi sulla base di meno reperti (e meno grafemi, complessivamente) di quelli che a volerli vedere sono stati documentati e attribuiti al nuragico negli ultimi 20 anni in Sardegna, da studiosi indipendenti (certo); considera, a proposito, che è venuto a galla solo lo scorso anno uno studioso indipendente di un secolo fa (Pietro Lutzu, maestro; S.Vero Milis 1859 – Scano di Montiferro 1935) che aveva catalogato già reperti con segni di scrittura simili a quelli che continuano a rinvenirsi (filone storico che ancora aspettiamo venga approfondito); considera che l’accademia in Sardegna non riconosce questi reperti perché non derivanti da stratigrafie certe, mentre gli studiosi ufficiali delle scritture indecifrate (di altrove) di cui ti dicevo (Protocananaico e Protosinaitico) collezionano senza problemi reperti rinvenuti in qualsiasi modo. Considera, ancora, che la Professoressa di cui si parlava è quel che deve chiamarsi una scienziata di discipline dure (di laboratorio), non sarda né sposata a un sardo né residente in Sardegna, che in meno di 10 anni da che ha conosciuto il filone degli studi di Gigi Sanna lo ha affiancato accumulando conoscenze che a partire dal campo degli scarabei sardi e del loro rapporto di parentela e originalità rispetto agli scarabei egizi (e quindi alla crittografia amunica) la pongono a un livello di competenza perlomeno ragguardevole. Considera che questa Professoressa non è minimamente mossa dal voler costruire un nuovo mito dal sapore anche vagamente esoterico intorno alla civiltà nuragica, perché al contrario il suo unico intento è estendere le conoscenze, fare luce, diradare le nebbie e togliere le ragnatele dove ci sono (a pro dei sardi quanto a pro dei non sardi), portare in campo il metodo scientifico (la oggettivazione), quindi promuovere le analisi e gli esami strumentali ovunque servano (e ti spiegherebbe che chi li può decidere sono solo le soprintendenze, e che se non li richiedono non è per mancanza di fondi, perché i laboratori, a cominciare da quelli universitari, per il prestigio delle conseguenti pubblicazioni esaminerebbero praticamente tutto anche gratis) e possibilmente collaborare rispettosamente con tutti gli studiosi, accademici compresi, della sua disciplina come delle discipline “umanistiche”; peccato che possa vantare molte mancate risposte ai suoi tentativi di interloquire con “umanisti” di Sardegna. Considera, in ultimo, che in questi anni si sono registrate posizioni dell’accademia (sarda) a negare segni di scrittura evidenti su reperti nuragici mediante contorsioni al limite od oltre il limite (dipende dalla suscettibilità) dell’affronto intellettuale (tu che ne dici: segni provocati da chiodi del cantiere di scavo lasciati in fondo al sacco dei reperti; opera scherzosa degli addetti allo scavo).
    Come ti dicevo, è una catena di effetti lungo la quale è difficile arrestarsi. Ma mantenerne le distanze, equidistanti dagli squadristi, quando si vuole parlare dell’argomento, finisce per collocare chi lo fa in una posizione che, se non è sbagliata, perlomeno non ha molto senso.

  14.    Giorgio Pisano on 18 Ottobre 2014 17:08

    Faccio umilmente osservare che i primi reperti delle statue di Monte Prama furono trasferiti dai polverosi locali della Cittadella dei Musei di Cagliari alla Scuola di Restauro di Sassari grazie all’intelligenza e all’amorevole cura dell’allora sovrintende di SS ( colui che, dallo stesso ruolo che aveva coperto a Firenze, si occupò delle vicende legate ai Bronzi di Riace),il quale le sottrasse a quei polverosi locali dove giacevano inerti, nell’incuranza generale!
    Venutone a conoscenza fortuitamente, e presa subito coscienza della grande importanza, attraverso una serie d’incontri con il curatore del restauro, feci in modo di portare a conoscenza della questione l’allora Presidente della Regione Soru, ben conoscendo il suo vivo interesse per l’isola e i suoi tesori ambientali e archeologici.
    Il seguito è noto.
    Ma ho ritenuto far conoscere la genesi dell’interesse crescente intorno a queste statue, per rammentare che il primo che se ne occupò con la piena cognizione della straordinarietà di questi reperti è stato un non sardo, un Sovrintendente di cui non vedo mai citare il nome. E mi permetto di far notare che io stesso vivo a Milano da oltre quarantanni e che solo per casuali questioni di lavoro mi preoccupai con ferma volontà ad avviare il giusto processo di valorizzazione che meritavano questi reperti.
    Che dire, allora, di chi si lamenta per un appalto per il lavori di scavo vinto da una
    ditta emiliana e non da una sarda?
    Vergogna!

  15.    Omar Onnis on 18 Ottobre 2014 17:17

    Io rispondo per le mie azioni e per le mie dichiarazioni, non per quelle altrui. Non mi interessa entrare nel merito delle diatribe sulla scrittura nuragica, perché non è il mio campo di studi, non ho alcuna competenza specifica per potermi schierare e soprattutto mi sembra che l’intera questione ormai sia finita in un vicolo cieco, ammorbata da prese di posizione di parte, che sanno molto di tifo e molto poco di sano confronto delle idee.
    Se e quando la faccenda tornerà su binari accettabili e si troverà il modo per affrontare i suoi vari aspetti con uno straccio di accordo almeno sul metodo, se non sul merito, allora seguirò volentieri i suoi sviluppi (che ovviamente mi interessano).

    La mia preoccupazione non riguarda “tutti” coloro che si occupano a vario titolo della nostra preistoria e protostoria, ma specificamente chi a questo proposito non rispetta le regole minime del civile confronto e chi utilizza la nostra storia per costruirvi sopra miti tecnicizzati (che siano miti sminuenti e subalterni oppure miti megalomani e etnocentrici). Io mi schiero e mi schiererò sempre a debita distanza da questi due opposti e da qualsiasi atteggiamento “tifoso” a proposito della nostra storia.

    Altra cosa. Ribadisco il mio rifiuto per una costruzione della nostra identità e di un senso del nostro esistere nel tempo e nello spazio che si basino sul nostro passato remoto, assunto come perenne e immutabile, salvaguardato da una presunta resistenzialità dei Sardi, di tutti i tempi successivi, ecc. ecc. Considero questo mito fondativo una immane sciocchezza che alla fin fine si fonda su una sostanziale ignoranza della nostra storia. Noi sardi contemporanei siamo molto più figli del Piano di Rinascita e della stagione autonomistica, o – in un senso più profondo – degli esiti della Rivoluzione sarda, che dei nostri lontani progenitori costruttori di torri o scultori di statue. Se poi tale mito intende fondare o avallare percorsi politici specifici, magari di tipo reazionario, etnocentrico o che so io, la cosa mi pare ancora più grave e meritevole di denuncia. Almeno quanto le intemperanze squadristiche di inqualificabili untori via web.

    Che il nostro passato debba essere conosciuto e bene, e collocato giustamente nell’ambito della storia europea e mediterranea, sono il primo a sostenerlo e a ripeterlo fino alla nausea. Tutto il nostro passato. Che la civiltà nuragica debba essere riconosciuta come la maggiore civiltà del Mediterraneo occidentale nell’Età del bronzo e forse fin dentro la prima Età del ferro è una pretesa che si fonda su evidenze non eludibili. Ma per questo basta e avanza quello che già sappiamo. Se poi gli studi ci offriranno ulteriori acquisizioni, tanto meglio. Ma è un altro paio di maniche. Non è inscenando guerre di religione contro l’archeologia ufficiale (che come ho già detto è tutt’altro che monolitica e immune da differenze di vedute) che si otterrà attenzione e riconoscimento per tesi alternative o si sminuirà l’autorevolezza di chi oggi occupa (più o meno meritatamente) ruoli accademici.

  16.    Francesco Masia on 18 Ottobre 2014 18:25

    Ti ringrazio dell’attenzione, Omar, attenzione che ancora provo a rubarti.
    Condivido al solito molto di quello che dici, ma evidentemente devo concentrarmi su ciò che mi convince meno. E mi convince poco questo atteggiamento: se e quando la diatriba sulla scrittura nuragica, che ti pare finita in un vicolo cieco (ammorbata dal tifo), tornerà su binari accettabili, allora seguirai volentieri i suoi sviluppi. A questo si limita la tua parte? In quel vicolo cieco non avviene niente, non si gioca niente che meriti il tuo interesse, la tua critica? Si fottano indistintamente tutti quelli impelagatisi in quel vicolo degradante? Non ci sono in gioco lì in mezzo dinamiche della nostra storia attuale e contemporanea e moderna che si misurano? Sicuro di non perderti niente?
    Ciò detto, quello che segue avevo continuato a scriverlo prima di leggere la tua risposta. Posso inviartelo subito senza rimetterci mano, perché è esattamente in linea con le obiezioni alla tua replica qui sopra sintetizzate. Ammetto che potresti scrivere un “idem” per ribadire convintamente la tua risposta, nel qual caso l’avremmo finita qui.

    La catena di effetti è lunga, ti dicevo, e per quanto abbia cercato di fartene un quadro ampio ho sacrificato delle maglie comunque interessanti. Mi ero attenuto, queste erano le mie intenzioni, a quanto di più oggettivo. Ora oso descriverti aspetti certamente più sindacabili, che però sempre con quella catena sono in relazione. A maneggiarli potrei in fondo essere più in difficoltà io, essenzialmente un professionista della salute, che te, più decisamente un intellettuale. Vediamo se così riuscirò a darti modo di dire, semplicisticamente, "eccone un altro!".
    Un altro aspetto, dicevo, della catena (della serie di effetti), è il serio pericolo che ormai corre chi (compiendo il proprio dovere) denunci il ritrovamento di un reperto che paia nuragico e scritto, il pericolo di essere rinviato a giudizio in quanto ritenuto falsario sulla base di "perizie" che di oggettivo non si sa davvero cosa abbiano (non è teoria: un processo è in corso, con perizie appunto imbarazzanti; un appello potrebbe stendersi per esprimere solidarietà anzitutto all’imputato, Armando Saba, ma anche ai poveri giudici).
    Un altro aspetto (altra maglia della catena) è la proverbiale latenza che sembra caratterizzare tanta parte dell’archeologia (sarda in particolare?) tra il rinvenimento dei reperti e la loro pubblicazione, ciò che in diversi casi pare configurare una forma di occultamento (non è una pura esagerazione: sono documentati casi di reperti almeno sommariamente catalogati dopo il rinvenimento e quindi andati in qualsiasi modo persi). Sembra in pratica sia invalso il costume di tenersi stretto un reperto, sul quale si abbia un iniziale diritto, fintanto che non si sia soddisfatti di quanto se ne è capito per una degna pubblicazione; se altri nel frattempo fossero in grado di interpretarlo meglio, o se ad altri servisse conoscerlo per capire meglio ciò che stanno studiando, pazienza.
    Mettici infine, ammesso che soprattutto davanti a questo non ci si voglia tappare gli occhi e le orecchie, che il nuragico a livello universitario, in termini anzitutto di cattedre e di finanziamenti, sembra essere stato a oggi una cenerentola rispetto al fenicio, al punico, al romano; e che gli scavi a Monte Prama sono andati a quanti avevano ogni propensione ad attribuire le statue stesse (e quant’altro potesse emergere) alle successive civiltà ex oriente.
    Eccoci quindi in piena zona grigia, tra le paludi in cui anche i cauti e i corretti possono o devono trarre conclusioni da ciò che (a tenerli aperti) sta sotto i loro occhi, a rischio di farsi etichettare tra uno degli opposti estremismi (tocca a me ricordare il Pasolini di "Io so"?). Considera che si dice sia da tempo risaputo, negli ambienti informati (?!), l’esito della datazione di resti scheletrici di un inumato di Monte Prama; e considera che questi risultati ancora non vengono comunicati ufficialmente, mentre i nostri studiosi hanno preso a rincorrere, sulla scorta di deduzioni non certo ferree (che essi stessi avrebbero osteggiato fino a ieri: a oggi chi può dire che le statue siano state realizzate sul modello dei bronzetti e non viceversa, e chi può dire a che distanza i modelli abbiano seguito i campioni?), hanno preso a rincorrere una datazione delle statue che si va spostando indietro quanto essi stessi, ieri, non avrebbero mai voluto concedere.
    Davanti a tutto questo un intellettuale informato può permettersi di abdicare al suo ruolo, può permettersi di non pensare e non prendere posizione?
    E se gli danno del complottista?
    Lo si nota di più se pensa e si pronuncia o se non pensa o, almeno, nel merito, non si pronuncia?
    E tu sei informato? O ti sembra non valga la pena entrare nella palude, ti sembra più igienico giudicarla da fuori, da dove sembra di vedere (appunto) opposte schiere di estremismi da liquidare in blocco, auspicando una sanificatrice quanto improbabile palingenesi che fiorisca da alte lezioni di equidistanza?

  17.    Omar Onnis on 19 Ottobre 2014 09:54

    Non è che mi sembri più igienico giudicarla da fuori. Io non devo giudicare niente. Da intellettuale (grazie per la qualifica :-) ), posso e devo solo osservare dall’esterno una questione che esula dalle mie competenze specifiche e sulla quale, nel merito, non potrei aggiungere di mio niente di significativo. Rifiuto dunque di essere tirato dentro il gioco delle parti, proprio per mantenere la giusta equanimità e la giusta distanza critica.
    A me pare che nella questione della scrittura nuragica ci siano delle gravi lacune metodologiche sia dalla parte dei fan del professor Sanna, sia dalla parte dei suoi detrattori. Gelosie, sospetti e adesioni fideistiche allontanano la questione da una sua corretta impostazione, per come la vedo io. A naso (quindi sulla base di una valutazione approssimativa e appunto dall’esterno), oggi come oggi, non mi pare che si sia fatto alcun passo avanti verso una credibile validazione delle tesi sulla scrittura nuragica. Il che non significa che i “nuragici” non usassero affatto la scrittura (anzi, secondo me è probabile il contrario), ma che 1) non è detto che dovessero avere un loro proprio sistema scrittorio e 2) i tempi, i modi e l’estensione di tale probabile uso per ora sono tutt’altro che dimostrati.

    Circa i Giganti, se col procedere degli studi si sta spostando indietro la datazione delle statue è perché le evidenze emerse consentono di farlo. Il che è precisamente ciò che ci si aspetta da una ricerca seria. Si possono formulare anche tesi più avventurose, volendo, ma esse non diventeranno più credibili solo perché chi le ha concepite le presenta con maggiore veemenza e magari convince della loro veridicità un numero più grande di sostenitori. Non funziona così.

    Quanto alla lentezza e a una certa inerzia che pervadono gli studi e le pubblicazioni in materia archeologica, si può anche ipotizzare una difficoltà degli addetti ai lavori a rivedere ipotesi e ricostruzioni consolidate (il che sarebbe sbagliato, ovviamente, ed è una cosa su cui ho avuto da ridire io stesso), ma temo che spesso incidano di più la carenza di fondi e di personale e un regime di gestione e salvaguardia dei nostri beni culturali che vede sulla stessa scena contemporaneamente attori diversi quasi mai coordinati tra loro (comuni, università, sovrintendenze, CNR, Regione sarda, Ministero), con una responsabilità che fa capo in ultima istanza al livello statale e governativo. Qui sì ci sarebbe da aprire un bel dibattito su come uscire da questa situazione penalizzante.

  18.    Francesco Masia on 19 Ottobre 2014 18:55

    Ringraziandoti definitivamente dello spazio, premesso che quanto abbiamo reciprocamente scritto non collima, che a noi evidentemente sta bene così e che starà ai comunque pochi che qui leggeranno le nostre opinioni farsene qualcosa o non farsene niente, chiuderei (per parte mia) con tre osservazioni, una più breve dell’altra.
    La prima. Le gravi lacune metodologiche da parte dei fan del Prof. Sanna e da parte dei suoi detrattori (il cerchio e la botte) mi starebbero anche bene, si tratta però di capire chi si stia pronunciando: se i fan del professore che la fanno fuori dal vaso della corretta metodologia sono la curva nord dello stadio (che farebbe bene a meditare intorno al tuo discorso sui miti tossici), non è corretto penalizzare per la loro spontaneità l’intero lavoro del Sanna (dove poi sarebbe doveroso distinguere tra il suo indicare reperti di scrittura e lo spingersi a proporne l’interpretazione; infilo qui che tra i fan rischi di considerare inclusa la professoressa continentale di cui sopra, guardando al cui curriculum andrei cauto con l’imputarle alla leggera lacune metodologiche, per giunta gravi); di contro, i detrattori metodologicamente scorretti sarebbero secondo te solo quelli del sito squadrista? Non è nei confronti di chi ha l’autorità e la responsabilità scientifico-accademica per passare al vaglio una nuova ipotesi che dovremmo essere ben più esigenti e severi rispetto alle lacune metodologiche (figuriamoci se addirittura gravi)?
    La seconda. Ho capito che rifiuti di essere tirato nel gioco delle parti in quanto non ti riconosci competenze specifiche. Ti chiedo allora se c’è un altro intellettuale, uno studioso competente, al quale tu per vicinanza culturale, ideologica, di formazione, per fiducia legata alla stima e conoscenza personale, riconosca l’autorevolezza di un parere informato e illuminato sulla questione (lo leggerei, se già non lo conosco, con tutto l’interesse e il rispetto che merita).
    La terza. Quando ti do dell’intellettuale, lo sappiamo bene, non è per farti un complimento, è per assegnarti e riconoscerti una responsabilità. Poi un sorriso, certamente, non fa mai male.
    Cordialmente (e, confesso, con qualche scrupolo per uno sguardo tanto oltre i problemi dei sardi più scottanti e concreti, che pure non vorrebbe essere a questi estraneo)
    Francesco

  19.    Omar Onnis on 19 Ottobre 2014 20:10

    Francesco, hai ragione ad attribuire alla qualifica di intellettuale prima di tutto una (certa? grande?) responsabilità. Essere chiamati ad essere degni di tale responsabilità è un’attestazione di stima, o di considerazione. Perciò ti ringraziavo. Era un ringraziamento sincero.

    Io non ho alcuna certezza sulla natura dei reperti scrittori di cui parla il prof. Sanna. Non ne ho perché non me ne intendo (come detto) e perché chi dovrebbe intendersene, o quanto meno affidarsi a sua volta a qualcuno che se ne intenda, nega qualsiasi credito a tali reperti ed alla loro interpretazione data dal medesimo prof. Sanna. Però in questo caso posso sospendere il mio giudizio e attendere sviluppi meno polemici e più produttivi di conoscenza.

    Per detrattori del prof. Sanna non intendo solo i vari untori anonimi o palesi, che fanno solo gazzosa oscurantista a buon mercato, ma anche i diversi esponenti dell’archeologia accademica, che hanno pubblicamente contestato e destituito di fondamento le sue tesi e la sua stessa credibilità scientifica, a volte adducendo come ultima e dirimente argomentazione solo la propria autorità. Ecco, anche qui vorrei che il discorso fosse più aperto e condotto in termini più sereni e scientificamente inappuntabili.

    I dubbi insomma rimangono tutti e non si tratta affatto di cerchiobottismo (pratica dalla quale per indole e per formazione mi sono sempre tenuto alla larga, come ben può testimoniare chiunque mi conosca).

    Non ho idea dello stato degli studi paleografici in Sardegna. Mi pare che non sia un ambito molto battuto, dalle nostre parti. Ed è un peccato. Non ho la minima idea di chi potrebbe occuparsi della faccenda. Una delle soluzioni a cui si potrebbe ricorrere – e a cui dovrebbe ricorrere proprio l’archeologia accademica – è l’affidamento della questione a una commissione internazionale di esperti riconosciuti, che possano dire una parola di chiarezza sui reperti coinvolti dalla diatriba e darne una interpretazione corretta e plausibile. Oltre a questo, non saprei cos’altro si potrebbe fare, se non rimanere invischiati in una controversia ormai incancrenita.

    Grazie per i commenti e le sollecitazioni.

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